Civiltà | La cultura sotterranea (I parte)

Il numero speciale di “Civiltà” dedicato ad Evola riproponeva un saggio di Gianfranco De Turris inizialmente scritto come premessa al volume “Citazioni” del 1972, come spiegato in questa nota editoriale che lo introduceva proprio nella ripubblicazione su “Civiltà”:

Al fine della completezza informativa di questo numero dedicato ad Evola, crediamo indispensabile ripubblicare l’ottimo saggio di Gianfranco de Turris «Evola, o della cultura sotterranea», premesso al volume «Citazioni» (a cura di Giovanni Conti), Editore Giovanni Volpe, Roma, 1972. Ad esso l’autore, oltre rare correzioni, ha aggiunto poche note di completamento. Chi volesse ampliare la tematica può riferirsi ai due libri curati da de Turris, nei 75 anni del Maestro: Testimonianze su Evola (Edizioni Mediterranee, Roma 1973) e Omaggio a Evola (Volpe, Roma 1973).

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di Gianfranco De Turris

(da “Civiltà” n. 8-9 settembre-dicembre 1974)

Nel 1970 apparve su di un grande quotidiano milanese, un articolo firmato da Alberto Arbasino (che ha fama di essere il più raffinato, colto e snob tra gli intellettuali italiani) dedicato ai «maestri occulti» della cultura contemporanea. A suo giudizio una simile impegnativa definizione la meritavano i francesi Bataille e Klossowski. Non crediamo di andare troppo lontano dal pensiero di molti rappresentanti della giovane cultura, se di Destra se indicheremo invece come tali un francese e un italiano, due personalità che hanno veramente influenzato in modo «occulto» e «sotterraneo» la cultura europea di questi ultimi cinquanta anni: René Guénon e Julius Evola. Ed è di quest’ultimo che qui vogliamo parlare, presentando un volumetto di «citazioni» estratte dai suoi libri, dai suoi articoli, dai suoi saggi.

L’impresa, però, non può certo definirsi semplice in quanto Evola non è uno di quegli autori che è possibile condensare in poche righe, sia per la non ortodossia del suo pensiero, sia per le molteplici direzioni in cui di volta in volta esso si è indirizzato. Cercheremo tuttavia di fissare alcuni punti base che maggiormente possono interessare i lettori del presente lavoro in vista di un maggiore approfondimento dell’opera evoliana. In questo siamo facilitati da una sua non comune capacità: quella, cioè, di essersi occupato a fondo di un gruppo di problemi alla volta, prima artistici, poi filosofici, esoterici, politici, esistenziali e così via.

Nato a Roma il 19 maggio 1898 Julius Evola ha, dunque, compiuto settanta anni nel 1968, ma la data è stata fatta passare sotto silenzio dall’intellighentia ufficiale e ufficiosa italiana. Eppure Evola ha al suo attivo ben venticinque libri di vario argomento, innumerevoli articoli e saggi centrati sui problemi più disparati, moltissime e importanti traduzioni ed edizioni (da Guénon e Spengler a Meyrink, per citare due generi opposti), senza contare che le sue opere maggiormente significative sono apparse anche in Francia, Germania ed Inghilterra dove hanno ottenuto lusinghieri apprezzamenti di specialisti le successo di pubblico. Nonostante tutto questo, però, gli echi sulla stampa sono risultati scarsissimi, e l’unico contributo critico di una notevole lunghezza e serietà e risultato il volumetto Julius Evola: l’uomo e l’opera di Adriano Romualdi, apparso nel 1968 ed ora alla sua seconda edizione. Ancora nel 1969, dopo una inchiesta effettuata da un settimanale radicale (1) sui giovani di Destra, c’era chi si poteva permettere di scrivere subito dopo nella rubrica delle lettere della rivista «Julius Evola! Chi è costui?». (2) Tale domanda-risposta di sapore donabbondiesco dà veramente un po’ la misura di quale sia ancor oggi in Italia la situazione di questo pensatore anticonformista, nonostante che, come si dirà in seguito, qualcosa stia ormai, abbastanza sensibilmente, mutando. E la dimostrazione è data addirittura dalla stessa pubblicazione mondadoriana che, dopo aver trattato senza cognizione di causa Evola, a distanza di poco più di due anni, addirittura l’intervistava riconoscendone esplicitamente l’importanza. (3)

In quest’opera è riunito il saggio “Julius Evola: l’uomo e l’opera”, corretto ed aggiornato, insieme ad altri articoli di Romualdi su Evola pubblicati fra il 1960 e il 1972

