Civiltà | M.Tarchi – La rivolta contro l’uomo qualunque

Terzo appuntamento con la nostra rubrica che raccoglie gli articoli dello speciale edito dalla rivista “Civiltà” in occasione della dipartita terrena di Evola. Oggi è la volta di Marco Tarchi, la cui penna ci conduce in un viaggio tra le pagine degli innumerevoli libri e riveste coperte dall’inchiostro di Evola, alla scoperta del messaggio e dell’eredità politica e ideale del Barone. Buona lettura!

Evola nell’impegno politico. La rivolta contro «l’uomo qualunque»

di Marco Tarchi

Il 12 ottobre 1951: di fronte alla corte d’Assise romana, Julius Evola pronunzia la sua autodifesa. In carcere da circa sei mesi, sotto l’imputazione di «ricostituzione del Partito Fascista» (al quale, come ormai risaputo, egli mai aveva neppure aderito, convinto com’era della precarietà di ogni struttura burocratica in un regime pericolosamente oscillante verso il totalitarismo) e di apologia di Fascismo, colui che la polizia ha voluto definire, in un suo rapporto, «maestro e padre spirituale» di una conventicola di esaltati, ovvero degli aderenti ai F.A.R. (Fasci di Azione Rivoluzionaria), subisce per qualche ora la fastidiosa attenzione dei riflettori puntati di una società che, soffocata dai complessi di colpa, lava pilatescamente i vecchi peccati nell’odio per chi ha saputo arrivare sino in fondo alla sua strada, senza tentennamenti e dietro-front.

Sono gli anni cruciali del dopoguerra. Mentre i padroni del vapore, con lo zelo tipico dei neo-convertiti (all’antifascismo), pongono le basi di quel miracolo economico che faciliterà la sopravvivenza del sistema capitalistico, malgrado l’evidenza delle sperequazioni sociali da esso provocate, la destra opera, in un marasma di programmi e di concezioni, le sue prime, basilari scelte.

Dopo gli anni delle battaglie di piazza, si profila, proprio sul versante degli sconfitti della guerra, il momento del rientro sulla scena politica nazionale con un proprio autonomo peso. E l’epoca delle «grandi manovre» degasperiane con gli USA: all’orizzonte si profila il «blocco d’ordine» sturziano. I democratici dalla coscienza sporca già affilano, nell’ombra, le armi che sapranno difenderli da una rinascita nazionalista: la «legge Scelba» tarderà solo di pochi mesi.

In un clima simile, proprio mentre l’affievolimento del partito di Giannini aumenta le tentazioni di scivolamento qualunquista, i giovani dei F.A.R. intendono testimoniare con rinnovata intransigenza l’attaccamento a matrici rivoluzionarie difficilmente compatibili con gli interessi delle forze di governo. Alla loro testa, secondo gli inquirenti (che peraltro non riusciranno ad impedire la sua piena assoluzione), Julius Evola. Resta da chiedersi: perché un sospetto simile, sul conto di un uomo che il suo difensore, Carnelutti, potrà definire «orientato anziché nel senso del fascismo, nettamente contro di esso››?[1] E perché, poi, inversamente, potrà esser tollerata una patente di antifascismo per una delle personalità la cui firma era più di frequente apparsa sui fogli del regime?

Per dare una risposta limpida a questo genere di interrogativi, necessiterebbe una panoramica d’insieme su tutto il complesso rapporto che intercorse tra il pensatore tradizionalista ed il Fascismo, quale esso si manifestò storicamente, al di là e al di fuori delle potenzialità che ad esso si erano potute riconoscere. Non essendo dedicato all’argomento[2], abbiamo creduto opportuno gettare piuttosto uno sguardo al significato che, per Evola, assunsero talune iniziative nel campo intellettuale fascista, ed ai conseguenti effetti che se ne produssero e nel movimento e nel mondo specifico della cultura. Schematicamente, possiamo dividere in due fasi il periodo che va dal primo interesse evoliano per il movimento delle camicie nere alla guerra: il primo (seguito alla fase iniziale di diffidenza per un fenomeno caratterizzato da tratti «plebei», cui non poteva non ripugnare lo spirito dell’aristocratico palermitano educato ad un culto assai diverso da quello della «patria» romantica e del «lavoro›› deificato dal socialismo) che potremmo quasi definire ‘sentimentale’, per l’immediatezza dei sentimenti critici od esaltativi e l’impoliticità delle sue prese di posizione; ed un secondo, contraddistinto dal tentativo di fondare delle basi per un «superfascismo›› in seno al Fascismo, riferendosi a quelle personalità e correnti con cui meno difficile si rivelava trovare  punti di incontro. Il punto reale di partenza dell’esperienza politica di Evola si può situare intorno al 1927: e infatti in quell’anno che il nome del giovane intellettuale susciterà nelle cerchie ufficiali del regime ancora in fase di consolidamento la prima di una lunga serie di polemiche.

