Civiltà | Attualità di Guénon (I parte)

Nel numero del maggio-agosto 1975 di Civiltà, da cui sono stati tratti importanti articoli che abbiamo abbinato a quelli dello speciale Evola del settembre-dicembre 1974, assunse particolare rilievo un articolo di proprio di Evola, originariamente apparso su “La Vita Italiana” del 1935, finalizzato a  descrivere ed a far conoscere la figura e l’opera straordinaria di René Guénon, che da qualche anno Evola aveva scoperto grazie ad Arturo Reghini, ai tempi del “Gruppo di Ur”. Scoperta che, com’è noto, avrebbe costituito un tassello fondamentale per il definitivo approdo evoliano ai saldi lidi della dottrina tradizionale, che avrebbero cementato e dato piena compiutezza alle intuizioni, agli studi, alle analisi, agli scritti di Evola. All’articolo, la redazione di Civiltà fece precedere questa breve introduzione.

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Si ritiene opportuno ripubblicare, ad un anno dalla morte di Julius Evola, un suo scritto apparso sul fascicolo del febbraio 1935 del mensile «La Vita Italiana», scritto inteso a far conoscere al lettore di allora l’opera del grande tradizionalista francese René Guenon. È stata inoltre aggiunta, in nota, per comodità del lettore, l’indicazione dell’edizione italiana di opere menzionate nel testo.

Malgrado qualche riferimento, di necessità contingente, ad una trascorsa situazione storica, lo scritto di J. Evola appare ancor oggi di immutata, anzi accresciuta attualità. Infatti, se in passato poté pensarsi ad un «innesto» di idee tradizionali su di un regime, il Fascismo, già vivente di un’anima propria, oggi l’assenza di tale supporto consente, sia pure in mezzo ad enormi difficoltà, una possibilità positiva persino più alta: procedere non da un innesto, bensì direttamente delle radici e cioè dai Principi tradizionali affermati nella loro intransigente purezza, svolgendo da essi con autonomia i lineamenti di quell’Ordine Civile cui, per virtù assoluta di una Logica trascendente, ogni uomo degno di tale nome dovrà prima o poi fare ritorno.

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di Julius Evola

tratto da “Civiltà” n. 12-13 maggio-agosto 1975 (già pubblicato su “La Vita Italiana”, febbraio 1935)

Il nome di René Guénon ancora non è che scarsamente noto in Italia, se si prescinde da alcuni ambienti alquanto chiusi e dal pubblico entrato in contatto con le sue idee attraverso una serie di suoi recenti articoli ospitati (in parte sotto il pseudonimo Ignitus) dalla pagina filosofica quindicinale di Regime Fascista. (*)

Se si pone mente come in Italia si sia iniziata l’importazione delle idee di autori, come Keyserling, Massis, Spengler e Benda, non si può che lamentare una tale circostanza. È vero che nel suo paese natale, la Francia, il Guénon è stato in ogni modo sabotato da parte delle forze più oscure, in larga misura da democratici, massoni e ebrei, che son giunti fino al punto di cercar di far scomparire, con veri e propri tranelli, le sue opere dal mercato; vero e anche, che per loro natura, le idee di questo autore sdegnano ogni compromesso atto a cattivarsi il gran pubblico superficiale e dilettantesco, e che il Guénon stesso, nella serietà impersonale con cui si è consacrato alla sua opera, si è sistematicamente tenuto lontano da ogni trivio della pubblicità. Ma queste circostanze accidentali nulla tolgono al fatto che nel Guénon si ha una personalità che per statura spirituale, per serietà e sicurezza di vedute, per una preparazione veramente particolare in fatto di dottrine tradizionali, per autocoscienza, in nessun modo si può mettere sullo stesso piano degli autori sopra citati, che oggi cominciano ad essere introdotti in Italia.

A tale riguardo, mentre sia in uno Spengler che in un Massis e in un Benda, a tacere poi del filosofo da salotto Keyserling, si ha sempre il senso di una teoria personale, di una attitudine voluta più o meno pregiudicata da un momento passionale e quindi insuscettibile ad acquistar significato fuor dal riferimento alla «posizione» dell’autore, nulla di simile è da riscontrarsi nel Guénon. Il Guénon non si stanca mai di ripetere che quel che può risentire della sua persona è ciò che in quanto egli scrive è da trascurarsi come cosa priva di valore. In una polemica, egli una volta ebbe a chiedere, se si sia poi ben sicuri che un «R. Guénon» esista realmente o sia solo un simbolo.

