Caratteri essenziali dell’esperienza fascista italiana

Abbiamo scelto questa intitolazione per riproporre ai nostri lettori, in occasione della ricorrenza storica del 28 ottobre, il III capitolo della prima parte (“Il Fascismo visto dalla Destra“) dell’opera Fascismo e Terzo Reich. Ricordiamo che lo scopo della riproposizione di articoli o estratti evoliani sull’argomento fascismo e fascismi, in particolare in occasione di ricorrenze storiche particolari, non ha mai una finalità di sterile nostalgismo fine a sé stesso, ma viene fatta sempre e comunque in positivo, per ricordare che il mito e l’idea si incarnano sempre nella storia e nella lotta quotidiana, personale e comunitaria, con forme diverse a seconda delle epoche e dei soggetti, ma mantenendo sempre intatta l’essenza metastorica, assoluta.

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di Julius Evola

Il significato fondamentale che il fascismo rivestì via via che esso si definì e trionfò è, dal nostro punto di vista, quello di una reazione, prendente le mosse da forze combattentistiche e nazionali, di fronte ad una crisi che era essenzialmente crisi dell’idea stessa dello Stato, dell’autorità e del potere centrale in Italia.

fascismo-e-terzo-reich-evolaL’Italia del primo dopoguerra si presentava come uno Stato laico in cui l’influenza massonica era considerevole, con un fiacco e mediocre governo demo-liberale, con una monarchia depotenziata, cioè costituzionale e parlamentare, come uno Stato che nel complesso era privo di un «mito» nel senso positivo, cioè di una superiore idea animatrice e formatrice che ne facesse qualcosa di più di una mera struttura della pubblica amministrazione. Che una nazione, in simili condizioni, non fosse in grado di far fronte ai gravi problemi che le forze messe in movimento dalla guerra e dal dopoguerra imponevano, e di combattere le suggestioni sociali rivoluzionarie diffuse nelle masse e nel proletariato dagli attivisti di sinistra, ciò appariva sempre più evidente.

Cosi il merito del fascismo è stato anzitutto di aver rialzato in Italia l’idea di Stato, di aver creato le basi per un governo energico, affermando il puro principio dell’autorità e della sovranità politica. Questo fu, per cosi dire, il punto positivo di sblocco del movimento via via che esso si definì e si enucleò dalle sue principali componenti originarie, da quella del combattentismo rivoluzionario, da quella a tendenza genericamente nazionalistica e anche da quella di un sindacalismo semi-sorelliano.

Secondo tale visuale può parlarsi di una specie di capovolgimento o spostamento «vettoriale» del moto dell’interventismo italiano. Infatti ideologicamente l’interventismo, come abbiamo rilevato, comportò una aggregazione dell’Italia allo schieramento della democrazia mondiale coalizzatasi contro gli Imperi Centrali e sono vari aspetti si riferì allo spirito del Risorgimento, quindi alle idee del ’48; ma esistenzialmente l’interventismo ebbe un significato rivoluzionario autonomo e la guerra fu un’occasione per il risveglio di forze insofferenti del clima dell`Italia borghese, le quali appunto come combattentismo alimentarono il fascismo; non accettando di «normalizzarsi» nuovamente in quel clima, esse ideologicamente cambiarono appunto di polarità e si orientarono verso la Destra, verso l’ideale dello Stato gerarchico e della «nazione militare», le tendenzialità socializzanti e puramente insurrezionali (nonché repubblicana) di ante-marcia venendo rapidamente eliminate. Questo aspetto «esistenziale» del fascismo va messo nella giusta luce e apprezzato. Quanto all’altro aspetto, fu così che Mussolini, una volta ottenuto il potere, poté preconizzare il sorgere di nuove gerarchie e parlare di un nuovo «secolo dell’autorità, un secolo della “Destra”, un secolo del fascismo». Quando egli affermò (1926): «Noi rappresentiamo un principio nuovo del mondo [attuale]. Noi rappresentiamo l’antitesi netta, categorica, definitiva a tutto il mondo… degli immortali principi dell’89», mise in evidenza il momento «controrivoluzionario» come uno degli aspetti più essenziali assunti dal movimento.

duilio-cambellotti-stato-costamagna-lavoro-fascismoStrutturalmente, in una certa misura, si potrebbe perciò applicare al fascismo quella stessa designazione di potenziale «rivoluzione conservatrice» che fu usata per tendenze sorte in Germania dopo la prima guerra mondiale e prima dell’hitlerismo, parimenti con una rilevante componente combattentistica (1): ma a condizione di riferire il conservatorismo a certi principi politici (a quelli di cui l’ideologia della Rivoluzione Francese rappresentò la negazione), non ad una preesistente realtà di fatto, perché abbiamo visto che nell’Italia precedente, prefascista, non v’era nulla che potesse dare al conservatorismo un contenuto superiore e positivo. Vi era ben poco che fosse degno di venire «conservato». A differenza del movimento tedesco parallelo ora accennato, sotto vari riguardi in Italia il fascismo praticamente dovette dunque partire dal punto zero. Questo fatto spiega anche, se non giustifica, alcuni dei suoi aspetti problematici.