Partito da un articolo pubblicato su L’Idea democratica dell’amico Colonna di Cesarò, Evola è ben presto approdato alla rivista di una dei «giovani leoni» della cultura fascista, il cui nome e la cui protezione cominciano a fare autorità: Giuseppe Bottai. Su Critica Fascista, Evola, che ha iniziato a intravedere dietro il mito romano del Fascio e dell’Aquila la volontà di un rinnovamento interiore del popolo italiano, capace di restituirlo agli antichi splendori della «razza di Roma››, muove i suoi primi passi con una noncuranza che gli risulterà fatale. Siamo in tempi di trattative per il Concordato, e nell’aria aleggia già il pericolo di uno stemperamento dei caratteri essenziali del Fascismo in un clima di clericalismo ufficiale, favorito e forse diretto da quegli uomini che dalle strutture diroccate dello Stato liberale sono stati travasati nel corpo di un movimento, che è ancora poco di più di un ribollente calderone, ove uomini, tesi e scuole si alternano di continuo, senza riuscire a trovare una stabile collocazione.

Immagine celebrativa dei patti Lateranensi

All’idea di un ‘dirigismo’ clericale, Evola si ribella con impazienza: mentre pone mano a Imperialismo Pagano, un libro nelle intenzioni destinato a provocare scalpore, e nei fatti rimasto succube di suggestioni il cui carattere ambiguo non sfuggirà all’autore maturo (basti ricordare il sottotitolo: il Fascismo contro il pericolo euro-cristiano, e le tiratine di stampo vagamente massonico contro la resistenza papale alla forza travolgente dell’epopea risorgimentale, diretta a Porta Pia), la sua penna irrequieta trova modo di attirargli la prima sconfessione. Il 15 dicembre 1927, su Civiltà Fascista, appare il suo pezzo a titolo Il Fascismo quale volontà di Impero e il cristianesimo: in esso, poco preso da preoccupazioni diplomatiche, Evola passa all’attacco: 2il cristianesimo” – egli afferma – “va combattuto quanto il bolscevismo, perché fondato sui princìpi umanitari, pacifisti, egualitari.” Una tesi che, certo, non può essere quella di Mussolini; a maggior ragione in un momento in cui, per la prima volta, il Fascismo cerca di presentarsi non più come divisore, ma come unificatore supremo delle volontà e delle opinioni.

Puntuale, nel numero successivo della rivista, Bottai lascia piovere il fulmine: una nota redazionale spiega che l’articolo di Evola «fu, per errore, pubblicato senza una nota redazionale, che spiegava come esso, proseguendo una polemica da tempo intrapresa sulle nostre colonne, non esprimesse che idee personalissime del suo autore. Ma nessuno, crediamo, può averci creduto solidali con uno scritto il quale, più che essere condito di qualche eresia, è tutto un’eresia in ordine a quei rapporti, non di sostanza, che ogni fascista, degno di questo nome, sente intercorrere tra cattolicesimo e fascismo ».[3]

Come esordio, non c’è che dire, niente male. L’ingenuità e la alla legge della giungla hanno tagliato, al giovane una prima via: quella di un inserimento «indolore» nelle sfere dell’ufficialità. E in più, sta quell’accenno al «fascista degno di questo nome», che sta addirittura ad adombrare sospetti di deviazionismo dottrinale.

Ma Evola non è facile allo scoramento. Sin dal suo ingresso nell’arena della cultura politica, egli ha tenuto fermi i postulati della sua precedente esperienza d’avanguardia nel mondo dell’arte: occorre superare il limite, abbattere il criterio della conformità, battere vie assolute. Escono così, sulle pagine di qualche foglio ospitale, alcuni brani in anteprima di Imperialismo Pagano: la polemica che ne segue, serrata e diffusa, è testimoniata in appendice della stessa prima edizione del testa. Lo scopo è raggiunto: ma alienarsi in partenza la simpatia dei circoli di ispirazione cattolica, significa costringersi a scegliere un differente campo d’azione. E poiché gli idealisti (gentiliani o crociani che siano) si riveleranno troppo chiusi nelle loro diatribe e nel loro credo per dare il giusto rilievo alla teoria filosofica elaborata sulle pagine di Teoria e Fenomenologia dell’individuo assoluto (solo Croce si azzarderà a qualche apprezzamento sulla logica filosofica del nuovo autore, e Tilgher ne farà un breve cenno in una sua posteriore antologia), ben presto si porrà, agli occhi di Evola, il problema della creazione di una corrente nuova, ispirata a taluni circoli aristocratici dell’ambiente tedesco.

