Dai precursori della dissoluzione alla «gioventù bruciata» e alla «contestazione»

Torniamo sul tema della gioventù, cui dedicheremo un ulteriore articolo fra qualche giorno. L’angolo visuale da cui Evola tratta la tematica è in questa sede più ampio, facendone riferimento nel contesto di un’analisi lucidisssima del lento, inesorabile processo di decadenza dell’essere umano lungo le tappe del nichilismo moderno, in un mondo dove, per dirla con Nietzsche, “Dio è morto”. Con osservazioni fondamentali tratte dal capolavoro “Cavalcare la tigre”, Evola descrive i caratteri di un declino antropologico completo, dominato nelle sue forme ultime da uno nichilismo estremo, più o meno consapevole, ormai totalmente passivo e fine a sé stesso, dal vuoto esistenziale, dall’incapacità di dare un senso all’esistenza terrena, che sfocia in forme liminali di distruzione ed autodistruzione, di sterile contestazione, di traumatica alienazione, di nevrosi, di disfacimento. Forme di cui in buona parte, inevitabilmente, si fanno interpreti tragici (non più nel senso classico del termine, bensì nel senso appunto più nichilista di esso) proprio i giovani, chiamati loro malgrado a vivere in un’epoca senza più riferimenti superiori, in una mera societas atomizzata di monadi sperdute, privi di esempi tangibili, di maestri, di guide.

Evola descrive all’inizio del quarto capitolo dell’opera i passaggi che caratterizzano la desacralizzazione dell’esistenza, la rottura ontologica col mondo della Tradizione, la scomparsa nella vita umana di ogni riferimento alla trascendenza. Dalla fase del dominio della ragione, della morale “autonoma”, del razionalismo etico, si passa (dopo la parentesi a sé dell’eroe romantico, esauritasi con il modello dell’Unico di Max Stirner) a quella dell’etica utilitaristico-sociale, che spalanca le porte alla dissoluzione anarchica odierna, al nichilismo nietzschiano nella sua fase tragica (ripetiamolo, nel senso moderno e non classico dell’espressione), alla totale “miseria dell’uomo senza Dio”. Dalla fase della ribellione metafisica e morale, fondata ancora formalmente su dei motivi, su dei contenuti (sia pure erronei), si finisce alla fase nichilista in senso stretto, in cui persino quei motivi vengono meno, e rimane solo il senso dell’assurdo, della pura irrazionalità della condizione umana. Nell’estratto che proponiamo Evola prosegue quindi la sua analisi.

Le ultime righe di questo paragrafo sono illuminanti: le forme, gli esempi di questo processo di dissoluzione che rapidamente Evola fornisce, rapportati all’epoca in cui scrisse queste pagine (“Cavalcare la tigre”, com’è noto, fu pensato all’inizio degli anni cinquanta, per poi essere aggiornato alle contingenze dell’epoca ed essere pubblicato in prima edizione nel 1961, ed uscire riveduto dieci anni dopo), sono solo “indici segnaletici dei tempi”, soggette a trasformarsi e ad essere sostituite da nuove forme di manifestazione. “Sparite quelle forme, altre certamente ne sorgeranno, ad esse omologabili, secondo le circostanze, fino all’esaurirsi del presente ciclo“, scriveva Evola. Ebbene, guardiamoci intorno: oggi assistiamo a nuove forme di annichilimento, a nuove manifestazioni di quel medesimo processo, che tutte partono da quella stessa matrice e tutte sono quindi egualmente legate tra loro. Dalla pandemizzazione della psicanalisi individuale, di “coppia” o collettiva all’abuso di farmaci, psicofarmaci, alcool e droghe, forme estremizzate di fenomeni già manifestatisi in precedenza, fino alle nuove dipendenze psico-fisiche egualmente massificate, legate all’edonismo tecnologico, con il dominio incontrastato della “smartphone-mania”, di Internet e delle sue molteplici applicazioni concrete (social networks in primis), e la conseguente, inevitabile, totale incapacità dell’uomo contemporaneo, giovane o meno che sia, di autogovernarsi di fronte a esso, veicolo di rapido accesso in pochi secondi e per qualunque sprovveduto a qualunque realtà attinente soprattutto al corpo ed alla psiche, in tutti i loro aspetti, soprattutto quelli più degradate.  Ed ancora, sterili e disperati sentimentalismi, vuote e deliranti passionalità, neofemminismi esasperati, sessualizzazione forzata della società e forme nuove di omologazione e degradazione sessuale, genderismo; perdite di identità, parodizzazione e laicizzazione (cristianesimo) oppure estremizzazione formale (islam) delle residue forme religiose, nuove orripilanti forme di discesa verso il sub-umano (si pensi all’input lanciato ed in via di diffusione relativo alle nuove “frontiere dell’alimentazione”: mangiare insetti), e chi più ne ha, più ne metta. Ma se cambiano le forme, ci conferma Evola, l’essenza, la matrice e la meta abissale finale rimangono le medesime.

