Che cos’è il Fascismo?

di Julius Evola

(Tratto da L’italiano, 10/11/1963)

I lettori di questa rivista probabilmente sapranno dell’edizione italiana, recentemente uscita presso l’editrice «Il Quadrato», del saggio di Maurice Bardèche, «Che cosa è il fascismo?», dato che esso ha già suscitato delle discussioni. Occuparsi di questo saggio è un po’ disagevole. L’Autore, per un lato merita ogni considerazione, essendo noto il suo coraggio, il suo aver assunto ogni responsabilità nei riguardi di ciò che gli dettava il suo amore per la verità. D’altra parte, non si può dire che la sua trattazione sia del tutto convincente ed ineccepibile.

Forse il difetto principale di essa è stato indicato abbastanza bene da uno dei partecipanti ad una discussione sul libro svoltasi in Francia e riprodotta nel testo italiano, quando ha osservato che il Bardèche, «in sostanza del fascismo traccia un ritratto, invece di dare una definizione; cerca di afferrare le sfumature di uno stato d’animo più che raccogliere gli elementi di una dottrina».

Lo studio del fascismo può essere intrapreso da diversi punti di vista: dal punto di vista dottrinale, cioè della dottrina dello Stato, oppure dal punto di vista storico, o «fenomenologico» (considerare il fascismo nella sua concretezza e “fattualità”, nei suoi aspetti originali e in parte irripetibili), o «esistenziale» e etico, ossia con riferimento ad uno stato d’animo, ad un orientamento vitale, o, infine, dal punto di vista del «mito». Il Bardèche segue ora l’uno o altro punto di vista, con uno stile assai vivo e brillante, il quale però non può supplire al difetto di sistematicità. Soprattutto ci sembra trascurato l’aspetto del fascismo come dottrina dello Stato, con le corrispondenti strutture istituzionali.

maurice-bardeche-che-cos'è-il-fascismoQualcuno che ha già parlato del libro ha contestato, per una specie di gelosia, la legittimità di generalizzare il concetto di «fascismo», perché questo termine andrebbe riferito esclusivamente ad un regime e ad una esperienza specificamente italiana e irripetibile. Su ciò non siamo d’accordo, crediamo quindi che il rimprovero fatto al Bardéche non sia giusto. A parte il fatto che l’uso generalizzato del termine «fascismo» ormai è corrente, si finirebbe, altrimenti, a ridurre assai il significato dell’esperienza italiana fascista in senso ristretto, da un doppio punto di vista, in primo luogo perché non si terrebbe conto delle idee anteriori e superiori al fascismo riapparse nel movimento italiano (mentre, a nostro parere, proprio in esse si dovrebbe cercare la sua superiore legittimazione), in secondo luogo perché si trascurerebbero le valenze o potenzialità più che nazionali e locali che presentò il fascismo in alcuni suoi aspetti. Se Mussolini in un primo tempo disse che il fascismo non è «merce di esportazione», successivamente egli parlò di esso come di un «ideale universale» e il Bardèche nota giustamente che sia il fascismo italiano che il nazionalsocialismo tedesco negli ultimi anni avevano cercato di divenire «europei» e di fondare un «Ordine Nuovo» generale.

Se al Bardèche, dunque, non si deve far rimprovero di considerare, oltre il fascismo italiano, altri movimenti ricostruttori di ieri e anche di oggi, non si può non rilevare, tuttavia, che lo spazio dato nel libro alla trattazione del fascismo italiano è il più piccolo, e che alcune caratteristiche di esso sono indicate solo in occasione dell’esame di altri movimenti. D’altra parte, a voler definire un fascismo «allo stato puro», superiore alle sue varie manifestazioni, si sarebbe dovuti procedere ad una «essenzializzazione» nel campo soprattutto dottrinale, il che nel libro in questione non è stato fatto.