Arma di questa impresa sarà La Torre, il contrastato mensile diretto da Evola, dalle cui pagine partirà una autentica crociata «super-fascista» tesa a far piazza pulita di quelle correnti e di quelle forze che si sono, a parer di Evola arbitrariamente, appropriate della «cultura›› fascista: in primis il futurismo, condannato nei suoi aspetti bolscevizzanti, e certo squadrismo culturale simboleggiato da fogli quali L’Impero e, in parte, Antieuropa.

Questa esperienza, ancor troppo poco conosciuta, si vorrà già al suo sorgere correttiva nei confronti delle idee espresse dagli uomini del regime, e non esiterà, per una volta ancora, nel mischiarsi alle più aspre polemiche, quando non addirittura nel suscitarle. La formula «élitistica» del giornale, che pubblicherà vari saggi di Bachofen, e si avvarrà di nomi destinati a tornare poi nelle successive esperienze evoliane o più in generale nel mondo culturale nazionale (Servadio, Rossi di Lauriano, Onofri) e non solo nazionale (Krishnamurti, Rémy de Gourmont, Duplessy), sarà così assai spesso messa a dura prova da punti ironici e provocanti, che sfoceranno persino nella descrizione di antefatti e svolgimento di una rissa fra Evola e il direttore di un foglio squadrista, Mario Carli.

E non saranno solo le antipatie evocate a ridurre la portata de La Torre, che pure aprirà dibattiti con senatori e personalità di buon rilievo del regime al fondo della mancata riuscita – sanzionata dallo strangolamento dopo il decimo numero, sotto il pretesto ufficiale di problemi di rifornimento della tipografia – starà soprattutto la mancanza di un materiale umano idoneo a creare la scheletro di una corrente di «rivoluzione conservatrice» del tipo tedesco. Evola, ancora troppo spinto dall’impulso ingenuo, dimenticherà che l’Italia non ha mai posseduto una Prussia, e che lo spirito delle sue trincee, evocato dalle «radiose giornate di maggio›› del ’15, sarà stato assai più frammisto di aspirazioni di rivalsa anche materiale e di rivincita sociale (lo slogan della «terra ai contadini ») che non di preoccupazioni per l’onore, militare e civile, di un Impero e di un popolo, com’era stato da parte tedesca.

La fama di Evola saprà peraltro accrescersi, e la sua firma, malgrado la reputazione di nome «scomodo›› e controcorrente, apparirà sempre più di frequente sui fogli del regime; ma a lui mai si guarderà come il potenziale leader di una corrente culturale, in un’Italia ancora pervasa dall’eredità vociana e dai conflitti tra provincialismo e letteratura da cenacolo. E così sarà sino a che non entreranno in scena altri fattori. In questo senso, assai più che la pubblicazione di Rivolta contro il mondo moderno, che pur troverà, tra i suoi maggiori estimatori, Gottfried Benn ed altri nomi della cultura germanica, varrà l’ormai celebre incontro con Roberto Farinacci.

Il Regime Fascista, quotidiano cremonese diretto da Roberto Farinacci

Nel binomio Farinacci-Evola, d’altro canto, erano già racchiuse le potenzialità di una «svolta» politico-culturale. I due personaggi scomodi del regime, il politico intransigente sempre più trasportato nelle correnti torbide degli accordi con i potentati economici e religiosi, e l’eretico della cultura, l’epurato di Critica Fascista, l’uomo cui i giovani de Il Saggiatore dedicavano acidi commenti sotto il titolo «Il magico barone», ma altresì puntate della loro inchiesta sulla «nuova generazione››, consci com’erano di non poterne passare sotto silenzio le idee, trovavano, in quell’incontro, due vie parallele, destinate a portarli avanti sulle loro strade, senza intralci reciproci.

