Che ci significa realmente la “romanità”?

di Julius Evola

Tratto da “La Vita Italiana”, CCCXVII, luglio 1939, pp.33-40

Roma, romanità, civiltà romana, grandezza romana sono oggi, in Italia, parole d’ordine. Sotto segno romano sta la rinascita dell’Italia operata dal Fascismo. Celebrazioni grandiose ricordano i fasti romani, mentre i simboli che per Roma antica furono più significativi – l’Aquila e l’Ascia – sono divenuti insegne dello stesso regime. Vasti lavori intendono portare alla luce le mute vestigia della città cesarea e delle sue stesse colonie, quali si spinsero fino ai limiti estremi del mondo antico.

Roma, dunque, ritorna. Ma quale è la Roma che ritorna? E come, che cosa, (di) essa ritorna? Che cosa ci significa, realmente, oggi, la romanità?

“Un filosofo, quale Giovanni Gentile, non ha forse fino ad ieri potuto deridere come cosa fastosa da teatro il concetto di romanità (…)?”

Questo problema deve essere affrontato a pieno: ancor oggi esso attende di esser vissuto. E nel punto attuale dello sviluppo della concezione fascista, che ha fatto sua l’idea della razza epperò anche quanto, di tale idea, è logica conseguenza e corollario, questa esigenza si presenta in modo particolarmente preciso. Bisogna che ogni sospetto che, nel riguardo, ci si accontenti di semplici nomi, sia positivamente allontanato. Un filosofo, quale Giovanni Gentile, non ha forse fino ad ieri potuto deridere come cosa fastosa da teatro il concetto di romanità, per affermare che la vera, concreta «tradizione italiana» è quella di un paio di eretici e di filosofi «immanentisti» e che il Fascismo altro non deve esser che lo sviluppo dell’Italia del ‘70, cioè di quella certa Italia laica e democratizzante più o meno in combutta con la massoneria?

Ma anche nei riguardi di chi ci guardi d’oltre le Alpi il problema è necessario. Il problema della razza è inseparabile dal problema delle origini, delle tradizioni primordiali, e poiché, al riguardo, il nostro punto di riferimento può esser solo la romanità, bisogna che questa giunga ad aver per noi la potenza di una visione del mondo e di una idea trascendente nel senso più stretto del termine, che la libera dal riferimento ad un dato, particolare punto della corrente della storia per conferirle una perenne validità. Bisogna dare ad ogni osservatore il senso che noi possediamo un tale patrimonio vivente e spirituale entro il simbolo romano.

Sennonché, per venire a tanto, bisogna partire da presupposti generali metodologici, che da noi sono ancor ben lungi dall’aver avuto un adeguato riconoscimento. Come premessa, si deve cioè partire dall’idea, che in tutto ciò che prende forma lungo la storia, e soprattutto in quei momenti e in quelle civiltà, che nella loro grandezza e potenza fan pensare quasi a qualcosa di fatidico, esiste un doppio aspetto: un aspetto anima e un aspetto corpo.

L’aspetto corpo è quello che si riferisce all’insieme dei fattori politici, sociali, economici, militari e perfino, in senso ristretto, etici. L’aspetto anima è invece quello interiore, è la tradizione intima di una stirpe, è la sua particolare visione del mondo, il suo particolare modo di concepire il sovrasensibile e di entrare in contatto con esso; aspetto «anima» è anche il «mistero» di un dato sangue e, infine, tutto ciò che di più sottile e di non semplicemente umano può esser apparso fra la trama della realtà storica, e in ordine al quale il mito e il simbolo sono vie così certe e positive di conoscenza, quanto i documenti e le cronache lo sono nei riguardi del lato «corpo» delle civiltà. E’ da aggiungersi, che se nelle civiltà di tipo moderno questi due aspetti appaiono in una certa misura dissociati, tale non è il caso delle civiltà antiche e tradizionali, a partire da quella romana.