Perché questa strana contraddizione? Spiega Romualdi: «Ma, in effetti, chi dovrebbe ricordarsi di un autore così scomodo e così isolato, così difficilmente etichettabile e catalogabile, estraneo a tutte le cricche, le mafie e le accademie che in Italia, per vetusta tradizione, formano “la cultura”? Non gli “intellettuali”, questi incorreggibili ignoranti che ragionano per casellari e per i quali Evola, che non risulta in nessuna casella, non esiste. Non gli accademici, questi tecnici di uno specialismo sempre più miope, una casta boriosa e gelosa delle sue tecniche, quasi la casta degli imbalsamatori di mummie dell’antico Egitto». (4) E non sembrino esagerate queste dure parole, perché in pratica è avvenuto esattamente così: ieri come oggi il migliore atteggiamento nei confronti di un autore scomodo è il silenzio, il boicottaggio. Ma in un mondo come l’attuale in cui le notizie sono diffuse – e si apprendono – soprattutto attraverso i mass-media, non parlando dello sfortunato in questione, coprendo di ostracismo il suo lavoro e le sue opere, nessuno o quasi ne conoscerà mai l’esistenza e le idee: i detentori della « persuasione occulta», per democratici che si professino, saranno così riusciti a far dimenticare un avversario. Evola stesso se ne rende ben conto, sa di questo suo handicap che deriva dall’impostazione ideologico-politica del proprio pensiero, ma non se ne preoccupa: così ha infatti risposto a Enrico de Boccard che gli aveva posto una precisa domanda in proposito: «Per quel che riguarda l’ostracismo di cui sono effettivamente l’oggetto nella cosiddetta grande stampa e nelle cricche che la controllano, bisogna partire dalla premessa che, per loro stessa natura, le idee che io difendo, i valori che io revoco, non possono parlare che ad una minoranza. E questa minoranza, a poco a poco, malgrado tutto potrà essere raggiunta. A parte il fatto che sei delle mie opere sono state tradotte in francese, cinque in tedesco, una in inglese, in Italia tutti i miei libri, eccetto i recentissimi, o sono esauriti, o esistono solo in riedizioni, il che attesta la presenza di un mio pubblico fedele e attento il quale basta a che editori non impauriti dalla mia stupida «tabuizzazione» possano stampare senza rischi materiali quel che scrivo, a dal punto di vista individuale e spirituale, il problema per me non ha rilevanza, dato che ho sempre seguito la massima di una antica etica, cioè: fare ciò che deve essere fatto, senza guardare né al successo né all’insuccesso, il più impersonalmente possibile». (5)

Ma, insomma, chi è Julius Evola? Chi è quest’uomo che fa tanta rabbia ai gazzettieri di sinistra da costringerli, in mancanza di una seria critica d’ordine filosofico e culturale (per cui sono sostanzialmente impreparati), a ricorrere ad insulti di bassa lega? Chi è questo pensatore del quale sono stati letti brani di libri nella Facoltà di Lettere di Roma occupata dai «contestatori» nel 1968; le cui idee tanta gioventù su posizioni di Destra intellettuale ed esistenziale sembra preferire a quelle di un Giovanni Gentile? Rispondere a questa domanda non è facile come può apparire: una cosa si deve piuttosto constatare subito: tramite i suoi scritti Evola sta diventando un po’ il «simbolo» per moltissimi giovani, tutti quei giovani che, dopo venticinque anni di vuoto ideologico, non essendo passati all’altra sponda politica, vogliono qualcosa in cui credere. Tanto che si sono visti anche questi estremi: sui muri delle Università di Napoli, Genova e Catania sono apparse scritte del seguente tenore: «Viva Evola!», spesso e volentieri abbinate ad un perentorio «Abbasso Marcuse»; mentre lungo le vie di Milano e stato proposto recentemente uno slogan sintomatico: «Sorel Evola Drieu La Rochelle».

Infatti il pensiero di Evola e la sua attività di scrittore, sviluppatisi in molteplici direzioni ma sempre inseriti in quella corrente che si usa definire «tradizionale», hanno avuto una influenza più vasta di quanto le apparenze non dicano: come negli Anni Cinquanta molti giovani intellettuali «rivoluzionari di Destra» furono colpiti dalle sue idee assimilate attraverso una conoscenza diretta o dai suoi libri, così oggi, a quattro lustri di distanza, una nuova generazione vi attinge nuovamente, lo frequenta, ricerca le sue opere ormai da tempo esaurite. E questo il motivo per cui si deve parlare di un «ritorno» a Evola e non di una «riscoperta», come ci si sarebbe potuto attendere. La presenza di quest’uomo, per molti versi straordinario, è stata sempre immanente nel mondo delle persone colte e anticonformiste che non si lasciano influenzare dalle mode contingenti: come un «fiume sotterraneo» (volendo usare una definizione coniata per Guénon) egli ha lasciato la sua impronta in molti animi. Migliore prova non c’è oltre il fatto che le sue opere sono ristampate con una periodicità di cicli sempre più brevi.

