Civiltà | Politico e metapolitico (intervista all’Avv. Andriani)

Nota redazionale

Proseguiamo la ripubblicazione integrale del numero della rivista “Civiltà” in memoria di Julius Evola: dopo l’apertura di Pino Rauti, ecco la riproposizione dell’intervista all’avv. Paolo Andriani, originariamente rilasciata a “L’Italiano” e curata da Massimo Chiari e Luigi Filippi.

Prima di lasciarvi alla lettura dell’intervista, riteniamo doverose alcune precisazioni. In primo luogo, l’avvocato Andriani, come avrete modo di verificare,  sottolineava in un passaggio lo scetticismo di René Guénon circa l’esistenza d’una Tradizione Occidentale autonoma. In effetti, com’è noto, il grande metafisico di Blois, per sua “equazione personale”, come direbbe Evola, scontava un certo filo-orientalismo che lo ha portato a criticare talvolta in modo aspro e discutibile la tradizione greco-romana e, in ogni caso, a negare all’Occidente un suo filone tradizionale autonomo. Una posizione certamente problematica, che appare in contraddizione con il principio di oggettiva universalità della Tradizione nella sua manifestazione spazio-temporale, ma che in ogni caso non inficia l’indiscussa grandezza ed importanza di una figura monumentale quale quella di Guénon.

In secondo luogo, occorre fare chiarezza circa un’ulteriore affermazione dell’avvocato Andriani che potrebbe offrire un assist a coloro che si ostinano a sostenere la presunta impoliticità di Evola. In effetti, dopo alcune affermazioni molto esplicite ad inizio intervista circa la metapoliticità del barone, più avanti, a precisa domanda dell’intervistatore, Andriani confermava la tesi secondo cui per l’Evola di Cavalcare la tigre l’unica reazione alla decadenza sarebbe chiudersi e ritrovarsi in sé stessi, attendendo la fine di una civiltà, di un ciclo cosmico, in sé inevitabile: e ciò confermerebbe che “Evola non è un politico”.

Ora, il discorso circa i contenuti di Cavalcare la tigre, circa la componente deterministica presente nell’andamento ciclico regressivo della storia, e circa le posizioni di Evola in materia, sarebbe evidentemente troppo lungo e complesso per essere affrontato compiutamente in questa sede. Ci limiteremo ad alcune riflessioni.

Sicuramente, come osservato anche da Luca Lionello Rimbotti in un articolo di nostra prossima pubblicazione, credere nell’andamento regressivo della storia all’interno dei vari cicli cosmici comporta necessariamente l’accettazione, più o meno consapevole, di un ineluttabile determinismo di fondo, che non sembra essere aggirabile, nel senso che nulla e nessuno potrebbe impedire che “la storia faccia il suo corso”. Come osservato da Rimbotti, notoriamente Evola ha sempre avversato lo storicismo, ma in quanto elemento della degradazione progressista, in quanto frutto dell’avvento delle società fondate sull’instabilità, sul divenire, sulla dittatura del relativo e del mutevole, in opposizione alle civiltà fondate sulla stabilità metafisica, trascendente dell’essere. Inevitabilmente, però, come si diceva, sposando la tesi dell’andamento temporale ciclico involutivo e del connesso processo di regressione delle caste, secondo le direttrici di una ben precisa metafisica della storia, si finisce per aderire ad una visione comunque storicistica, seppure di segno evidentemente opposto e contrario rispetto a quella dello storicismo evoluzionistico-progressistico.

Tuttavia, questa constatazione non comporta e non ha comportato in Evola una deriva nel senso di un “pessimismo cosmico” sfociante in un nichilismo passivo. Se, come ricorda Evola nella conclusione di Rivolta, soltanto pochissime personalità eccezionali possono mantenere alte “linee di vetta”, come distaccati “veglianti”, ancorati “nelle terre immobili”, o possono distinguersi come “uomini differenziati” in grado di “cavalcare la tigre”, domando le forze distruttrici di fine ciclo, vivendole, testandole, fino all’estremo limite di utilizzarle quale strumento di liberazione, occorre rivolgersi con attenzione a quel numero maggiore di persone che provano un “bisogno confuso ma reale di liberazione” , per orientarle, metterle al riparo dai pericoli del mondo contemporaneo, affinché rimangano in piedi tra le rovine, consentendo ai migliori di loro di innalzarsi ai livelli più alti. Dunque, l’attività volta a mantenere accesa la fiaccola, tenendo vivi e trasmettendo i principi della Tradizione, diventa fondamentale, al fine di creare quei presupposti che, quando l’età oscura volgerà al termine, costituiscano la base per l’avvento della nuova éra.