Farinacci vedeva finalmente a portata di mano la realizzazione del suo sogno di fare del suo entourage una vera «scuola» del regime, fucina di uomini e contenuti, il cui peso facesse da  contraltare agli atouts, personali, intellettuali, militari o diplomatici degli altri grandi del Partito. Evola, con la proposta di collaborazione e di responsabilizzazione, trovava finalmente il mezzo per contattare quegli uomini che nei vari paesi d’Europa, avevano per primi saputo accendere la luce di una nuova scuola culturale, avente come proprio fine la rivoluzione nell’uomo e, attraverso di esso, nello Stato. Il momento del grande progetto comune con gli esponenti dello Herrenklub o dei circoli che tendevano ad una grande restaurazione imperiale europea, era venuto. Nasceva DIORAMA FILOSOFICO.

Nata con il sottotitolo «problemi dello spirito nell’etica fascista», la pagina speciale del quotidiano di Farinacci avrebbe costituito, dal 1934 al 1943, a sbalzi, secondo gli eventi esterni del momento, ad un tempo la grande chance politica di Evola e l’unico tentativo organico di compenetrazione di temi europei nell’ambito culturale fascista. Per dieci anni, legami di sostegno e collaborazione si intrecciarono in ogni direzione: e proprio le nuove adesioni straniere a Diorama costituiscono la più efficace cartina di tornasole delle  evoluzioni di Evola dinanzi ai problemi dell’intera Destra Europea. Un tema sul quale Evola dirà poi una parola definitiva, dalle pagine di Vita Italiana, la rassegna di Giovanni Preziosi, un altro «eretico›› del regime che la benevola amicizia mussoliniana porrà al riparo da rappresaglie e censure.

Diorama Filosofico: limiti e funzioni

La caratteristica più spiccata della iniziativa di Diorama sarà, senza dubbio alcuno, l’originalità. Innanzitutto, la creazione di una cerchia intellettuale, per di più con alcuni caratteri di «opposizione interna» al regime, non intorno a una rivista o a un circolo letterario, bensì ad un quotidiano. Quindi, l’aspetto internazionale delle collaborazioni, che arriveranno a coprire, con nomi di indubbio rilievo, quasi tutte le nazioni del continente, senza peraltro abdicare al criterio della «ortodossia» dottrinaria. Sarà così che, in larga parte involontariamente, una iniziativa alle origini ristretta per scopi (si trattava, più che altro, di suscitare «per analogia» un indirizzo tradizionale del Fascismo italiano, allora più che mai sensibile allo stimolo della competitività con le altre nazioni. Pare anzi che al disegno di una internazionale della cultura non si fosse mai veramente pensato) e sostegni (Regime Fascista non era il quotidiano personale di Roberto Farinacci), saprà arrivare ben più in là, nei risultati concreti, di tutti i tentativi a matrice ufficiale, come ad esempio i Comitati di Azione per la università di Roma.[4]

Curioso è riconoscere come il «razzista›› Evola si circondasse di personalità che, nelle rispettive nazioni, certo non andavano troppo d’accordo con i movimenti a stampo fascista o nazionalsocialista. Intorno a Diorama, potremmo quasi dire, si enucleò una internazionale della rivoluzione conservatrice, che avrebbe potuto consentire, per una decina di anni circa, anche a spiriti non troppo conformi ai regimi dei propri paesi, di esprimersi liberamente. Significava, ad esempio, la scelta dei collaboratori del primo periodo di questa iniziativa (sino, cioè, alla guerra etiopica): per la Germania, nessun nome «nazista›› – ché, anzi, le deviazioni «populiste» della dottrina del N.S.D.A.P. apparivano, di tanto in tanto, fustigate; i collaboratori di Diorama venivano da ben altri orizzonti: vi erano l’ex espressionista Gottfried Benn, gli autori jungkonservativen del Circolo di Amburgo Wilhelm Stapel ed Albrecht Erich Gunther (tenaci accusatori del nazionalismo egoistico di derivazione giacobina), il transfuga israelita Karl Wolfkshehl.

