Civiltà | L. Burani – Un incontro nel 1930

(tratto da Civiltà, Speciale Evola, num. 8-9, set.-dic. 1974)

di Leonardo Burani

Si era forse nel lontano 1930. Ricordo quel pomeriggio domenicale e la noia di un passeggiare senza scopo per le vie di Roma. In Piazza Nicosia, da un portoncino socchiuso, che poi seppi essere l’ingresso della «Biblioteca filosofica››, mi arrivarono le voci di una discussione. Incuriosito, mi affacciai timidamente, provai ad entrare, e, visto che nessuno trovava a ridire, mi sedetti in fondo alla sala. La noia sparì d’incanto perché mi accorsi subito di trovarmi di fronte a persone di reale valore e di grande apertura mentale (non sapevo ancora, allora, quale felice e rara circostanza sia questa!).

Tra gli interlocutori mi colpì particolarmente un giovane prestante, e di grande avvenenza, che sentii chiamare Evola. Dal suo contegno, dalle sue parole, emanava un tal senso di forza e tranquilla sicurezza che se ne restava soggiogati, sì da trovare del tutto naturale il suo primeggiare tra gli altri. Potei godere di quelle riunioni poche altre volte prima delle vacanze; nell’autunno, non vennero più riprese.

Solo dopo molti anni rinnovai i contatti con Evola, con le  opere prima, con la persona poi. L’età e l’impedimento fisico ne avevano mutato l’esteriorità, ma mi parve di notare un approfondimento interiore ed un nuovo senso di umanità che rendevano più accogliente e più suggestiva la sua figura.

Come l’estinguersi di uno dei sensi ci chiuderebbe una delle finestre attraverso le quali il mondo fisico si manifesta alla nostra coscienza, così, con la morte di Evola, una finestra verso il mondo spirituale ci si è chiusa, lasciandoci il penoso senso di una mancanza che non potrà essere sostituita. La nota che segue tratta uno degli argomenti che hanno fornito oggetto di una conversazione tra noi.

La terza dimensione della storia non deve dunque essere fatta evaporare nella nebbia di astratti concetti filosofici e sociologici, ma va pensata come un “dietro le quinte”, dove operano precise intelligenze.

Julius Evola

In questi ultimi anni la corsa degli eventi si è così accelerata, ed è ormai così evidente l’abisso involutivo verso il quale l’umanità sta precipitando, che molte delle idee che fino a poco tempo fa erano di pochi, di quei pochi che, incuranti degli allettamenti e delle intimidazioni del mondo della cultura di attualità, aspiravano a risalire dagli effetti alle cause, cominciano a baluginare – tra dubbi e perplessità – nella mente di molti e se ne può ora parlare, sicuri che l’interesse per certi argomenti non potrà che accrescersi nei tempi che seguiranno.

Quando stanchi, annoiati, disgustati dalle logomachie e dagli indottrinamenti dei cosiddetti «uomini di cultura››, voltiamo pagina, e, magari contando solo sulle nostre povere forze, ci mettiamo ad indagare i problemi dell’esistente, ci aspetta una sorpresa gradita: un patrimonio di conoscenze fondamentali riemerge da quella Tradizione che la cultura di attualità nega e che ha cercato di screditato in tutti i modi. Si tratta di conoscenze che, quando siano state liberate dalle strutture deformatrici con le quali ci sono state presentate (magari fin dai tempi della nostra infanzia), si manifestano ancora fresche, vitali, e capaci di dare un aspetto ai mille problemi che la vita di ogni giorno ci propone. È appunto di ogni giorno la constatazione che eventi storici recenti, di cui abbiamo una conoscenza diretta, ci vengono presentati, dagli attuali strumenti di informazione, nel modo più bugiardo e falso. Se credessimo che l’opera di falsificazione si è iniziata solo ora saremmo veramente ingenui: indubbiamente la tecnica ha ora elaborato strumenti particolarmente efficaci, ma la mistificazione dura certamente da secoli.