In tali civiltà l’aspetto anima costituiva effettivamente il centro, ciò che conferiva a tutto il resto il suo più alto significato. La vita antica, in tutti i suoi aspetti tangibili – giuridici, etici, politici – resta effettivamente incomprensibile senza il riferimento al suo lato interiore, spirituale.

Questa è dunque la premessa. Non ammettendola, il nostro stesso problema – cioè: che cosa comprendiamo quando si rievoca Roma? – non si pone. Esso dunque non si pone per tutti coloro che ancor oggi vengono considerati come «competenti» e «specialisti» e, fregiati da vari titoli accademici, seggono con sussiego là dove si fabbrica l’educazione della gioventù e la cultura spicciola da servire per la classe media benpensante, per perpetuare metodi e concezioni, che sono esattamente gli stessi della cultura «positivistica» e razionalistica dell’epoca prefascista o di quella che tuttora impera nei paesi non-fascisti o antifascisti.

Le persone qui accennate hanno confezionato una storia tutta loro, fornitissima di alibi di ogni genere, la quale mira essenzialmente a questo: ad escludere, trascurare o svalutare in modo così sistematico, che si potrebbe supporlo addirittura intenzionale e rispondente ad una parola d’ordine, tutto ciò che in una civiltà trascende il suo aspetto grossolanamente tangibile. Siffatta storia si vanta di esser «positiva», ed è effettivamente la controparte esatta delle scienze naturali moderne, di cui partecipa le limitazioni e i pregiudizi, però con questo aggravante: che si può non chiedere a tutti di ammettere forze invisibili dietro a tutto ciò che è fenomenologia fisica, ma a nessuna persona, che non si senta un animale da soma o un automa economico, dovrebbe far dubbio, che la storia non è fatta solo dalla materia, che la storia è fatta dall’uomo integrale, cioè da un uomo, che è essenzialmente spirito e fede, e rispetto al quale tutti i principi esplicativi vigenti per la «positiva» esteriorità non saprebbero mai esser sufficienti.

Certo, vi è qualcosa che, se non giustificare, può almeno spiegare i metodi storici qui accusati: è il fatto, che il simile cerca di riconoscersi nel simile. La mentalità moderna, narcotizzata da secoli di cultura profano e laica, va a ricostruire il mondo antico più o meno ad imagine e somiglianza di quello d’oggi, o almeno di ieri, cioè ad imagine di un mondo, in cui effettivamente le forze della materia, dell’economia, della «storia» nel senso più ristretto ed umanistico, sembravano esser davvero quelle decisive, e tali, da far considerare il resto come semplice  «superstruttura».

«Il modo generale del Fascismo di concepire la vita è spiritualistico – ha detto Mussolini – Tutte le concezioni dello spirito, a cominciare da quelle religiose, vengono al primo piano»

Ciò porta ad un secondo punto, che mette in relazione il problema già posto col seguente: A chi si deve domandare, che cosa ci significa la romanità? Questo «chi» per noi non è dubbio: è colui che veramente, in senso superiore, e non soltanto come membro fedele e militante del partito, può chiamarsi fascista. Ora, che il punto di vista fascista, a tale, riguardo, non sia e non voglia essere quello materialistico e positivistico, risulta da dichiarazioni ufficiali di inequivocabile significato dello stesso Duce e Artefice del Fascismo. «Il modo generale del Fascismo di concepire la vita è spiritualistico – ha detto Mussolini. – Tutte le concezioni dello spirito, a cominciare da quelle religiose, vengono al primo piano».

«Il mondo del fascismo non è questo mondo materiale che appare alla superficie – ha precisato il Duce. – Il fascismo è una concezione spiritualistica sorta anch’essa dalla generale reazione del secolo nostro contro il fiacco e materialistico positivismo dell’Ottocento. Noi agitiamo valori morali e tradizionali».