Dall’Austria venivano gli apporti del Wiener Kreis, con Othmar Spann e Walter Heinrich e col principe Karl Anton Rohan, che diverrà poi collaboratore del quotidiano cremonese in materia di politica estera. Dalla Francia, addirittura, invierà un articolo Paul Valéry, mentre la collaborazione di René Guénon sarà continua. Lo stesso indirizzo conserveranno i redattori svizzeri (Gonzague de Reynold), spagnoli (Diaz de Santillana) e britannici (Dodsworth e Petrie, personaggi indubbiamente particolari, legati a leghe lealiste e imperiali, eppur dediti al culto dei nuovi orizzonti del fascismo). Basterebbero questi soli nomi a spiegare la portata dell’interesse suscitato, in tutto il mondo della rivoluzione conservatrice, antiliberale ed antisocialista, dal tentativo evoliano, cui non fecero mancare il loro apporto ex deputati monarchici al Reichstag (come Friedrich Everling) o saggisti fascisti russi (Grigol Robadiske). Pareva lo sbocciare autentico di una nuova alternativa culturale; contatti vennero stretti con analoghi circoli di altri paesi (è di questi anni la collaborazione di Evola a Contre-Révolution, rivista del polacco conte Emmanuel Malinsky, e di Léon de Poncins); autori italiani di spicco come G.A. Fanelli, direttore de Il Secolo Fascista o l’accademico Coppola, il filosofo Adriano Tilgher e Guido de Giorgio, scrissero pezzi di indubbio impegno per Diorama.

Ma un fattore basilare venne meno: l’appoggio delle personalità di un regime che, premuto al proprio interno da spinte rivoluzionarie che dalla originaria matrice nazional-sindacalista si erano trasferite alle avanguardie giovanili, già conosceva un contrappeso «conservatore» pur ben diverso da quello del gruppo evoliano (il quale tendeva a conservare solo i valori-base della Civiltà Europea tradizionale): a forza oppressiva e irrefrenabile proprio quando, con la guerra coloniale, si prospettava l’urgenza delle necessità materiali, dei gruppi finanziari liberali, tesi a salvare il salvabile delle strutture di uno stato che aveva fatto le loro fortune. Spinte dall’alto, dunque, non se ne vedevano; l’appoggio di una corrente «popolare›› era da escludere, dato il carattere volutamente riservato agli «addetti ai lavori›› della pagina di Regime Fascista. Il tentativo di Evola restava, dunque, testimonianza vivente di una ricerca di originalità: ma politicamente, i risultati non accennavano a mostrarsi. E il tentativo di esercitare una funzione correttiva sugli uomini del Fascismo, si esauriva senza successo. Di fronte all’urgenza di simili considerazioni, maturava la «svolta » dell’attività di Evola e della stesso Diorama Filosofico.

La carta del razzismo

Importante era non insterilirsi. Dopo la pausa del conflitto etiopico, durante il quale Evola giunse a scoprirsi editorialista sui problemi mediterranei, il 17 novembre 1936 un articolo intitolato Ripresa aprì il nuovo ciclo, per via degli accenni trasparenti di Evola di voler, da quel momento, rifiutare la via ristretta della «cerchia filosofica», per acquistare una funzione di stimolo critico di fronte al movimento che si preparava a portare il paese verso orizzonti mai prima sperimentati. Tutto evolveva, mutava, si perfezionava: e ciò non poteva sfuggire ad un occhio, già di per sé critico, che stava ormai per divenire smaliziato, dopo anni di navigazione agitata in un mare dove gli scogli erano innumerevoli. In Europa, stava per passare la fase del prevalere dei semplici interessi nazionali: di lì a poco, dagli spostamenti di truppe al Brennero o dai dissapori franco-russo-britannici, si sarebbe passati al sistema degli Assi e delle alleanze strategiche.

Nel mondo dei nazionalismi, cresceva l’influenza hitleriana: ed Evola, già per formazione culturale posto a stretto contatto con la cultura tedesca, non poteva far a meno di notare come, dopo le esitazioni dei primi periodi, molte delle personalità a lui vicine tendessero costantemente ad un avvicinamento al nazionalsocialismo. Permanevano le distanze critiche, ma poco alla volta l’apparato neo-conservatore, così come quello nazional-bolscevico (due orizzonti opposti che si compenetravano attraverso l’elemento  völkish) si stemperavano nelle istituzioni del regime.

Erano, ancora una volta, nuovi orizzonti, che il direttore di Diorama non poteva trascurare, nella sua ricerca di «aperture›› dottrinarie: vennero così i contatti diretti con Vienna e Berlino, le visite e persino le conferenze. Il tutto, non alla luce di un cieco allineamento (ché, anzi, preminenti rimanevano le ricerche sulla cultura tedesca pre-nazista, e forti gli spunti critici sulle tendenze «orientali» nazionalsocialiste, e sulle pretese egemoniche tedesche nel campo del Nuovo Ordine Europeo da costruire), bensì visto come un sincero confronto di tesi e opinioni.