A persuadercene basta pensare a come viene presentato il medioevo e come esso appare ai nostri occhi quando, liberandoci dai luoghi comuni e dai paraocchi del conformismo, cerchiamo di farcene un’idea più veritiera.

La mistificazione raggiunge il suo apice quando arriva a prospettarci l’uomo come “re del mondo animale”, e di questa qualifica – che in sostanza considera l’uomo come animale particolarmente dotato, ma sempre animale tra gli animali – mira a farcene paghi e magari orgogliosi. L’argomento è così importante che merita di essere trattato a parte, qui si vuol solo far notare che in questo caso, come in tanti altri che osserviamo ogni giorno, a patire il danno dell’azione falsificatrice non è più un singolo uomo, o una collettività umana, ma l’uomo in genere e senza eccezioni. Ne consegue logicamente che quando si volesse cercare la fonte prima di questa azione, si dovrebbe trascendere l’ambiente umano. E quello che facevano i nostri avi che, saldamente ancorati in una concezione cosmogonica capace di soddisfare almeno le più elementari esigenze dello spirito, davano il dovuto posto, tra i tanti modi di essere in cui la Creazione deve necessariamente articolarsi, anche ad invisibili entità malefiche capaci di esercitare occultamente la loro azione sull’uomo. Oggi l’idea suscita scandalo ed il più clamoroso dissenso (addirittura lo scherno) degli «uomini di cultura››, ma è già stato fatto osservare che i nostri avi procedevano come ora procede lo scienziato che, ben lungi dall’attribuire cause spontanee alle malattie dell’organismo individuale, cerca e combatte i germi patogeni che le causano.

Che la società umana sia gravemente ammalata è ormai fuori discussione, in questo caso però si pretende che la malattia sia una spontanea manifestazione dell’organismo sociale, ed il ricercarne le cause vere viene impedito da un’opera di falsificazione che dura appunto da secoli. Viene anzi fatto di pensare che se, come ormai pare chiaro, il movente segreto che ha mosso e muove quella che si suol chiamare «civiltà›› contemporanea, sia quello di chiudere progressivamente alla coscienza umana tutte le porte verso lo spirito, per realizzare tale intento la prima cosa da farsi era quella di stendere un velo dietro al quale le forze malefiche potessero operare occultamente senza destare sospetto. L’integrità di quel velo doveva poi essere difesa con ogni mezzo e l’opera di intimidazione e di condizionamento è stata tale che chi ora tenti anche solo di sollevarne un lembo attira automaticamente su di sé il più generale e clamoroso discredito. Anche l’entità di questa reazione dovrebbe apparirci sospetta e farci comprendere che preclusioni tanto violente debbono nascondere qualche cosa di sostanziale.

A dimostrare come certi atteggiamenti non siano dovuti ad obiettività e non manifestino quella razionalità che vantano, si può ancora aggiungere che mentre si respinge con sdegno l’ipotesi che un’azione occulta venga esercitata su di noi da agenti esterni (malgrado che l’esperienza abbia dimostrato che le suggestioni subliminali sono possibili), si accetta, senza batter ciglio, – con la psicanalisi – che un’azione inconscia (quindi occulta) possa essere esercitata dall’interiorità della stessa persona. Per chi tuttavia sia ancora restio ad accettare queste idee si può pur sempre osservare che, accettandole anche solo da un punto di vista formale, se ne avvantaggiano molto le possibilità discorsive, così che il discorso acquista in concisione ed in chiarezza.

Un punto però deve essere posto in tutta evidenza, ed è questo: tutto ciò ch’è diabolico porta in sé le cause della propria distruzione. Il fatto è così caratteristico che potrebbe servire per definire ciò che per diabolico si intende (il che, a livello metafisico, non mancherebbe di schiudere ampie vedute alla nostra intuizione).