Ma se questa è la premessa, come si potrebbe evitare la conseguenza? Cioè: sia pur essa «ufficiale», sia pur protetta, autorizzata e insediata in scuole e in università e, d’altra parte, creda pur essa in buona fede di esser sezione attiva e utile nei quadri dello Stato fascista, ciò nondimeno quella scienza, che ancor oggi continua placidamente a far la «storia positiva», ossia una storia considerante come tutto quel che del tutto è solo parte dipendente, esteriore e documentaria, gettante sul resto a piene mani disprezzo o discredito, o almeno professante, per esso, una agnostica rinuncia, tale scienza è da dichiararsi senz’altro antifascista. E noi diciamo con intenzione antifascista, perché noi potremmo ben considerare, per essa, una certa ragion d’essere al titolo di una ricerca estremamente specializzata e limitata, quando, a completarla e a compensarne e renderne inoffensive le limitazioni, vi fossero anche, ben visibili e adeguatamente riconosciuti e legittimati, i rappresentanti e i cultori di un’altra scienza.

Ma non è questo, purtroppo, da noi, il caso. E chi sia iniziato alle camarille universitarie e simili sa bene che esiste una vera e propria combutta, con metodi adeguati per discreditare, far apparire frivolo e non serio, «non scientifico» o, infine, per uccidere col silenzio o con l’ostracismo tutto ciò che non si lasci ricondurre ad un certo metodo ed a certi pregiudizi del tipo già indicato. In tali termini, e a parte ogni intenzione diretta, politica, si tratta dunque non di semplice a-fascismo, ma di vero antifascismo: e pur non volendo abusare, come molti, di formule d’occasione, ci viene effettivamente di pensare, nel riguardo, a quel lavoro impercettibile di avvilimento e corrosione di ogni valore superiore, di cui soprattutto lo spirito ebraico si è dimostrato maestro.

Dal Forges-Davanzati è stato detto, una volta: «Il Fascismo è un modo d’essere». Estendiamo: «fascista» è un modo generale di vedere, di comprendere, di valutare. Questo modo quando si applica al piano politico dà per risultato la concezione fascista dello Stato, la nuova comprensione e giustificazione spirituale di esso e l’ideale trascendente della nazione. Quando questo modo lo si applica ad una realtà storica – lo si applica per esempio a Roma – il risultato dovrebbe logicamente essere una visione della stessa altezza e qualità, una visione antipositivistica e antimaterialistica fondata da un intuito e da una sensibilità spirituale. Ebbene, è questo che oggi noi possiamo constatare in Italia?

Non si può rispondere che negativamente. La rivoluzione non è ancora penetrata nei settori più importanti della cultura. Permane, di massima, il pregiudizio, che esista la Scienza, e non si sospetta che questa presunta scienza al singolare – per sua natura agnostica e limitatrice – di un ideale totalitario e tradizionale di scienza non è che la caricatura. Per quel che riguarda poi la romanità vogliamo esprimere in modo ben preciso il nostro pensiero. Che dei giornalisti politici di mestiere mettan mano alla romanità ogni volta che gli usi quotidiani e la chiusa brillante di un articolo lo esigano, questo possiamo ben concepirlo: il mestiere è il mestiere, ha le sue esigenze e le sue naturali limitazioni, per quanto eccedere, in questo campo, non sia privo di pericoli. Abbiamo citato il caso del Gentile, e persone pronte a prender pretesto da certe assunzioni retoriche e povere di contenuto per muovere un processo anche contro la validità dell’idea, malgrado tutto, ve ne sono ancora, e non poche, fra noi.