La Casa Verde legionaria, dove Evola incontrò Codreanu

Per questa via, Vita Italiana servì forse maggiormente. Come inviato della rivista (facente capo allo stesso gruppo editoriale di Regime Fascista), Evola poté recarsi in vari paesi d’Europa, e toccare con mano la realtà di un mondo di energie in ebollizione, molte delle quali sfioravano, quand’anche non lo percorressero per intero, il cammino di quella rivoluzione interiore che da sempre aveva costituito per Evola la prima preoccupazione dei movimenti «nazional-rivoluzionari››. Tipico fu il caso, ormai notissimo, dell’incontro con Corneliu Codreanu e con la mistica del suo movimento, immortalata in un lungo saggio che meriterebbe, pure a distanza di tanto tempo, l’integrale ripubblicazione. Ma non mancarono i contatti in Francia (in specie con un piccolo gruppo, detto Fronte dei Giovani Francesi) e soprattutto in Germania. Contatti da cui scaturì un’immagine inedita del nazionalsocialismo, con le scuole. Di weltanschauung delle SS e le teorie di Karl Haushofer sullo spazio vitale.

In tutti questi suoi contatti, Evola poté riscontrare un particolare di primaria importanza: l’anelito al sorgere di una razza nuova, spirituale ancor prima che biologica; e, parallelamente, la scarsa rispondenza a questa esigenza di dottrine, come quella ufficiale di Rosenberg, non prive di scorie materialistiche e pure romantiche. Fu così che balenò ad Evola l’ipotesi di aver trovato finalmente la strada per una penetrazione nel corpo vivo della rivoluzione nazionale europea: il mito della razza. In breve, fecero la loro comparsa sulle pagine di Diorama nomi che si discostavano dai precedenti: accanto ad un piccolo gruppo di razzisti italiani (Luchini, Landra, Del Massa fra i più noti), Ludwig Ferdinand Clauss, l’assertore della psicoantropologia, o razzismo di secondo grado – il primo, più basso, era, rappresentato dal razzismo ufficiale nazista; al terzo, quello dello spirito, voleva giungere Evola – e addirittura, una volta, Heinrich Himmler, che appariva allora come la guida di quello che si sarebbe voluto un nuovo Ordine di «signori», nel senso pieno del termine.

Cominciava così l’episodio che avrebbe portato Evola alle sue punte di maggior autorità e al tempo stesso di maggiore ostilità. Vezzeggiato e mal digerito dagli ambienti ufficiali, il suo nome verrà legato a doppio filo alle sorti delle teorie sulla razza.

Le linee generali delle teorie evoliane sono ormai ben conosciute, e rendono inutile in questa sede una sommaria ricapitolazione. Basterà ricordare come, a partire soprattutto dal 1938, il nome di Evola sia stato considerato il simbolo di una concezione radicale eppure «diversa›› del razzismo. Innumerevoli furono i giornali e le riviste che, nel mondo culturale fascista, ricorsero alla collaborazione evoliana, per presentare ai propri lettori la scottante materia, fatta oggetto da più parti di trattazioni affrettate e volgari.

Neppure le polemiche con gli estensori del Manifesto della Razza, rozza ricopiatura di tesi tedesche sino a quel momento semplicemente orecchiate, toglierà ad Evola questa qualifica di «competente». E mentre Diorama si animerà di dibattiti sul ruolo delle razze creatrici di civiltà, e sugli aspetti interiori del razzismo, su altre riviste Evola svilupperà il suo credo toccando i campi più disparati: studio delle religioni, delle antichità indo-europee, della psicologia dei popoli (sarà l’epoca della ristampa degli studi di Bachofen e delle ricerche sulla romanità su pubblicazioni specializzate). Persino la ufficiale, un po’ raffazzonata e criticatissima Difesa della Razza diverrà per Evola una tribuna dalla quale diffondere, a fianco di autori a volte ciecamente tesi a sostenere le tesi ufficiali del Manifesto, la tollerata «eresia» del razzismo spirituale. Sarà, questa, una tolleranza dettata solo dal fanatismo di certi ambienti fascisti? Vi è chi lo ha sostenuto: ma a costoro, noi non possiamo che consigliare di andare a rileggersi gli elogi del futuro luminare della storiografia antifascista, Delio Cantimori, a Il Mito del Sangue, un libro che l’insigne studioso definirà, nel Dizionario di Politica edito dal P.N.F. nel 1940, come l’unico studio che sia riuscito a compenetrare efficacemente la problematica razzista, specialmente di quello nazionalsocialista.