Non c’è pertanto spazio per un passivo “chiudersi in sé stessi” attendendo stancamente la fine, perché Evola ha sempre proposto soluzioni di reazione attiva e non passiva al disfacimento. Il determinismo della regressione storica non è dunque in contrasto con le proposte politiche, fattuali, operative, che Evola ha sempre portato avanti con i suoi scritti ed anche con iniziative concrete, in svariati campi, soprattutto prima, ma anche dopo la seconda guerra mondiale (si pensi a Gli Uomini e le rovine). Gli articoli già presenti nella sezione “Dottrina dello Stato” del nostro sito stanno a testimoniarlo.

Circa la celeberrima apolitia evoliana di Cavalcare la tigre, su cui è sempre molto speculato, basterà ricordare le parole dello stesso Evola, che chiariscono come il pessimismo dinnanzi alle prospettive della politica praticata in quest’ultima fase dell’età in cui viviamo, non faccia rima con astensionismo, passività, obiezione di coscienza: “Come il vero Stato, lo Stato gerarchico e organico, ha cessato di esistere, del pari oggi non esiste nemmeno un qualsiasi partito o movimento al quale si possa incondizionatamente aderire e per il quale ci si possa battere con impegno assoluto, per il suo presentarsi come l’assertore di una qualche idea superiore (…). La situazione generale ormai è tale, che quand’anche esistessero partiti o movimenti di tipo diverso, essi fra le masse sradicate non avrebbero quasi nessun séguito, quelle masse non reagendo positivamente che a chi prometta loro vantaggi materiali e ‘conquiste sociali’ (…). Si è fatto cenno ai pochi che oggi, per temperamento e vocazione, pensano ancora, malgrado tutto, alla possibilità di un’azione politica rettificatrice. E’ per l’orientamento ideologico di costoro che abbiamo scritto il libro ‘Gli uomini e le rovine’. Ma per le esperienze raccolte, non possiamo non riconoscere apertamente l’inesistenza delle premesse necessarie a che, in una lotta del genere, oggi si possa giungere a un qualche risultato concreto apprezzabile”.

Pertanto, l’uomo realmente differenziato, pur disposto a battersi anche su posizioni perdute, “come norma valida può trarre unicamente quella del disinteresse, del distacco da tutto quanto oggi è ‘politica’. Il suo principio sarà dunque quello che nell’antichità ebbe il nome di apolitia (…). Apolitia è la distanza interiore irrevocabile da questa società e dai suoi ‘valori’; è il non accettare di essere legati ad essa per un qualche vincolo spirituale o morale. Ciò restando fermo, con un diverso spirito potranno anche essere  esercitate le attività che in altri presuppongono invece tali vincoli”. Infatti, spiega Evola, “tale principio riguarda essenzialmente l’atteggiamento interiore (…). L’apolitia, il distacco, non comporta necessariamente conseguenze particolari nel campo dell’attività pura e semplice. Noi abbiamo considerato la capacità di applicarsi alla realizzazione di un dato compito per amore dell’azione in sé stessa e nei termini di perfezione impersonale. Così in via di principio non v’è ragione di escludere lo stesso dominio politico, come un caso particolare fra i tanti, l’agire nei termini ora accennati non richiedendo né un qualche valore oggettivo d’ordine superiore, né impulsi che partano dagli stati emotivi e irrazionali del proprio essere (…). Come vien qui concepita, l’apolitia non crea dunque nessuna speciale pregiudiziale nel campo esteriore, non ha per corollario necessario un astensionismo pratico. L’uomo veramente distaccato non è né l’outsider professionale e polemico, né l’ ‘obiettore di coscienza’, né l’anarchico (…). Potremmo quindi parlare, in questi casi, di un impegno volontario che concerne la ‘persona’, non l’essere, per cui anche associandosi si resti isolati”.

Con ciò crediamo di aver contribuito a fare un po’ di chiarezza in materia.