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Circa le caratteristiche messe in risalto dal Bardèche, non sempre possiamo essere d’accordo, soprattutto per quel che riguarda il «socialismo» pel quale l’A. mostra curiose simpatie. Nell’accennare alla Carta del Lavoro, egli dice che con essa sarebbero state «poste le fondamenta di una civiltà socialista che il futuro poteva realizzare» (p. 16); la principale missione in Italia e in Germania sarebbe consistita «nella realizzazione di un vero socialismo nazionale» (p. 66); si parla della «nostalgia di ciò che il fascismo non seppe essere, cioè il socialismo e l’unità dell’Europa» (p. 76) e nel programma a fondo sociale del regime di Salò, inteso come un «ritorno alle origini» (socialistoidi), viene indicato quello su cui Mussolini «avrebbe dovuto giocare venti anni prima il suo potere e la sua vita» (p. 21). Inoltre è soprattutto per l’istanza sociale e anticapitalistica che il Bardèche valorizza le idee di Primo de Rivera, precursore del falangismo, e per non per ultimo il suo aspetto anticapitalistico e nazionale il Bardèche non si è peritato di considerare nel suo libro anche il regime di un Fidel Castro e di un Nasser.

Maurice Bardeche (1907-1998)

Maurice Bardeche (1907-1998)

Tutto ciò ci sembra unilaterale e pericoloso. È vero che ai suoi tempi il fascismo fu tra i regimi più progrediti in fatto di misure sociali. Ma il corporativismo del ventennio nei suoi aspetti positivi deve essere interpretato nel quadro di una idea organica e antimarxista, quindi fuor da tutto ciò che è «socialismo». E dato che il Bardèche considera anche il nazionalsocialismo, sono gli ulteriori sviluppi [di] che tale idea organica ebbe nella legislazione tedesca del lavoro (ci si potrebbe riferire anche a quella portoghese di Salazar) che avrebbero dovuto servirgli di guida. Se una delle definizioni valide del fascismo è il suo essere «una terza forza, una terza possibilità, necessaria all’Europa», opposta sia a capitalismo, sia a comunismo e marxismo, ogni «apertura interpretativa a sinistra» del fascismo dovrebbe esser senz’altro evitata (con buona pace nei partiti attuali nostrani dello «Stato nazionale del lavoro»).

A parte il «socialismo» e, nel medesimo tempo, l’anticomunismo, nel Bardèche ogni movimento ispirantesi al fascismo avrebbe come caratteristiche il nazionalismo, il regime autoritario (p. 80) e una certa concezione dell’uomo e della vita (p. 104, 126). Il fattore nazionalistico è innegabile. La preminenza della nazione, la valorizzazione di essa e il servizio ad essa sono aspetti essenziali del fascismo. Ma il Bardèche trascura un altro aspetto che nella dottrina del fascismo ebbe non meno risalto, cioè la preminenza che, a sua volta, lo Stato ha di fronte alla semplice «nazione». Per noi, questo è un punto assai importante e differenziatore.

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Quanto al regime, un’analisi delle forme possibili del principio di autorità sarebbe stata necessaria. Il Bardèche propende per una concezione «cesaristica» del fascismo italiano e parla del «complesso del Capo provvidenziale». Secondo lui, «la lezione del fascismo italiano ci fa vedere i pericoli e i limiti dell’uomo solo, dell’uomo isolato dalla sua stessa potenza» (p. 22), l’«insufficienza e il pericolo del cesarismo puro al quale il fascismo aveva finito col ridursi» (p. 23). Veramente, c’è una certa contraddizione fra queste affermazioni e il parlare del fascismo come di una «dittatura popolare» (di fatto, una certa componente «democratica», populistica, nel fascismo non può essere contestata). D’altra parte, nel suo generalizzare il Bardèche trascura, nel fascismo italiano, la compresenza della Monarchia. Il cesarismo (noi preferiremmo parlare di «bonapartismo»)[1] può essere, piuttosto, un aspetto problematico del «fascismo» quando esso comporta il privare il principio d’autorità di ogni crisma superiore, superindividuale. Con ciò non vogliamo però negare che perché una idea agisca occorre che essa si incarni e tragga forza da un uomo o da uomini forniti di prestigio e capaci di svegliare certi lati dell’anima collettiva.