Certo, la fama di Evola subirà gli sbalzi dovuti all’umore di un paese per anni in tensione fra l’entusiasmo e la crisi. Ma nessuno giungerà a negargli la qualifica, ormai acquisita, di specialista dei problemi culturali legati agli studi sulla razza, sino a che, nel 1941, lo stesso Mussolini, letta Sintesi di dottrina della razza, si spingerà a far spedire una «velina» ai maggiori giornali italiani, affinché, tramite una serie di recensioni, si mostri, del razzismo, all’opinione pubblica italiana – rimasta piuttosto sbalordita di fronte ad un provvedimento inaspettato – una immagine intellettuale e motivata.

Poi, il turbine delle vicende belliche lascerà ogni progetto in sospeso: impossibilitato a partire per il fronte russo per ragioni burocratiche, Evola continuerà il suo lavoro sino in fondo. Pochi giorni prima del fatidico 25 luglio, Diorama uscirà con articoli del consueto tenore. Qualche settimana dopo, Evola sarà accanto ai «duri›› del regime, ad accogliere Mussolini al Quartier Generale tedesco, cui sarà nel frattempo giunto, in circostanze che «sarebbero troppo lunghe da spiegare››[5]. Riprenderà, così, come e più di prima, la lotta nel nome di quei princìpi di Fedeltà e di Onore cui Evola aveva inteso consacrare la sua esistenza: nascerà il proposito della rivista ufficiale bilingue Sangue e Spirito, logico e necessario sbocco «culturale» dell’evoluzione ideologica e politica cui erano pervenute la Germania e l’Italia, che avevano ormai visto crollare i miti ottocenteschi della «nazione›› a profitto di una nuova solidarietà europea, espressa nel sangue delle truppe combattenti, dei volontari di 32 nazionalità tesi a proteggere i confini orientali del continente dalla invasione del bolscevismo. Sangue e spirito non nascerà, ma Evola non per questo vorrà arrendersi: e le schegge di una bomba di un aereo alleato lo feriranno a Vienna, nei primi mesi del ’45, proprio mentre, in quella città, effettua importanti ed ignote ricerche sull’archivio della Massoneria dei paesi già occupati, trasferito in blocco dai dirigenti SS.

Un uomo fra le rovine

A questo punto, tutto sembra davvero finito. L’epurazione imperversa per mesi ed anni in un’Italia che è tornata, negando due decenni di storia, alle vecchie strutture del liberalismo; le forze rimaste fedeli alle idee-forza del Fascismo si ricompongono timidamente in mille rivoli, aspettando il momento della rivalsa; Evola giace ferito, in un ospedale di Bologna.

Improvvisamente, nell’Italia degasperiana ed atlantica del 1948, fa la sua comparsa in Parlamento, sfidando le regole del costume democratico, una nuova formazione politica: il Movimento Sociale Italiano. Nel paese, il corpo smembrato della Resistenza si ricompone e sbraita. Dovunque, in Europa, riappare lo scettro che fa passare notti insonni. Nasce il «neo-fascismo», e la sua presa immediata è nel mondo dei giovani. Nelle università, si risvegliano forze cui si credeva di aver mozzato il capo per sempre. La repressione non riesce a bloccare il liberarsi di energie nuove, fresche, entusiaste. Ma sarebbe un’esplosione sterile, se i mille rivoli non trovassero un punto di coagulo: l’entusiasmo, la volontà, fors’anche lo spirito di vendetta infondendo forza, ma non basta. Occorrono miti in cui credere, parole d’ordine da diffondere, bersagli da perseguire. Torna, prepotentemente, molto più che in tutto il Ventennio, l’ora di Evola. Il suo uomo nuovo, diverso, è la logica mèta di giovani che non trovavano niente da spartire né con il sorridente ottimismo dei beneficiari degli aiuti americani, né con l’attesa macabra delle forze comuniste.