***

(da “Civiltà”, num. 8-9, sett.-dic. 1974, “Speciale Evola”)

UN’INTERVISTA SU JULIUS EVOLA

POLITICO E METAPOLITICO

D.: Vorremmo che lei ci parlasse di Evola come uomo “politico”; sia del critico che emerge dalle pagine di Rivolta contro il mondo moderno e di Cavalcare la tigre, sia del “costruttore” dello Stato Organico.

R.: Questa è una domanda impietosa, drammatica. Non mi pare obiettivamente possibile delineare nel poco spazio di una intervista l’intera visione del mondo di Evola, o meglio della Tradizione cui Evola si richiama.

D.: Puntualizziamo allora la domanda. A prima vista sembra che Evola sia stato più un critico che non un creatore. Come lei ben sa, infatti, si tenne fuori dal partito Fascista e da qualsiasi partito successivo.

R.: Ma non perché fosse un “critico”, bensì perché in realtà Evola non era un “politico”, ma piuttosto un ”meta politico”. E per metapolitico intendo qualche cosa che è al di sopra della politica; Evola aveva una visione che abbracciava quei princìpi che regolano la politica, come regolano la sociologia e, in generale, la vita degli uomini. Evola non è mai stato un politico nel senso moderno del termine.

D.: Un politico in senso machiavellico allora?

R.: Sì, appunto; anche se il pragmatismo machiavellico non può soddisfare interamente la concezione evoliana. Ecco perché Evola non è mai stato iscritto al partito Fascista malgrado abbia scritto, e incisivamente, su più di una rivista e giornali dell’epoca, tra cui Regime Fascista, di cui ebbe a curare le pagine di Diorama Filosofico, recentemente raccolte in volume; anzi dallo stesso elenco di collaboratori a quella pagina di Regime Fascista, nel quale figurano i nomi più rappresentativi della cultura europea del momento, chiamati tutti a raccolta da Evola, già si comprende come Evola stesso non fosse un politico, non avesse delle pregiudiziali politiche; tant’è che riuscì a far collaborare a quella pagina persone di estrazione politica, in definitiva, molto varia. Lo scopo di Evola, con quella iniziativa, era di convogliare il Fascismo verso certe linee, certe direttrici, certi orientamenti. Il discorso cambierebbe se si trattasse di stabilire quanto egli sia riuscito nel suo intento; forse è riuscito a dare un substrato non dirò “ideologico” (parola certamente sgradita ad Evola), ma di Weltanschauung al mondo umano fascista. Come influenza diretta sul piano politico non credo, invece, che ne abbia avuta molta, o perlomeno non nei tempi brevi, mentre credo ne abbia avuta, e di rilievo, nei tempi lunghi, nel senso che oggi il mondo, le idee, gli uomini che si rifanno al Fascismo non possono prescindere dagli orientamenti evoliani.

D.: Evola già in Rivolta contro il mondo moderno preconizzava quella spartizione della terra in sfere di influenza americane e russe che si sarebbe sancita a Yalta alcuni anni dopo.

R.: L’ultimo capitolo di Rivolta, mi pare si intitoli «America e Russia: il cerchio di chiude»; fu una rielaborazione di un articolo pubblicato dallo stesso Autore molti anni prima, intorno al 1928 o ’29, sulla Nuova Antologia; ora è interessantissimo sottolineare l’attualità incredibile di un saggio di Evola scritto quasi mezzo secolo fa, con un carattere di lucidissima preveggenza politica: ecco la metapolitica di cui si parlava dianzi.

D.: Quindi lei dice che Evola non è un politico, ma non è nemmeno un filosofo; perché ha sempre rifiutato questa qualifica?

R.: La rifiutava perché per “filosofia” intendeva tutto ciò che è costruzione strettamente razionale, o meglio, intellettuale, staccata dal cordone ombelicale di una sovrastante verità metafisica. La mia impressione sul suo rifiuto della definizione di “filosofo” si basa sul fatto che il filosofo viene inteso come uomo solo razionale, e costruttore di un “sistema” razionale, che forse sente la divinità in se stesso, senza però essere né sentirsi agganciato a qualcosa di superiore al di fuori di lui. Per Evola, invece, l’uomo, il pensatore, ha un senso, un significato, una funzione se parla in termini metafisici e si fa proiezione di una realtà metafisica; è tutta la concezione evoliana che si riaggancia ad una concezione spirituale, religiosa in senso tradizionale.