In questa battuta ironica vi è effettivamente un contenuto di verità riportantesi direttamente ad una delle principali tradizioni, cui il Guénon si riferisce. Secondo tale tradizione, quel pensiero, che merita un tal nome, è qualcosa di superpersonale. Il mondo dei princìpi è universale, ben distinto da tutto ciò che è opinione e tendenza dei singoli: ed è dunque cosa contingente che esso in un determinato tempo e in un determinato luogo si esprima attraverso l’una persona o l’altra. Vedremo fra breve le applicazioni di una tale veduta, la quale – diciamolo fin d’ora – nulla ha a che fare col volgare razionalismo.

L’attività del Guénon risale ormai a ben più di un decennio, e i suoi libri obbediscono ad un piano ben stabilito, che essi son andati ordinatamente svolgendo. In una rivista, come Vita Italiana, dovremmo soprattutto occuparci della parte dell’opera del Guénon che ha dei riferimenti politici e sociali. Senonché prender tale parte isolatamente è impossibile. Il metodo del Guénon è rigorosamente deduttivo. Il suo punto di vista reazionario, «rivoluzionario» e tradizionalista è, in primis et ante omnia, un punto di vista spirituale e metafisico, e appunto il fatto che le sue deduzioni sociali, politiche e di critica del mondo moderno prendono riferimento da tale piano e mantengano con esso la più stretta solidarietà, conferisce alle vedute del Guénon una portata ben diversa di quella di tanti altri, con i quali purtuttavia, nell’esteriorità, esse possono avere dei tratti comuni. Quindi è necessario dar qui un rapido cenno delle opere del Guénon nel loro insieme.

Il compito iniziale è puramente negativo, e se ne può chiarire il senso come segue. Chiuso nella tenaglia del materialismo, l’Occidente negli ultimi tempi è stato pervaso da un émpito confuso verso qualcosa di «altro», non sapendo però giungere che a forme incomposte, equivoche, irrazionali le quali, contraffacendo la vera spiritualità, hanno costituito, alla fine, un pericolo altrettanto reale e grave, quanto quello del materialismo, contro il quale erano partite. E così che il Guénon ha creduto bene procedere, anzitutto, ad una critica demolitrice delle correnti « neospiritualiste» più in voga e più caratteristiche per la deviazione moderna. E ciò ha anche avuto una ulteriore ragion d’essere. Tale è infatti la mentalità di certi ambienti, che oggi non si può più parlare di qualcosa di trascendente, di qualcosa che vada oltre i trivi o del materialismo, o dello scientismo, o di una morta filosofia da università, senza che ci si attiri addosso l’accusa di esser dei mistici, o dei teosofi, o degli … spiritisti. Purtroppo, noi stessi, in Italia, sappiamo per esperienza personale qualcosa di ciò … Quindi, ad evitare ogni equivoco, il Guénon ha cominciato col metter le cose a posto a tale riguardo.

Lo spiritismo è stato il primo a cadere sotto i suoi colpi. Il suo libro L’erreur spirite (1) (Paris 1923) merita veramente di esser letto, perché in nessun altro si trova una mise au point del genere. Bisogna, a questo proposito, comprendere l’attitudine del Guénon: egli non contesta per nulla la realtà di certi fenomeni, ritenendosi anzi fondato ad ammettere molto di più di quel che non possano i volgari spiritisti. Quel che egli afferma, ponendosi dal punto di vista di una dottrina che trova espressione sia in certi aspetti della tradizione cattolica, sia negli insegnamenti di chi, come gli Orientali, purtuttavia erano così addentro in tema di fenomeni psichici – quel che egli afferma, è che tali fatti (medianità, ecc.) non hanno nessun valore veramente spirituale; che ogni interesse per essi, diverso da quello di una fredda constatazione oggettiva, è malsano ed è incentivo di degenerescenza; che l’ipotesi spiritica (cioè l’ipotesi, che come agenti in tali fenomeni siano gli spiriti disincarnati e sopravviventi dei morti), oltreché, arbitraria, è in se stessa contradditoria e che soltanto aberrante è la pseudoreligione che ne deriva in certi ambienti. Spiragli oltre il «normale» possono pur aprirsene, ed anche altrimenti vasti, ma con ben altri metodi e con ben altra attitudine interiore, se di «spiritualità» si deve parlare. Il punto importante, presso questa prima critica del «pericolo spiritualista», è quello della consapevolezza, che esiste una «spiritualità» la quale, lungi dall’aver un qualche carattere sovrannaturale, significa solo regressione in stadi prepersonali e quindi in fondo subspirituali, e che in ciò in fondo naufraga la gran parte di quei movimenti contemporanei, i quali si illudono di far dell’antimaterialismo e dell’antirazionalismo, e di «superare» come che sia quegli insegnamenti tradizionali, che essi più non comprendono.