Ancora una volta, Evola riesce a trovare un interlocutore: la gioventù anticonformista. E per essa che appare Gli uomini e le rovine; è a causa di essa, che Evola finirà sul banco degli imputati. E se lo scopo di creare un « ordine di credenti » non sarà raggiunto, sino al punto di spingere un Evola un tantino disincantato a ironizzare sulle speranze, nutrite un tempo, di edificarlo[6], non sarà certo per mancanza di slancio rivoluzionario o di coraggio: ma saranno solo i miti made in USA distribuiti ad ogni angolo della strada da cinema, rotocalchi, juke-box e macchinette di chewing-gum, ed il martellamento ossessivo della loro propaganda, prima politica che commerciale, almeno nelle sue motivazioni più profonde, ad attutire l’eco delle parole che un uomo «in piedi fra le rovine» rivolge ai giovani del suo mondo.

Sarà, forse, per Evola, il tempo delle disillusioni: ma la testimonianza da lui lasciata, proprio allora si rivelerà più viva e fertile. Proprio quando, infatti, Evola appunterà il suo interesse su altri campi di studio, lasciando al dominio politico solo alcune, pur acutissime, interpretazioni (Cavalcare la tigre, e soprattutto Il Fascismo visto dalla destra del 1964), a tener vivo il suo nome saranno le polemiche e gli sforzi del mondo della Destra politica. Saranno le battaglie politiche combattute in suo nome, le polemiche accanite, ad ogni convegno giovanile degli anni ’60, tra «gentiliani» ed «evoliani›› (una contraddizione forse ingenua e sprovvista di ragioni, ma non per questo meno essenziale ad una disperata volontà di credere e di contare dei giovani anti-comunisti, a volte padroni delle piazze ma non ancora di se stessi), a preparare il grande ritorno del «precursore di Marcuse» quando, nel 1968, in tutto il paese, in tutto il continente, crolleranno quei vecchi miti del mondo moderno che Evola aveva additato inutilmente come bersaglio oltre trent’anni prima. Sarà una ridda di tentativi confusi, spaesati, solo simbolici.

Ma più delle estemporanee assemblee universitarie ove i testi di Evola avranno l’onore relativo di una lettura abbinata a quella dei pensieri di Mao, conterà l’effetto, che le idee e l’opera di un pensatore davvero controcorrente avranno, attraverso le pagine indimenticabili di un succinto libretto di Adriano Romualdi, sui resti sparsi di una gioventù, quella di Destra, assalita e sconvolta dai sussulti di un regime alla sua fine. Leggendo Evola, i giovani anticonformisti riempiranno d’un tratto il loro vuoto: torneranno a capire di avere qualcosa, sotto le camicie ed i simboli, ormai giunti a più che logica consunzione, da difendere e far germogliare; qualcosa di essenziale e di irrinunciabile: la coscienza di “essere diversi in un mondo che tende all’incolore e all’informe; la coscienza di saper realizzare dentro quello che gli altri, nella loro esteriorità, non riusciranno mai neppure a sfiorare. La certezza di aver delle basi su cui costruire, mentre tutto intorno crolla.”

Questo, assai più, forse, delle centinaia di articoli e saggi pubblicati sulle più svariate riviste, Evola ha lasciato ai giovani. Questo, assai più delle parole di incitamento e delle pur rigorose interpretazioni storiche, potrà spingere, in mezzo a difficoltà di ogni sorta, qualcuno fra noi sulla strada che, superando i falsi miti della nostra società, saprà portarci a comprendere di quali risposte abbisogna la crisi della nostra epoca.

Allora, l’eredità «politica›› di Evola alla destra, non avrà più bisogno di omaggi, né di commenti. Essa vivrà.

Note

[1] Citato in: Omaggio a Julius Evola, a cura di G. F. De Turris, Volpe, Roma 1973, pag. 84.

[2] Cfr. Evola e il fenomeno storico del fascismo, saggio introduttivo alla antologia di Diorama Filosofico, Edizioni Europa 1974, Roma.

[3] Su Critica Fascista del 1 gennaio 1928. Citato in: Luisa Mengoni, L’interventismo della cultura, intellettuali e riviste del fascismo, Laterza, Bari 1974, pag. 194.

[4] Circa i tentativi dei C.A.U.R. per la creazione di legami tra i nazionalismi di Europa, vedi: Michael Arthur Ledeen, L’Internazionale Fascista, Laterza Bari 1974.

[5] Cfr. Intervista a L’italiano, riportata in Omaggio a Julius Evola, cit., pag. 146.

[6] Cfr. Intervista apparsa su Arthos, Genova, n. I, settembre-dicembre 1972.



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'Civiltà | M.Tarchi – La rivolta contro l’uomo qualunque' has no comments

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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