D.: Viene logico l’accostamento a Guénon.

R.: Si tratta, infatti, di due rappresentanti del pensiero tradizionale, con alcune sfumature di divergenza, ma che stranamente in questo secolo hanno incarnato i princìpi di un pensiero che forse senza di loro non avrebbe avuto una manifestazione intellettuale contemporanea consistente. C’è un carteggio Evola-Guénon che sarebbe estremamente interessante recuperare; una lettera è stata pubblicata su La Destra di alcuni mesi fa; si tratta comunque di due pensatori paralleli, ciascuno operante nel proprio ambiente, ma con moltissimi punti di contatto, e comunque in piena sintonia culturale.

D.: Forse Guénon era più un idealista, mentre Evola proponeva una scelta esistenziale che nel primo non si trova.

R.: Non direi così. Più che altro i due si distinguono per il fatto che Guénon dubitava dell’esistenza d’una Tradizione Occidentale, e si ricollegava esclusivamente ad una Tradizione di Oriente; Evola invece sostiene, e lo ha scritto anche ne Il Mistero del Graal, l’esistenza d’una Tradizione d’Occidente che può essere addirittura autonoma da quella d’Oriente.

D.: Facciamo adesso un altro confronto. Prima lei ha sottolineato che, con il prevedere già molti anni fa la divisione del mondo in due blocchi, Evola ha indovinato una previsione, esatta in maniera sorprendente. Ma c’è un altro Autore che ha fatto una previsione non meno esatta sulla decadenza del mondo e della cultura occidentale ed è Spengler. Per Spengler le società hanno tutte un’eluttabile proiezione parabolica di fronte alla quale l’uomo è impotente; non per nulla questo autore ricorda il sacrificio del soldato romano a Pompei. Per Evola, specialmente nel Cavalcare la tigre, l’uomo può reagire alla decadenza richiudendosi e ritrovandosi in se stesso; ma questo non significa accettare la caduta, la fine d’una Civiltà, attenderne, in pratica, la morte inevitabile?

R.: Infatti. Il ciclo deve compiersi. Si può affrettare o rallentare, ma deve compiersi. E la stessa concezione vichiana, in fondo. Ma l’uomo non è oggetto bensì soggetto del ciclo. Per esempio nel Kali-Yuga l’uomo ha una funzione, quella della traditio, che consiste nel portare, nel tenere ben saldi nel tempo alcuni princìpi e valori che altrimenti si estinguerebbero. Anche questo torna a dimostrare che Evola non è un politico; la politica opera nella cronaca e diventa storia dopo secoli; sul piano della Tradizione, anche se si incide giorno per giorno, il tempo si misura in millenni.

D.: Abbiamo accennato prima alla posizione di Evola nel Fascismo.

R.: Ben altro vi sarebbe ancora da dire per esaurire l’argomento…

D.: D’accordo; adesso cerchiamo di approfondirlo. Torniamo al discorso sullo Stato Organico evoliano e sulle sue differenze con il Totalitarismo di cui a torto o a ragione si accusa il regime fascista.

R.: Beh, Evola, secondo me, fa qui una critica molto interessante al Fascismo, vedendolo in parte come fenomeno bonapartista, contingente, anche un po’ populista, che è nato in un clima certamente di reazione alle degenerazioni dello Stato Liberale e di quello Illuministico, reazione insomma a tutto ciò che consegue alla Rivoluzione francese; ma ancora nel Fascismo vi è una base populista, cioè vi è il Cesare o il Mussolini, comunque l’uomo eccezionale, che prende in mano la situazione in un momento di crisi, ma che è la sola testa, l’unico vertice del sistema. Ecco la differenza tra Stato Organico e Stato Totalitario: questo ultimo è il vertice che deve imporre una certa direzione ad un corpo disarticolato; nello Stato Organico invece ogni parte è consapevole del proprio compito, ogni organo dello Stato ha una sua fruizione ed una sua autonomia; naturalmente, essendo organico, tutto è coordinato ad un unico fine.

D.: Possiamo allora dire che nello Stato Organico ciascun elemento ha un proprio cervello, mentre nello Stato Totalitario il cervello è uno solo che pensa per tutti.