Nell’immagine in evidenza, un fotogramma tratto dal film “Die Halbstarken” (1956) di Georg Tressler (cfr. nota 2)

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di Julius Evola

tratto da “Cavalcare la tigre” (paragrafo 4 del capitolo “Nel mondo dove Dio è morto”)

Già qui va rilevato il fatto che esiste una corrente di pensiero e una «storiografia» cui è stato proprio il presentare questo processo o, almeno, le prime fasi di esso, come qualcosa di positivo, come una conquista. È un altro degli aspetti del nichilismo contemporaneo, col sottofondo inconfessato di una specie di «euforia da naufraghi». Si sa che a partire dall’illuminismo e dal liberalismo, via via fino allo storicismo immanentistico, prima «idealistico» e poi materialistico e marxistico, le accennate fasi di dissoluzione sono state interpretate ed esaltate come quelle della emancipazione e della riaffermazione dell’uomo, del progresso dello spirito, del vero «umanismo». Vedremo più oltre in che misura la tematica considerata da Nietzsche pel periodo post-nichilistico risente, nei suoi lati deteriori, di questa mentalità. Per ora, vi è da fissare soltanto un punto.

Friedrich Nietzsche (1844-1900)

Nessun Dio ha mai legato l’uomo, è una fantasia non soltanto il despotismo divino ma, in buona misura, anche quello (il despotismo, ndr) al quale, secondo le interpretazioni illuministiche e rivoluzionarie, il mondo della Tradizione avrebbe dovuto il suo ordinamento dall’alto e verso l’alto, il sistema delle sue gerarchie, le varietà dell’autorità legittima e della potestà sacrale. Di tutto questo sistema il vero, essenziale fondamento erano invece la particolare conformazione interna, le capacità di riconoscimento e i diversi interessi congeniti di un tipo di uomo ormai venuto meno quasi del tutto.

L’uomo, ad un dato momento, ha voluto «essere libero». Lo si è lasciato fare, si è lasciato che egli recidesse anche quei vincoli che non tanto lo legavano quanto lo sorreggevano; si è lasciato quindi che dalla sua liberazione traesse tutte le conseguenze, in una concatenazione rigorosa, fino allo stato attuale, in cui «Dio è morto» (Bernanos dice: «Dio si è ritirato») e l’esistenza diviene il campo dell’assurdo dove tutto è possibile e tutto è lecito. In tutto ciò non ha agito che la legge chiamata in Estremo Oriente delle azioni e delle reazioni concordanti: oggettivamente, «di là dal bene e dal male», di là da ogni piccola morale.

Nei tempi ultimi la frattura si è estesa dal piano morale a quello ontologico e esistenziale. Valori che ieri erano messi in discussione e vacillavano soltanto sotto la critica di pochi antesignani relativamente isolati, oggi stanno perdendo ogni consistenza per la coscienza generale nella vita d’ogni giorno. Non si tratta più di «problemi» ma di uno stato di fatto, per cui il pathos immoralistico dei ribelli di ieri appare ormai quanto mai anacronistico e stonato. Da un certo tempo una buona parte dell’umanità occidentale considera come cosa naturale che l’esistenza sia priva di ogni vero significato e non debba essere ordinata a nessun principio superiore, per cui si è acconciata a viverla nel modo più sopportabile, meno spiacevole possibile. Ciò ha tuttavia come controparte e conseguenza inevitabili una vita interiore sempre più ridotta, informe, labile e sfuggente, una crescente dissoluzione di ogni drittura e di ogni qualità di carattere.

Sotto un altro riguardo, in questa stessa direzione rientra un regime di compensazioni e di anestetici che non cessa di esser tale per il suo non esser avvertito dai più in questa sua qualità. Il bilancio lo fa un personaggio di E. Hemingway quando dice: «Oppio del popolo, la religione… E oggi l’economia è oppio del popolo, insieme al patriottismo… E poi i rapporti sessuali non sarebbero anch’essi oppio pel popolo? Però, fra tutti gli oppi, il darsi al bere è quello sovrano: eccellente, anche se vi è chi preferisce la radio, oppio a buon mercato».

Ernst Jünger (1895-1998)

Dove si affaccia questa sensazione, la facciata però vacilla, la compagine si sfalda, e alla dissoluzione dei valori fa seguito la denuncia di tutto ciò a cui si ricorre per supplire alla mancanza di senso di una vita ormai rimessa a se stessa. Si affaccia pertanto il tema esistenziale della nausea, del disgusto, del vuoto sentito dietro a tutto il sistema del mondo borghese, il tema dell’assurdità di tutta la nuova «civilizzazione» terrestrizzata. Là dove la sensibilità è più acuta, si verificano forme di traumatizzazione dell’esistenza, si delineano gli stati che sono stati chiamati di «spettralità dell’accadere», di «degradazione della realtà oggettiva», di «alienazione esistenziale».