In connessione a ciò, un secondo colpo cade sulla teosofia anglo-indiana e sue derivazioni più o meno occultistiche, umanitarie e internazionaliste, per le quali vien proposto il termine di «teosofismo» (Le Théosophisme – Histoire d’une pseudoréligion, Paris, 1921). Il Guénon si mostra terribilmente informato di tutti i retroscena privati del movimento, e non ne risparmia, per mostrare la qualità torbida di simili acque. In pari tempo mette in luce tutto quel che nel teosofismo si risolve in morbosa divagazione di menti confuse, mista a singolari travisamenti di dottrine antiche o orientali per via dei peggiori pregiudizi occidentali.

Elena Petrovna Blavatsky, fondatrice della “Società teosofica” a New York, nel 1835. Guénon ed Evola distinsero nettamente la “teosofia” tradizionale come pura via conoscitiva al sacro rispetto alla rielaborazione sincretistica e deviata che ne venne data dalla Blavatsky, che per questo fu bollata come “teosofismo”

Ed anche qui, come l’antispiritismo del Guénon non vuol dire filisteismo positivista, ma proprio il contrario, così pure il suo antiteosofismo parte unicamente dal bisogno di riportare alla loro giusta luce certe dottrine tradizionali e spirituali, a cui lo stesso teosofismo vorrebbe rifarsi, non giungendo invece che a contraffazioni e falsificazioni più dannose di tutto. È poi da notare che l’insieme di tali considerazioni e critiche non ha un carattere astratto, semplicemente teorico: il Guénon si preoccupa essenzialmente delle conseguenze che, attraverso vie invisibili per i più, ma non per questo non meno reali, da certe confusioni di idee e da certe insane evasioni moderne possono derivare in sede sociale, in senso di maggior disorientamento della psiche collettiva. Infine, il Guénon non fa mistero di aver ricevuto un avviamento alla comprensione di ciò che egli chiama «realtà tradizionale» dallo studio e dal contatto di dottrine orientali. Ora, a tanto si è giunti oggi che, non appena si parla di Oriente, se si mettono da parte i morti cataloghi degli specialisti «orientalisti», subito si pensa a teosofia, a panteismo, a Gandhi, Tagore e compagni. Ciò che l’Oriente ha di severo, di virile, di luminoso, di suscettibile a fornire dei punti di riferimento per gli aspetti più profondi del problema della crisi della nostra civiltà e della nostra società, per il Guénon, non ha assolutamente nulla a che fare con tutto questo. Da qui, la ragione ulteriore di queste critiche del Guénon e anche delle esposizioni contenute nell’altro libro: Introduction générale aux doctrines indoues (2) (Paris, 1921), nel quale già si inizia il confronto fra la civiltà occidentale e quella orientale e la critica del mondo moderno.

Lo sviluppo di questi ultimi temi in forma sistematica e totalitaria si trova però nelle ulteriori opere Orient et Occident (3) (Paris, 1924), La Crise du Monde moderne (4) (Paris, 1927) e anche Autorite’ spirituelle et pouvoir temporel (5) (Paris, 1930), che son quelle più accessibili al gran pubblico e più atte a fornire una visione superiore dei massimi problemi sociali e politici dell’era attuale. Si tratta di una critica radicale della civiltà occidentale o, per dir meglio, della civiltà moderna, poiché per il Guenon l’opposizione vera non è tanto quella fra Oriente e Occidente, quando quella fra civiltà moderna e civiltà antica.