R.: Il cervello è uno solo, e molte volte non ci sono neppure gli altri organi. Cioè lo Stato Totalitario è uno Stato disorganico: rappresenta situazioni contingenti che non rientrano nella normalità. E Tradizione vuol dire anche normalità, cioè aderenza della società umana ai princìpi divini, ed in definitiva, all’ordine cosmologico. Nel momento in cui questa aderenza viene a mancare siamo nel disordine, nella sowersione, nel caos.

D.: D’accordo; ma nel parlare dello Stato Organico, Evola finisce spesso con il riferirsi al Medioevo. Le chiediamo se questo paragone, a volte di sapore wagneriano, non le sembra in qualche caso forzato, voluto a tutti i costi, ricercato in ciò che paragonabile non è, quasi una quadratura del cerchio.

R.: Bisogna tener presente che tutta la storia che noi conosciamo, secondo la Tradizione, rientra nel Kali-Yuga, cioè nell’ultima età, nella quarta età. Si tratta perciò di vicende storiche nel corso delle quali non vi è nulla di perfetto, e nelle quali occorre andare a ritrovare che cosa vi è di valido e dove resistano quei princìpi e quei valori di cui parlavamo prima. Evola, quando studia il Medioevo non lo esalta, bensì lo rivaluta in contrapposizione a molti storici moderni che non hanno capito nulla di quell’età, misurandola con il metro del progresso scientifico e tecnico. Ma Evola non dice che il Medioevo è l’età ideale, dice invece che esso va guardato con occhi diversi, per quanto di spirituale e di tradizionale ancora conserva. Lo ha dunque rivalutato, alla luce di una visione spirituale della vita. Ora se noi ci dovessimo domandare, terra terra, se l’uomo del Medioevo, magari assai male in arnese dal punto di vista del moderno comfort, fosse o no, sul piano assoluto dell’esistenza, più soddisfatto, più felice dell’uomo di oggi, io penso che senz’altro la bilancia penderebbe dalla parte dell’uomo del Medioevo, cioè dell’uomo che aveva una sua funzione consapevole in un ordine che soddisfaceva soprattutto le esigenze spirituali. Anche lo stesso rapporto feudale, tanto vilipeso, era in fondo un rapporto organico, un rapporto franco tra uomo e uomo. Ancora, un particolare interessante è che allora il valore d’una persona aveva come conseguente corrispettivo una maggiore possibilità economica, mentre oggi il principio si ribalta, ed il valore d’un uomo si misura in base al suo patrimonio! Però qui vorrei aggiungere che in una chiacchierata amichevole di questo genere è ben difficile trattare non solo questi problemi storici, ma anche la complessità enorme dell’opera evoliana.

D.: Ma noi vogliamo proprio che sia una chiacchierata amichevole perché non perda quel carattere di immediatezza che in un saggio necessariamente non può trasparire. Tanto più che – e la chiacchierata con lei ci conferma questa opinione – parlare di Evola significa per forza di cose elevare il tono di una chiacchierata a quello di un ragionamento.

R.: Non solamente; ma vediamo anche qual è il motivo per il quale oggi Evola interessa tanto i giovani; le sue idee, che egli stesso non attribuiva a sé ma alla Tradizione in quanto idee e concezioni sempre esistite, abbracciano e affrontano tutti gli argomenti, gli aspetti della vita. Evola, ad esempio, affronta e risolve i problemi dei rapporti tra uomo e donna; Metafisica del sesso è un volume particolarmente interessante a cui si affianca una serie di saggi sull’amore, sulla sessualità, sulla funzione della donna; pensiamo inoltre a tutti i problemi di “costume” trattati da Evola; insomma ogni argomento dello scibile è da lui affrontato alla luce dei suoi princìpi, o meglio, princìpi che, come ho detto, Evola stesso dice giustamente non essere suoi ma universali e perenni. Ecco perché, il suo pensiero interessa particolarmente i giovani, che sentono l’esigenza di una “visione del mondo”. Né va dimenticato anche che Evola cominciò a scrivere giovanissimo; le sue prime opere sono due volumi di filosofia, la Fenomenologia e la Teoria dell’individuo assoluto; due volumi, questi, che lui non amava in quanto testi di polemica filosofica. Fin da giovanissimo Evola ha cominciato a scrivere di tutto e su tutto; a ciò si riallaccia un’accusa del senatore Plebe il quale dice che Evola non ha “cultura” perché, scrivendo di tutto, egli non avrebbe approfondito alcun argomento. Mi sembra, francamente, che questa critica sia del tutto infondata. Penso infatti che la vera cultura sia di chi sappia abbracciare con il suo pen-siero tutto lo scibile umano, tutti gli aspetti della vita.

