A colloquio con Julius Evola

Intervista di Gianfranco de Turris, pubblicata come A colloquio con Julius Evola, su Pianeta n. 44, Torino, gennaio-febbraio 1972, pp. 135-137.

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Ora come ora, quale crede che sia il motivo del silenzio che è gravato sul Suo nome e sulla Sua opera praticamente dal 1950 al 1967?


evolaIn realtà, questo silenzio, in termini anche di una vera e propria «congiura del silenzio», dura tuttora, per quel che riguarda la cosiddetta «grande stampa» e la corrispondente «critica» (salvo poi a scrivere cose inesatte nei miei confronti ed a riportare dichiarazioni da me mai fatte)[1].

Di nuovo vi è solo la recente, più ampia richiesta e diffusione dei miei libri, che raggiungono il pubblico per la via diretta. E bene sottolineare che il «silenzio» cui Lei accenna è condiviso anche da certi ambienti che si proclamano di «destra». Quanto alle ragioni del fatto, ve ne sono diverse.

In prima linea vi è il sistema delle «cricche» di intellettuali; poi vi è il senso di una effettiva eterogeneità delle idee da me difese e rappresentate rispetto a quelle degli altri; in terzo luogo, vi è il fatto che le mie teorie sono «scomode», radicaliste, tali da non lasciare spazio a compromessi. Si potrebbe aggiungere poi una certa paura, in alcuni, ed una loro ignoranza. Essi non si curano di informarsi seriamente e oggettivamente, e si basano sui «miti» vari creati su di me: da un lato miti politici, dall’altro pregiudizi derivanti dal fatto che io mi sono anche interessato alle discipline esoteriche ed iniziatiche, alle dottrine orientali e simili; e per una certa «cultura» tutto ciò è quasi squalificante e fornisce comodi pretesti.

Ebbene, come considera allora la cerchia delle persone che attualmente seguono sempre più da vicino la Sua attività di scrittore?

orientamenti-evolaScherzosamente, ho detto che oltre agli «evoliani» (Lei forse sa che a Genova si è costituito un Centro di Studi Evoliani e che un Centro analogo si è costituito anche in Francia), vi sono gli «evolomani». Fenomeni del genere sono inevitabili. Ma devo assolutamente oppormi all’affermazione che delle idee da me difese si siano impossessate «destre squallide e culturalmente vili»[2], le quali di me avrebbero fatto un loro araldo. Chiunque essi siano, che degli elementi, specie in ambienti di giovani, dimostrino un interesse per le idee «tradizionali», ciò attesta una sensibilità e malgrado tutto rappresenta qualcosa di positivo: di «culturalmente vile» non è per nulla il caso di parlare, ma esattamente del contrario: della dimostrazione di un coraggio che in molti giovani di destra è, poi, non solo intellettuale, ma anche fisico. Qualche travisamento da parte di amici in buona fede e di simpatizzanti, può essere rilevato: ma ciò è davvero nulla in confronto dei travisamenti sistematici o in malafede dei nemici. D’altra parte, è di nuovo con intenzione maligna che mi si indica come colui che suscita un interesse negli ambienti dianzi accennati, quasi che essi fossero i soli. A dimostrare il contrario, basterebbe il fatto, ad esempio, che la Televisione francese (in Francia è uscita la traduzione di sei miei libri)[3] si è presa la pena di mandare qui una sua équipe per una lunga intervista, e che un invito allo stesso fine, cui non ho però potuto dar seguito, l’ho avuto dalla Televisione svizzera.

In conclusione, quale parte del Suo pensiero (che si è occupato di molteplici settori) crede che oggi possa avere maggior presa sui lettori, in specie giovani? E perché?

Più che «possa avere maggior presa», io direi «dovrebbe avere maggior presa». Ebbene, penso che si tratti di quegli aspetti delle idee da me difese che possono costituire la controparte positiva, e quindi la legittimazione, di una vera «contestazione totale» al mondo di oggi.

Note

[1] Ci si riferisce soprattutto alla pseudo-intervista pubblicata su Panorama n. 270 del 17 giugno 1971 (N.d.C.).

[2] È una frase del critico d’arte Paolo Fossati contenuta nel saggio Julius Evola, pubblicato nello stesso numero di Pianeta, pp. 126-134, in cui è apparsa la presente intervista (N.d.C.).

[3] All’epoca dell’intervista erano: La Tradizione ermetica, Il mistero del Graal, La Dottrina del Risveglio, Metafisica del sesso, Cavalcare la tigre, Lo Yoga della Potenza (N.d.C.).

 



Gianfranco De Turris

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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