Nemmeno vogliamo riferirci propriamente al piano, in cui un ente, come l’«Istituto Superiore di Studi Romani» sviluppa essenzialmente la sua attività: è un piano essenzialmente accademico, che noi, con tutto il rispetto paragoneremmo volentieri al luogo che, nella teologia, ha il limbo, la zona di ciò che non è né paradiso né inferno e che in tedesco si potrebbe ben dire degli Ahnungslose. Tutte quelle belle ed erudite dissertazioni in fatto di archeologia, di storia antica e medievale da museo, di bibliografia e di cronologia, e simili, di cui quell’Istituto soprattutto si diletta, così come i lavori delle sue varie commissioni e sezioni, sono infatti da considerarsi più o meno a questa stregua, dal punto di vista in cui noi ci poniamo. E nemmeno proporremmo un potenziamento ad hoc dell’attività di questo Istituto; date le sue origini, i suoi elementi direttivi, il suo spirito, ciò vorrebbe quasi dire, quanto ricrearlo ex novo. Per cui, ci sembra inopportuno che tale Istituto, recentemente, per aggiornarsi, abbia creata una sezione nuova di conferenze, sotto il titolo a «La civiltà di Roma e i problemi della razza».

Affrontare sul serio un simile ordine di problemi significherebbe infatti poter mutare di mentalità, dall’oggi al domani, venire a studi, per i quali in quest’ambito manca senz’altro l’adeguata preparazione, soprattutto quella psicologica. Meglio dunque che tale Istituto resti quel che fino ad oggi è stato. Sennonché bisogna anche non trascurare il fatto, che per un osservatore, il quale volesse sapere che cosa esista, oggi, ufficialmente, in Italia, in tema di studi romani, non si potrebbe indicare che questo Istituto: e il senso che ne avrebbe, non sarebbe certo quello di un seminario, in cui, sistematicamente e organicamente, non in senso di erudizione e di cultura accademica, bensì di vivente evocazione, si cerchi di penetrare quanto al simbolo romano si connette su quello stesso piano in cui, per esempio, nelle due principali nazioni a noi alleate, la Germania e il Giappone, si coltiva il simbolo nordico-ario o quello solare imperiale.

Il problema da noi sollevato trascende dunque sia la pratica spicciola dello stile giornalistico, sia quello di riesumazioni eruditiche. E’ del piano spirituale che si tratta, e di ciò che di esso è suscettibile di una superiore assunzione politico-spirituale e razzistico-spirituale.

Il problema, in tale piano, è: E’ possibile, oggi, rievocare Roma e la romana grandezza – e prescindere da tutto quell’insieme di credenze, di tradizioni, di simboli, che dal Romano antico furono intensamente vissuti e che perfino in momenti di estremo pericolo politico furono parti integranti della sua vita e della sua storia? In altri termini: è possibile separare Roma dalla visione romana della spiritualità, anzi del «sacro»? E’ possibile valutare ed esaltare la prima, la Roma-corpo, ma simultaneamente ignorare e mettere in discredito la seconda, la Roma-spirito, specie presso al fatto incontestabile, già rilevato, del carattere unitario e organico di tutte le antiche civiltà tradizionali?

A tali domande non si può venir meno: e sono domande, che conducono a quest’ultima: come, [in] che cosa è compresa oggi la visione romana della spiritualità, del sacro? Quale è stata la sua essenza, quali sono state le sue lotte per conservarsi contro l’influsso di idee e di culti propri a razze estranee, quali sono state le sue trasformazioni, quale fu la sua fine? Volgiamoci intorno: desolazione e devastazione. Nei riguardi di questi problemi, due fronti opposti convergono paradossalmente in una unica parola d’ordine, il fronte di quelli che fanno la «scienza  seria» e un certo fronte d’ispirazione cattolica. Tale parola d’ordine, più o meno, la seguente: come religione il Romano antico non stava troppo più in alto della superstizione delle tribù selvagge. Puro naturalismo, ingenua personificazione di fenomeni e di forze naturali, usanze e riti che tradiscono la più bassa magia, cerimonie prive di vera intimità religiosa, poi estetismo ellenizzante, infine idolatrie asiatiche raggruppate intorno all’aberrante culto dell’imperatore divino.