D.: Comunque è anche vero che lo stesso prof. Plebe ha ammesso di aver avuto una lacuna nella sua preparazione finché non ha letto anche Evola.

R.: Plebe, che naturalmente ha un’impostazione culturale diversa, ha scritto su Lo Specchio un articolo molto nobile dove, pur dissentendo dalla concezione evoliana, ammette l’interesse che quest’Autore suscita.

D.: A questo punto vorremmo rivolgerle una domanda strettamente “politica” alla quale, se desidera, può anche non rispondere. Evola in apertura del suo libro Il Fascismo visto da destra dice che in Italia non esiste un vero partito di Destra. Se Evola potesse riscrivere oggi la stessa frase, a suo giudizio, Io farebbe?

R.: Direi che in termini un po’ lati Evola potrebbe essere considerato l’antesignano della Destra Nazionale. Le ho detto prima, e lo ripeto: Evola non è un politico. Ma la sua visione, dal dopoguerra ad oggi, è sempre stata quella di una Destra con compiti alternativi, di “apparizione globale” al “sistema”. Che poi lui avesse mosso critiche, o che alcuni ambienti della Destra non abbiano riconosciuto Evola per quello che significa, questo è un altro discorso. Indubbiamente Evola non era e non poteva essere uomo di partito; ma era certamente molto vicino alla battaglia della Destra Nazionale, sulle cui vicende s’è sempre tenuto informato. E anche vero che la Destra ha delle grosse lacune sul piano culturale, sul proprio retroterra culturale, ma dobbiamo anche tener presente quelle che sono state le difficoltà politiche della Destra; però io ritengo che se facciamo un raffronto, prescindendo dai meriti specifici degli uomini politici di oggi e di ieri, tra l’impostazione culturale del mondo umano della Destra, specialmente giovanile, di oggi, e quella di vent’anni fa, io ritengo che la Destra abbia molto acquistato, e ritengo che abbia molto acquistato ed ampliato le proprie prospettive culturali per merito di Evola, soprattutto per merito di Evola.

Concludendo vorrei aggiungere qualcosa che può essere interessante e di cui posso parlare perché ho avuto l’onore di essere stato molto vicino ad Evola negli ultimi giorni della sua vita: è la grandezza di Evola come uomo, la sua solidità morale, la sua profonda onestà che, direi quasi, rasentava l’ingenuità, un’onestà che al giorno d’oggi è inconcepibile, una dirittura morale che lasciava strabiliati; infine lo stoicismo con cui ha sopportato gli ultimi anni della sua vita e soprattutto gli ultimi mesi, colpito da dolori lancinanti che lo tormentavano e che lui ha sempre sopportato con stoica indifferenza. Non per nulla negli ultimi tempi mi disse che l’unico motivo per cui si rammaricava di dover lasciare questo mondo era di non aver avuto il tempo di scrivere un’ultima opera, sullo “stoicismo”; aveva già del materiale preparato e lo voleva completare; ritengo che questa opera era collegata alla sua esperienza personale.

D.: Lei, avvocato Andriani, è l’esecutore testamentario di Evola. Può dirci se esiste anche un testamento spirituale?

R.: No, non lo ha voluto fare. Il suo “testamento spirituale” è costituito dalle sue opere. Con il testamento strettamente burocratico non ha voluto redigerne altri, anche perché ha dovuto disporre con un testamento notarile, e ovviamente non era uomo da lasciare in carta bollata un testamento spirituale. Ci sono solo delle disposizioni delle sue poche cose; e la volontà che i suoi libri e gli scritti vengano usati per la continuazione della sua opera. A questo scopo è stata costituita secondo la Sua volontà, una “Fondazione Julius Evola” che avrà il compito di continuare l’opera evoliana, e cioè la “difesa dei valori di una cultura conforme alla Tradizione”.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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