Sarà quindi utile ripercorrere rapidamente l’iter culturale di Evola, sin da quando cinquanta anni fa – subito dopo la prima guerra mondiale cui aveva partecipato regolarmente come ufficiale di artiglieria – appariva per la Collection Dada di Zurigo una brochure intitolata Arte Astratta (1920): essa non solo proponeva per la prima volta un simile termine, ma costituiva anche il suo primo libro. Di questo periodo iniziale, Evola dice nella citata intervista: «Da giovane, in esperienze che non rinnego per nulla, sono stato all’avanguardia dei “controcorrente”, seguendo dapprima il movimento di Papini, quando, nella rivista Lacerba, egli faceva l’individualista anarchico, nichilista e antiborghese; poi, subito dopo la prima guerra mondiale, sono stato il principale esponente in Italia del Dadaismo, il quale non soltanto nel campo dell’arte ma altresì con riferimento ad una visione generale della vita, portò le istanze di un rovesciamento di tutto fino a limiti radicalisti tuttora non superati» (6). In quel suo giovanile ma «profondo scritto» (7) Evola ha lasciato un’analisi ancora insuperata dell’arte dell’epoca, ondeggiante tra desiderio di ordine e di «rottura», tanto che oggi viene considerato da esperti italiani e stranieri come il massimo esponente del Dadaismo nel nostro Paese.

“Paesaggio interiore – ore 10,30”, celebre opera dadaista di Evola esposta alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma

Ma quel suo «nichilismo» – che derivava dalle letture di Nietzsche, Weininger e Michelstaedter – non fu però «solo rivolta contro la bétise bourgeois (8), ma anche volontà di rompere la realtà dei sensi, la normale esperienza di veglia» (9). Di quel periodo barricadiero, in cui si «contestavano» veramente forme artistiche sclerotiche, ottocentesche, passatiste, rimangono diverse poesie, un poema in francese, vari articoli (alcuni pubblicati nella rivista Bleu, apparsa in tre numeri a Mantova e diretta dai poeti Fiozzi e Cantarelli con i quali Evola si mise in contatto su segnalazione di Tristan Tzara), molti dipinti, il tutto eseguito tra il 1916 ed il 1923: Evola, come si e visto, non rinnega nulla, non è da lui, ma considera ormai il loro autore come scomparso da tempo. Il che non gli impedisce, a quarant’anni di distanza, di essere «riscoperto» malgré lui (10): una mostra organizzata nel 1963 fece andare a ruba i suoi quadri, mentre poco alla volta di lui hanno scritto parole lusinghiere specialisti e critici d’arte della serietà di Enrico Crispolti, Guido Ballo, Mario Verdone, Maria Drudi Gambillo, e, tra gli stranieri, Michel Sanouillet, Hans Richter e Josè Pierre. Un suo quadro, e precisamente Paesaggio interiore ore 10,30, è, per il suo valore storico-artistico, conservato nella Galleria Nazionale d’Arte di Valle Giulia a Roma accanto alle opere di Umberto Boccioni.

Si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria, ma giunto alle soglie della laurea il suo disprezzo per i titoli accademici gliela fece rifiutare. Nella sua continua ricerca di una superiore libertà nell’ambito di una diversa dimensione dell’essere, Evola affrontò la stesura di alcuni libri speculativi ad alto livello filosofico in cui portava alle estreme logiche conseguenze l’Idealismo (Saggi sull’Idealismo Magico, 1925; Teoria dell’Individuo Assoluto, 1927; Fenomenologia dell’Individuo Assoluto, 1930), per poi passare ad interessarsi di dottrine orientali come i Tantra ed il Taoismo (Il libro della Via e della Virtù, 1923; L’uomo come potenza; 1926), sino a giungere a quella esperienza veramente unica che fu il «Gruppo di Ur». «La parola ‘ur’», spiega egli stesso nel Cammino del Cinabro (una guida attraverso i suoi libri, più che una autobiografia), «era tratta dalla radice arcaica del termine “fuoco”, ma vi era anche una sfumatura additiva, nel senso di “primordiale”, “originario”, che essa ha come prefisso in tedesco» (11): con questo nome veniva individuato un gruppo di persone che costituitosi verso la fine del 1926, si era assunto come compito di trattare le discipline esoteriche ed iniziatiche dando un particolare risalto al lato pratico e sperimentale di esse.