La civiltà antica, quale civiltà «tradizionale», sia pure in diversità di forme di espressione, relative alle circostanze contingenti di tempo, di razza, di mentalità e di luogo, avrebbe obbedito, sia in Oriente che in Occidente, a comuni princìpi. La sistematica negazione di tali princìpi, fino ad una completa antitradizionalità, è ciò che invece caratterizza il mondo moderno, è ciò che ne fa l’antitesi non solo dell’Oriente, ma anche dell’antico e migliore Occidente e che d’altra parte sta a fondamento della sua crisi profonda, interiore e esteriore, intellettuale e sociale.

Il carattere negativo, decadente, del mondo moderno per il Guénon risiede essenzialmente nella perdita di contatto con la realtà «metafisica» e nel conseguente estinguersi di tradizioni dominatrici e viventi traenti il loro diritto e la loro autorità dal deposito di valori, princìpi e insegnamenti parimenti di carattere «metafisico».

Che cosa intende il Guénon per « metafisico» e per «realtà metafisica»? Questo e il punto fondamentale, che a molti risulterà difficile, perché riferentesi a orizzonti oggi non più conosciuti e insuscettibili ad esser riportati ad una qualunque delle categorie della cultura moderna. Quando il Guénon parla di metafisica, infatti, per prima cosa egli tiene a dichiarare che con questo non intende per nulla riferirsi ad una «filosofia», quindi anche a quei rami di essa che oggi portano – abusivamente – lo stesso nome. Il termine «metafisica» nel Guénon trae il suo senso dal riferimento ad un piano essenzialmente superrazionale. Di là da tutto ciò che è condizionato dal tempo e dallo spazio, che è soggetto a cangiamento, che è intriso di particolarità e di sensibilità, esiste un mondo di essenze intellettuali, non come ipotesi o astrazioni della mente umana, sibbene come la più reale delle realtà. L’uomo potrebbe «realizzarlo», cioè averne una esperienza diretta così certa, quanto quella mediatagli dai sensi fisici, quando riesca ad elevarsi ad uno stato, appunto, superrazionale o, secondo il termine del Guénon, di «intellettualità pura», cioè ad un uso trascendente dell’intelletto discioltosi da ogni elemento propriamente umano, psicologistico, affettivo, e così pure individualistico o «mistico»: ed è in relazione a ciò, ossia ad una specie di realismo trascendente che intende elevarsi ben più in alto del mondo delle stesse religioni, congiunto ad una ascesi interiore, che dal Guénon viene usato il termine «metafisica».

La posizione, come può vedere chi si sia occupato di studi del genere, è tutt’altro che nuova. Peraltro, il Guénon si dichiara avversario irriducibile di tutto ciò che è «nuovo» e « moderno» e nell’idea che l’esser «originale» e «personale», anziché l’esser vera, decida dell’importanza di una dottrina, egli accusa una delle più singolari deviazioni della mentalità contemporanea.

Nella dottrina della «realtà metafisica» il Guénon vuol solo indicare la premessa che fu sempre riconosciuta dovunque si ebbe un tipo normale e creativo di civiltà.

segue nella seconda parte

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Note

(*) Tale pagina filosofica ebbe nome Diorama Filosofico. Alcuni articoli di René Guénon-Ignitus sono apparsi nel vol. I (relativo agli anni 1934-35) dell’antologia di Diorama Filosofico, edito sotto tale titolo dalle Edizioni Europa, Roma 1973 (N.d.C.).

(1) Errore dello spiritismo, Rusconi, 1974 (ora Luni editore, 2014).

(2) Introduzione generale allo studio delle Dottrina indù, Edizioni Studi Tradizionali, Torino, 1965 (ora Adelphi, 1989).

(3) Oriente ed Occidente, Ed. Studi Tradizionali, Torino, 1965 (ora Adelphi, 2016).

(4) La crisi del mondo moderno, Ed. dell’Ascia, Roma. 1953 (ora Edizioni Mediterranee, 2015).

(5) Autorità spirituale e Potere temporale, Rusconi, 1972 (0ra Adelphi, 2014).



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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