Del resto, quest’ordine di idee è stato riconosciuto dal Bardèche quando passa a considerare il nazionalsocialismo tedesco. Giustamente egli dice che in origine le SS erano state concepite «come una élite avente per compito l’incarnare l’idea nazionalsocialistica» e che «teoricamente in uno Stato fascista una élite, qualunque pur sia, vive il fascismo ed è, nel medesimo tempo, il volano che fa camminare il regime e il braccio che lo realizza». La folla segue soltanto ed è incapace di creare (p. 32). Allora di isolamento «cesaristico» non si dovrebbe più parlare.


hitler nazionalsocialismoIl Bardèche tratta più da vicino del principio dell’autorità anche parlando del cosidetto Führerprinzip tedesco, cioè del “principio del Führer” o del Duce. Qui sarebbe necessario svolgere varie considerazioni. Se con tale principio viene affermata l’esigenza della direzione unitaria di uno Stato e di una nazione, sarebbe assai difficile condannarlo – viene rilevato (p. 35). Ma vi è, qui, un aspetto più particolare, l’esigenza di rapporti vivi e personalizzati fra gregari e capi, in opposto ad ogni disanimato statalismo. Senonché viene giustamente notato che il «giuramento di servire con lealtà e disinteresse un capo non contiene nulla che non sia già esistito nelle antiche monarchie» (p. 37) e, si potrebbe aggiungere, nello stesso totalitarismo sovietico si affaccia qualcosa di simile. Da qui la necessità di indicare un ulteriore principio differenziatore. Esso, forse, lo si può indicare nella presenza dell’accennato, superiore crisma che deve possedere l’autorità di un vero capo, tanto da legittimare veramente i rapporti di fedeltà profonda e di servizio dei seguaci o dei sudditi. La parte che qui dovrebbe avere una tradizione, al posto di un semplice mito o di una «ideologia», ci sembra essenziale.

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Le pagine più accettabili del libro del Bardèche sono quelle che riguardano gli aspetti etici e esistenziali del fascismo, il fascismo come stile ideale di vita. Il fascismo vuole abituare la nazione alla disciplina, all’onore e al sacrifico. Un regime di disciplina non è necessariamente identico ad un regime di oppressione e di coercizione (pp. 21, 43). Di là da tutte le caratteristiche esteriori, il fascismo «è un modo di reagire, un temperamento, un modo di essere, incarnato da un certo tipo umano» (p. 113). È l’opposizione alla vita comoda e mediocre, all’esistenza «borghese». Secondo il fascismo, «la vita ha un senso, l’individuo è tutt’uno con gli altri uomini della nazione come il soldato è unito ai suoi camerati» (p. 16). De Rivera aveva parlato di un «sentimento ascetico e militare della vita». Alcune frasi di Bardèche (che tuttavia avrebbe potuto fare una scelta adeguata di detti di Mussolini) meritano di essere riportate: «Lungi dal respingerlo e dal rinnegarlo, dobbiamo proclamare il principio di disciplina del fascismo come una delle leggi più necessarie dei tempi moderni (noi aggiungeremmo: più che mai, nel caso dell’Italia …).

Josè Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange Spagnola

Josè Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange Spagnola

Una nazione è sana se ciascuno si considera un uomo e si comporta come un uomo; vale a dire quando non guarda dietro di sé, non fa la banderuola, non è roso dalla paura, non è sfigurato dall’ambizione, non è tentato dal tradimento; ma è fedele alla sua parola d’uomo, all’impegno col quale è entrato nella vita, alla promessa fatta non soltanto a colui che lo guida e nel quale si riconosce, ma attraverso lui è fedele a tutti i camerati di lavoro e di combattimento. Tale è l’immagine che si fa il fascismo dei rapporti che corrono fra chi obbedisce e chi comanda. Non v’è  nessuna ragione perché vi rinunciamo» (p. 41). Si parla altrimenti delle qualità che «le società militari coltivano dopo che si sono date una dottrina ed hanno creato una gerarchia. Comprendono la fierezza, il mantenere la parola data, la generosità, il rispetto dell’avversario coraggioso, il disprezzo per coloro che mentono e, per contro, la stima per coloro che dissentono lealmente. Esse (quelle qualità) figuravano negli ordini militari e religiosi: lealtà, fedeltà, solidarietà, disinteresse sono le qualità con cui in tutti i tempi si sono plasmati i rapporti fra gli uomini», specie poi nei momenti critici e rientrano in ogni etica «fascista», nell’immagine dell’uomo proposta dal «fascismo» (pp. 131, 132).