In linea di principio, nella dottrina politica fascista ogni ideologia societaria e democratica fu superata. Allo Stato venne riconosciuta una preeminenza rispetto a popolo e a nazione, cioè la dignità di un potere sovraelevato solo in funzione del quale la nazione acquista una vera consapevolezza, ha una forma e una volontà, partecipa ad un ordine supernaturalistico. Mussolini ebbe ad affermare (1924): «Senza lo Stato non vi è nazione. Ci sono soltanto degli aggregati umani, suscettibili di tutte le disintegrazioni che la storia può infliggere loro» – e: «Solo lo Stato dà l’ossatura ai popoli» (1927). Aggiunse, precisando: «Non è la nazione a generare lo Stato. Anzi la nazione è creata dallo Stato che dà al popolo… una volontà e quindi una effettiva esistenza». La formula «Il popolo è il corpo dello Stato e lo Stato è lo spirito del corpo» (1934) riporta, se adeguatamente interpretata, all’idea classica di un rapporto dinamico e creativo fra «forma» e «materia» (corpo), lo Stato è la «forma» concepita come forza organizzatrice e animatrice, secondo l’interpretazione data a «materia» e «forma» dalla filosofia tradizionale, partendo da Aristotile.

Viene dunque respinta la concezione svuotata di uno Stato il quale dovrebbe limitarsi a tutelare le «libertà negative» dei cittadini come semplici individui empirici, a «garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza comunitaria», in essenza riflettendo o seguendo passivamente le forze della realtà sociale e economica concepite come quelle primarie. Così si è anche all’opposto dell’idea di una pura burocrazia della «pubblica amministrazione», secondo la immagine ingigantita di ciò che può essere la forma e lo spirito di una qualche società privata a fini puramente utilitari.

Quando presso questa concezione di base il fascismo affermò il trinomio «autorità, ordine e giustizia», é innegabile che esso riprese la tradizione che formò ogni più grande Stato europeo. Si sa poi che il fascismo rievocò, o cercò di rievocare, l’idea romana come suprema e specifica integrazione del «mito» del nuovo organismo politico, «forte e organico»; la tradizione romana, per Mussolini, non doveva essere retorica e orpello, ma «un’idea di forza» oltre che un ideale per la formazione del nuovo tipo di quell’uomo che avrebbe dovuto avere nelle sue mani il potere. «Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento. E il nostro simbolo, è il nostro mito» (1922). Ciò attestò una precisa scelta delle vocazioni ma anche una grande audacia: era come un voler gettare un ponte su uno iato di secoli, per riprender contatto con l’unico retaggio veramente valido di tutta la storia svoltasi su suolo italiano. Una certa continuità positiva pero non si stabilì che limitatamente al significato dello Stato e dell’autorità (dell’imperium, in senso classico) e anche in relazione all’etica virile e ad uno stile di durezza e di disciplina che il fascismo propose all’Italiano. Un approfondimento delle ulteriori dimensioni del simbolo romano – dimensioni spirituali in senso proprio, di visione del mondo – e la precisazione della romanità a cui propriamente ci si doveva riferire, nel fascismo ufficiale non ebbero però luogo; gli elementi che potevano intraprenderlo o erano inesistenti o non furono utilizzati (2).

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Note

(1) Su queste correnti della Konservative Revolution in Germania, Evola rinviava al primo capitolo della seconda parte di “Fascismo e Terzo Reich” (“Note sul Terzo Reich”) (N.d.R.).

(2) Per questa precisazione, si sarebbe dovuto affrontare anche il problema delle relazioni fra romanità classica e cristianesimo (e cattolicesimo): cosa sempre evitata per prudenza politica da Mussolini (un nostro scritto di allora, che pose in modo drastico il problema, non ebbe eco nel giusto luogo). Per l’altro punto, riferentesi alle dimensioni ulteriori del simbolo romano, è significativo che il regime non seppe far altro che sostenere il cosidetto istituto di Studi Romani, le cui attività si ridussero a quelle agnostiche di esercitazioni filologiche, archeologiche e mediocremente erudite, senza una qualsiasi direzione di efficacia politica, etica o spirituale: tanto che tale Istituto resiste tuttora, nell’Italia democratica antifascista, nell’identica forma di ieri [Evola si riferisce al suo libro Imperialismo pagano (Atanor, Todi-Roma, 1928) che, uscito alla vigilia della Conciliazione, suscitò forti polemiche da parte cattolica, ma che a Mussolini, come poi si è saputo, non dispiacque: cfr. Yvon De Begnac, Taccuini mussoliniani, Il Mulino, Bologna, 1990, p. 647 (N.d.C.)].



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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