Crisi della società moderna

di Julius Evola

(Tratto da “Il Secolo d’Italia“, 31 maggio 1952)

Nei popoli che vengono detti «primitivi», ma che spessissimo rappresentano solo resti degenerescenti e inselvatichiti di più antiche razze e civiltà, un fenomeno che ha sovente attirato l’attenzione degli osservatori è quello delle «società di uomini».

Gli uomini e le rovine-evola

Evola ha sviluppato la tematica delle cd. “società di uomini” e dei relativi “riti di passaggio” in particolare nel capitolo II (sovranità-autorità-imperium) dell’opera “Gli uomini e le rovine”

In tali popoli fino ad una certa età il singolo, per venir considerato come un essere soltanto naturale, viene lasciato alla famiglia e soprattutto alla cura materna, sotto segno femineo-materno, stando, in queste società, tutto ciò che ha soltanto attinenza col lato materiale, fisico dell’esistenza. Ma a un dato momento avviene un mutamento di stato. Riti speciali, detti appunto «riti di passaggio», spesso accompagnati da un preliminare periodo di isolamento e da dure prove, suscitano, secondo uno schema di «morte e rinascita», un essere nuovo, che esso solo vien considerato come davvero uomo. Infatti, prima di ciò, il membro del gruppo, qualunque fosse la sua età, si ritiene faccia corpo con le donne e i bambini, anzi con gli stessi animali. Una volta subìta la trasformazione, il singolo vien pertanto aggregato alla cosiddetta «società di uomini». Questa società, avente carattere iniziatico (sacrale) e guerriero ad un tempo, ha il potere nel gruppo. Differenziato, come la sua responsabilità e la sua funzione, è il suo diritto. Esso ha il comando. Ha struttura simile a quella di un «Ordine».

Mentre nel secolo scorso si tendeva a far derivare lo Stato dall’istituto familiare, una più moderna corrente ne ha giustamente veduto l’origine appunto nel fenomeno della «società di uomini». Lo schema ora indicato contiene effettivamente gli elementi fondamentali che definiscono ogni ordine propriamente, specificamente politico, anche in una chiarezza, che si cercherebbe invano nelle teorie sfaldate e degradate dei nostri giorni circa l’origine della sovranità. In quello schema incontriamo anzitutto l’idea di una virilità in senso eminente e spirituale, la qualità di uomo come vir (si direbbe romanamente) e non come semplice homo. Ad essa si lega, come si è visto, una «rottura di livello», o mutamento di stato; nella sua più semplice espressione, è il distacco dal piano sensibile, vegetativo, fisico. Poi vi è l’idea di una unità specifica, ben diversa da ogni altra di carattere «naturalistico» (come la famiglia, il semplice «popolo», ecc.). Infine, si ha l’idea del potere come qualcosa di connesso essenzialmente a questo piano superiore, sì che in origine vi venne riconosciuto il carattere di una forza dall’alto, di una «sacra potenza» (auctoritas e insieme imperium nell’antica idea romana).

Dunque, a buon diritto possiamo considerare in tutto ciò delle «costanti», cioè delle idee base che, in applicazioni, formulazioni e derivazioni assai diverse, appaiono ricorrentemente in ogni maggiore organizzazione politica del passato. Causa i processi di sconsacrazione, di razionalizzazione e di materializzazione sempre più accentuatisi nel corso dei tempi, quei significati originarii dovevano velarsi ed attenuarsi. Ma ciò deve restar fermo: ove, sia pure in forma trasposta e indebolita, sia pure senza più uno sfondo di carattere iniziatico o sacrale essi siano del tutto obliterati, non esiste più nemmeno un vero Stato, si è perduto ogni concetto di tutto ciò che, in senso eminente e tradizionale, è la realtà politica, nella sua specifica dignità e differenza rispetto a tutte le altre sfere dell’esistenza e, in ispecie, rispetto a tutto quanto ha carattere soltanto economico o «sociale».

La libertà guida il popolo rivoluzione francese

“Con l’epoca delle rivoluzioni si è iniziato, in Europa, un attacco in grande contro quanto poteva conservare sembiante di ‘società di uomini’, (…) fino ad una completa inversione di valori e di ideali”

Con l’epoca delle rivoluzioni si è iniziato, in Europa, un attacco in grande contro quanto poteva conservare sembiante di «società di uomini», epperò contro lo stesso principio politico, contro quello di ogni vera sovranità: fino ad una completa inversione di valori e di ideali. Infatti, nell’una o nell’altra forma imperano da tempo le ideologie societarie, le quali rappresentano semplicemente l’anti-Stato, e una specie di protesta contro il principio virile da parte di tutto ciò che, per avere attinenza alla semplice vita fisica di una società, secondo l’accennata veduta delle origini, ha carattere analogamente «femminile» e promiscuo. Mentre per la «società di uomini» sono valori l’onore, la lotta e il dominio, per la semplice «società» sono invece valori la pace, l’economia, il benessere materiale, la vita naturalistica degli istinti e dei sentimenti, la piccola sicurezza: al limite, edonismo e eudemonismo, di contro ad eroismo, rango ed aristocrazia.
In quali correnti dei nostri giorni sempre più predominino queste invertite prospettive, con l’emergenza degli strati, al di sopra dei quali si elevano le «società degli uomini», e col demonismo proprio di ogni demagogia, è più o meno noto ad ognuno. Sarebbe già molto se la conoscenza dei valori qui brevemente ricordati servisse almeno a far esattamente riconoscere, di tali correnti, il vero volto, il vero significato.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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