Così sotto la direzione di Evola, tra il 1927 ed il 1929, uscì una serie di fascicoli monografici mensili, coordinati tra loro per offrire uno sviluppo progressivo della materia, sotto il nome di Ur, poi Krur, «rivista di indirizzi per una Scienza dell’Io»: al termine di ogni annata essi venivano riuniti in un volume in pelle di soli cinquanta esemplari che costituirono alla fine i tre temi di Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io (12). Ma cosa significava per Evola ed i suoi collaboratori la parola «magia»? Essa, spiega l’interessato sempre nel Cammino del Cinabro, «andava presa in un senso traslato, non corrispondente a quello popolare e nemmeno a quello usato nell’antichità, perché non si tratta di certe pratiche, reali o superstiziose, volte alla produzione dell’uno o dell’altro fenomeno estranormale. Parlando di magia si voleva piuttosto significare che l’attenzione del gruppo si portava essenzialmente su quella speciale formulazione del sapere iniziatico che obbedisce ad un atteggiamento attivo, sovrano e dominativo rispetto allo spirituale» (13).

La seconda esperienza giornalistica di Evola (anzi la terza se si considera la sua condirezione di Noi con Prampolini e Nicolai nel 1920) fu La Torre «foglio di espressioni varie e di tradizione una» apparso in dieci numeri dal febbraio al giugno 1930 quando venne soppresso. Nel quindicinale scrissero anche un De Giorgio e un Servadio e vennero presentati autori come un Guénon ed un Bachofen. Intanto la notorietà di Evola nel mondo della cultura italiana dell’epoca era in continua ascesa, nonostante la giovane età (trent’anni) e pur se con il concorso di violentissime polemiche giornalistiche suscitate, sia negli ambienti politici ultraortodossi, sia soprattutto in quelli cattolici, a causa della pubblicazione prima su Critica Fascista di Bottai (1927-1928), poi in volume (Imperialismo pagano, 1928) di teorie fortemente anticristiane.

Di seguito a tale esperienza vennero due libri molto particolari: La tradizione ermetica (1931) e Maschera e volto della spiritualismo contemporaneo (1932). Il primo è un’originalissima disamina dell’aspetto magico, esoterico e simbolico dell’alchimia; il secondo, una analisi estremamente critica di quelle correnti di pensiero che, secondo Evola, invece di elevare l’uomo dal razionalismo moderno e dal materialismo lo portano ancora più in basso: spiritismo, teosofia, antroposofia, psicanalisi.

segue nella seconda parte

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Note

(1) Gianni Farneti, La destra giovanile lancia bombe e contesta il MSI, in Panorama n. 147, 6 febbraio 1969, pagg. 18-19.

(2) Cfr. Panorama n. 149, 20 febbraio 1969, pag. 5.

(3) Renzo Rosati, Il filosofo dell’individuo “superiore”, in Panorama n. 270, 17 giugno 1971, pag. 30.

(4) Adriano Romualdi, Julius Evola: l’uomo e l’opera, Volpe, Roma, 1968, I ed., pag. 5.

(5) Enrico de Boccard, Julius Evola: conversazione senza complessi con l’«Ultimo Ghibellino», in Playmen n. 2, febbraio 1970, pag. 20.

(6) Ibidem, pag. 18.

(7) Luciano De Maria, Introduzione a: F. T. Marinetti, Teoria e invenzione futurista, Mondadori, Milano 1968, pag. 54, nota 1.

(8) in francese, “stupidità borghese” (N.d.R.).

(9) Adriano Romualdi, Julius Evola: l’uomo e l’opera, cit., pag. 9.

(10) in francese, come facilmente intuibile, “suo malgrado” (N.d.R.).

(11) Julius Evola, Il Cammino del Cinabro, Scheiwiller, Milano 1963, I ed., pag. 90.

(12) Al fine di evitare equivoci e stroncare polemiche interessate, non si sa bene se più ridicole o più pretestuose, è bene precisare un particolare: non ho mai scritto né sostenuto che la tiratura totale della rivista fosse cinquanta copie, ma che cinquanta fascicoli della resa annuale (ogni numero, ci disse Evola, tirava sulle duemila copie), furono rilegati alla fine del 1927, 1928 e 1929 (Nota 1974).

(13) Ibidem, pagg. 91-92.



Gianfranco De Turris

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