A tale riguardo il Bardèche parla anche della riemergenza, «nel fascismo autentico», di una figura umana «che sgorga improvvisa dal fondo dei tempi: l’uomo germanico nel fascismo tedesco, il legionario romano nel fascismo italiano, il guerriero moresco nel fascismo arabo» (p. 103). A parte le riserve che noi faremmo nei riguardi dell’ipotetico «fascismo arabo», anche questi aspetti potrebbero essere considerati.

Solo che proprio nei riguardi delle «virtù fasciste» il Bardèche cade talvolta in una interpretazione biologistica e naturalistica, tanto da offrire armi agli avversari. Egli sembra soggiacere quasi alla mitologia darwiniana – che è la più deteriore fra tutte le mitologie – quando riferisce disposizioni etiche, come quelle dianzi accennate, all’«animale umano»: esse sarebbero messe in noi dalla «natura» (?) per «permetterci di sopravvivere» (p. 115). Allusioni all’«animale umano che combatte», quasi alla «bella bestia» del più problematico Nietzsche, non mancano nel libro (cfr. pp. 28, 101, 158, ecc.), con riferimento più o meno diretto al tipo fascista. Ora, ogni deduzione naturalistica e biologica di un’etica superiore è una vera assurdità. E già il richiamo ad una linea analoga a quella degli Ordini ascetici e militari mettono il Bardèche in contraddizione.

Le vere virtù di onore, fedeltà, fierezza e sacrificio possono derivare solo da una idea, da punti di riferimento in un certo modo trascendenti. Così particolarmente infelici sono le ultime pagine del libro, dove il Bardèche a conclusione di una discussione sulla sua opera, presenta l’etica fascista come ciò che resta dopo il tramonto del cristianesimo, riferendola all’imperativo «di essere, almeno, degli uomini», di «dimostrare che la grandezza dell’animale umano (sic) sta nella sua fierezza, nel suo coraggio e in quella libertà che egli ha, di essere al disopra delle avversità» (p. 158). Salvo la sfumatura storica, accettabile, tutto ciò, col dovuto rispetto, ci sembra abbastanza stonato e squallido. Far rientrare la spiritualità fascista nel quadro delle moderne mistiche secolarizzate, dei surrogati irrazionali e politici dell’orientamento verso l’alto, significa finire col confondere orientamenti e tendenzionalità molto diversi, anzi antitetici, quella mistica problematica non esulando, ad esempio, dallo stesso comunismo e dal suo «nuovo umanesimo» ateo.

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Ma tutto ciò porta evidentemente di là da ogni considerazione concreta del fascismo, anche se assunto in termini generalizzati. Come si è detto, un possibile esame del fascismo è quello di esso come «mito», vale a dire come un ideale ispiratore separabile da ciò a cui praticamente esso può aver dato già luogo. Più volte il Bardèche accenna anche a tale aspetto. Egli ha ragione nel dire che «del fascismo resta (oggi) ciò che esso avrebbe dovuto essere» (p. 66). Ove si precisasse il «ciò che avrebbe dovuto essere», qui noi saremmo assolutamente d’accordo. Quel che di valido ha il fascismo è quel che non è necessariamente condizionato dalle contingenze del periodo in cui esso nacque, presso un incontro di fattori in parte irripetibile, anche se solo quell’incontro ne rese possibile l’apparizione. Solo a questa stregua si possono rilevare inani «nostalgie».

 

[1] Per un’analisi dettagliata da parte di Evola del fenomeno del “bonapartismo” si veda il capitolo V de “Gli Uomini e le rovine” (N.d.R.).


Julius Evola

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'Che cos’è il Fascismo?' 1 Commento

  1. 8 marzo 2016 @ 17:58 Marco Cassini

    Ho particolarmente apprezzato questo articolo di Julius Evola; non posso fare a meno di notare la sua riduzione al marxismo di ogni forma economica di tipo socialista e la sua ostilità ad essa.
    Mi chiedo se esistano considerazioni più articolate dello stesso Evola a proposito del rapporto intercorrente tra marxismo e socialismo.

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