Questo è, ad un dipresso, il verdetto che, con parole più o meno esplicite, si ritrova anche nei libri di testo che dovrebbero istruire i nostri figli sulla nostra grandezza passata. Che una simile razza di «selvaggi» in fatto di religiosità, poi, sia quella che poté creare una grandezza, la quale ha resistito ai secoli e si è innalzata al disopra di essi come un simbolo perenne a cui la religione successiva, secondo la parola dello stesso Mussolini, dovette la sua universalità, questo è un curioso enigma, a cui non si presta attenzione. Cioè: gli spiriti positivi, anche se non sono stati proprio alla scuola dell’ebreo Karl Marx, sanno bene che le credenze sono solo «superstrutture», nebbia, irrilevanza, mentre la realtà vera riceve la sua legge solo dai fattori materiali, economici, geografici, politici ecc. Quanto poi agli altri, essi di fronte a Roma antica non sanno venir meno a quella loro infelice tattica, per via della quale – secondo la parola del Gioberti – essi finiscono col dare alla loro fede, spesso, «gli andari di una setta». Intendiamo parlar della tattica di denigrare sistematicamente ogni diversa tradizione o concezione della spiritualità per esaltare la propria e assicurarsi il monopolio dello spirito.

Senza mezzi termini, e in parole chiare, la situazione da constatare è proprio questa.

Noi domandiamo: è possibile accettarla come ultima parola? È possibile considerarla come salutare e come conforme alle più alte evocazioni romane del Fascismo?

È possibile che questo problema non sia sollevato? Il mondo antico, alla stessa vigilia del suo crollo, pensò che fuori di Roma non vi è salvezza, che fuori di Roma può esservi solo caos o rovina. Se, nei riguardi di tempi nuovi, ciò può non valere per altri popoli, tornati alle loro proprie origini, ciò resta però dogmaticamente certo per la razza italiana. Solo Roma può dare alla razza italiana la visione del mondo e della vita che le è conforme, può costituire quel punto di riferimento, in funzione del quale può avvenire, nella profondità dell’essenza italiana, un risveglio, una discriminazione, una riaffermazione.

Che cosa fu Roma – non politicamente, giuridicamente o eticamente ma sacralmente? Che senso ebbe veramente la visione romana del sovrasensibile, cardine della vita romana fino a che Roma ebbe forza di virile grandezza? In che misura si ha in essa una chiara testimonianza dello stesso spirito che informò il ciclo delle grandi civiltà ariane e nordico-ariano? E quale fu, in relazione a ciò, la storia «sotterranea» della Città Eterna, il mistero delle sue origini e della sua vera «razza»: razza che, staccandosi da un insieme di popoli apparentemente ad essa più o meno simili, seppe creare un mondo nuovo, enigmaticamente affine a quel che fu proprio alle origini di civiltà anche remote e lontane? E, infine, su questo stesso piano, che cosa fu l’anti-Roma, ossia ciò, che dall’avvento della città dell’Aquila e dell’Ascia fu soggiogato e che nella sua segreta azione corrosiva e nella sua insurrezione finale chiuse il ciclo della nostra antica civiltà in un crollo?

Tutto un nuovo ordine di studi, da intraprendersi con una mentalità parimenti nuova, con mentalità rivoluzionaria, in Italia dovrebbe prender per oggetto d’esame proprio tali problemi, superando le limitazioni, di cui si è detto. Proporre la creazione di nuove cattedre o pensare a delle riforme, non è l’elemento decisivo, giacché questa, per la sua stessa natura, non è una via che si possa percorrere partendo dall’esterno. Le riforme lasciano il tempo che trovano quando prima non si sia creata una generazione che, per vocazione, e non per mandato o compito assegnato, sappia seguirne i principì. Proprio il recente rivolgimento razzista ci segnala il pericolo, che si creino sì cattedre nuove e nuove discipline, ma che, per il fatto che non si sappia trovare chi presenti la necessaria mentalità e preparazione, si finisca col raggiungere un risultato opposto, vale a dire, col pregiudicare la portata e la importanza di tali discipline.



Julius Evola

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