Uno dei fenomeni più importanti che ci sembra di poter notare nei tempi moderni (e particolarmente nei tempi ultimi) è che si va creando una netta distinzione tra gli uomini; l’umanità si va dividendo in due schiere, similmente a quanto avviene in un miscuglio di metalli quando sia sottoposto all’azione di un campo magnetico: da una parte si raccolgono i ferromagnetici, dall’altra i diamagnetici.

Ad esercitare l’azione separatrice sono, nel nostro caso, le forze a cui abbiamo accennato: esse agiscono in un determinato modo, ma solo chi vi sia esistenzialmente predisposto (anche se si tratta della stragrande maggioranza) può subirne l’effetto. Non è da tutti infatti adattarsi ad una società in cui la falsificazione e l’adulterazione vengono elevati a sistema, ‘in cui tutto è strumentalizzato a fini eversivi, in cui l’utilitarismo e l’edonismo diventano i moventi essenziali delle azioni umane” (come non ricordare la figura di Mefistofele?).

C’è chi per tutto questo sente tedio e sdegno, e lo sdegno tanto più cresce quanto più le pressioni esterne si fanno incalzanti. Appartenere alla schiera non conformista, non sentirsi elemento del gregge, è dunque una questione esistenziale, e non è dovuto a superbia, ma a coerenza, riconoscere ai ribelli (nel senso detto) una maturità interiore che li situa ad un livello ben superiore agli altri.

Da questa divisione e dalle cause che la determinano ne discendono molte conseguenze: per accennare a qualcuna si può osservare che una civiltà autentica, che tragga vita ed alimento dai valori spirituali, non può venire che da una delle due schiere (da qui il titolo di questa rivista); i due mondi sono contrapposti e tra di loro non possono esserci possibilità di in-tesa altro che su questioni tattiche non fondamentali; il «colloquio», che non senza ragione è ora tanto di moda, è inopportuno e dannoso per i migliori. Quando infatti si parta da livelli diversi il colloquio può avvenire solo al livello più basso, ed è un trucco dialettico mediante il quale l’inferiore perviene a togliere di meno al superiore le armi di cui questo dispone. La cosa è particolarmente evidente quando un religioso «colloqui›› con un miscredente, tanto che sorge sempre il dubbio che si tratti di una commedia.

“l’umanità si va dividendo in due schiere, similmente a quanto avviene in un miscuglio di metalli quando sia sottoposto all’azione di un campo magnetico: da una parte si raccolgono i ferromagnetici, dall’altra i diamagnetici.”

Quando da ogni parte forze avverse operano contro di noi, nascondendo o falsificando notizie, ordendo intrighi, calunnie, inventando piste nere, archi costituzionali, e si vede quanti e quali mezzi siano impiegati per colpirci, può accadere di pensare che la nostra rivolta interiore sia sterile, ed insufficiente l’azione di quanti di parte nostra praticano la politica attiva. Pensare in questo modo vuol dire cadere nella trama dell’avversario e dimostra come non ci si sia ancora totalmente liberati dalla mentalità materialistica.

Anzitutto sono troppi gli esempi che quotidianamente cadono sotto i nostri occhi perché si possa ancora dubitare che il diabolico abbia una meta finale diversa dall’auto-distruzione. Si deve poi non sottovalutare l’impulso di rivolta interiore che cresce dentro di noi e giganteggia sotto l’incalzare delle forze avverse. Si tratta di una forza reale, imperitura, di un contenuto animico che all’uomo non è stato donato (come il suo corpo materiale), ma che l’uomo si va conquistando via via, sotto il rovello dell’azione diabolica. Ove questa forza non si esaurisca in atteggiamenti inconsulti, o in vaneggiamenti sterili, è destinata a produrre in futuro grandi conseguenze: e forse in questo tribolato tempo che si vanno creando le premesse perché un’umanità futura, liberata per sempre dalle ideologie materialistiche, possa ritrovare la giusta strada.

 



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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