Anche qui vi è da osservare il passaggio da esperienze sporadiche di intellettuali e di artisti di ieri a modi di essere che varie correnti delle nuovissime generazioni presentano in via naturale. Ieri si trattava ancora di scrittori, di pittori e di «poeti maledetti» viventi allo sbaraglio, spesso alcoolizzati, mescolanti la genialità col clima della dissoluzione esistenziale e con la rivolta irrazionale contro i valori stabiliti. Tipico il caso di un Rimbaud, la cui estrema forma di rivolta fu la rinuncia al suo stesso genio, il silenzio, l’immergersi nell’attività pratica, perfino nel segno del lucro. Come un altro caso, il Lautréamont, che la traumatizzazione esistenziale (Maldoror, il personaggio dei suoi canti, dice di «aver ricevuto la vita come una ferita e di aver proibito al suicidio di guarirne la piaga») spinse verso morbose esaltazioni del male, dell’orrore, dell’informe elementarità. Come Jack London e vari altri, compreso il primo Ernst Jünger, vi sono state individualità isolate datesi all’avventura, alla ricerca di diversi orizzonti in terre e mari lontani, quando per gli altri tutto sembrava in ordine, sicuro e saldo, e nel segno della scienza si inneggiava alla marcia trionfale del progresso, appena turbata dal fragore delle bombe di qualche anarchico.

Già dopo la prima guerra mondiale processi del genere hanno cominciato ad estendersi preannunciando le forme liminali del nichilismo. In un primo tempo tali forme precorritrici continuarono a restare in margine alla vita, nella zona di confine con l’arte. La più significativa e radicale è forse, fra esse tutte, il dadaismo, conclusione degli impulsi più profondi che avevano alimentato i diversi movimenti dell’arte d’avanguardia. Ma col dadaismo le stesse categorie artistiche sono negate e viene postulato il passaggio alle forme caotiche di una vita priva di ogni razionalità, di ogni vincolo, di ogni coerenza, viene postulata l’accettazione, ed anzi l’esaltazione, dell’assurdo, del contradittorio, del senza-senso e del senza-scopo assunti proprio come tali.

La follia del surrealismo (“il gioco lugubre” di Salvator Dalì, 1929)

Temi analoghi furono poi ripresi, in parte, dal surrealismo, quando esso si rifiutò di adattare la vita alle «condizioni irrisorie di ogni esistenza quaggiù». E la via talvolta è stata effettivamente calcata sino alla fine, col suicidio di surrealisti, quali Vaché, Crevel e Rigault, quest’ultimo avendo rinfacciato agli altri di saper fare soltanto della letteratura, della poesia. Infine, quando il primo Breton dichiarò che il più semplice atto surrealista sarebbe di scendere per strada e sparare a caso sui passanti, egli anticipò ciò che più volte, dopo la seconda guerra mondiale, doveva passare dalla teoria alla pratica in alcuni esponenti delle nuovissime generazioni, intesi a cogliere proprio attraverso l’azione assurda e distruttiva l’unico senso possibile dell’esistenza, dopo aver respinto il suicidio come soluzione radicale per l’individuo metafisicamente solo.

Dopo la seconda guerra mondiale, con l’ulteriore traumatizzazione che essa e le conseguenze di essa hanno prodotto, col crollo di un nuovo gruppo di valori di facciata, lo stesso fluido si è effettivamente diffuso in forme quasi endemiche non meno tipiche nelle correnti della gioventù che si è chiamata bruciata o perduta, dove il frequente, ampio margine di inautenticità, di posa e di caricatura non pregiudica il valore di segno vivo dei tempi spesso proprio al loro fondo ultimo.

Sono stati, per un lato, i «ribelli senza bandiera», i young angry men, con la loro ira e la loro aggressività in un mondo in cui si sentono degli estranei, di cui non vedono il senso, dove non scorgono nessun valore pel quale meriti combattere o entusiasmarsi. Come si è accennato, questa è la liquidazione, nel mondo dove Dio è morto, di quelle precedenti forme di rivolta, nel fondo ultimo delle quali sussisteva, malgrado tutto – come nello stesso anarchismo utopico – la persuasione di avere una giusta causa da difendere, a costo di ogni distruzione e del sacrificio della propria vita – il «nichilismo» qui riferendosi alla negazione dei valori del mondo e della società contro cui si insorgeva, e non di quelli che spingevano a tale rivolta. Ma nelle forme attuali resta la rivolta come movimento puro, la rivolta irrazionale «senza bandiera».

Su questa direzione si trovavano i teddy boys (1), mentre fenomeno consimile era quello degli Halbstarken (2) tedeschi, della «generazione delle macerie». Si sa che lo stile degli uni e degli altri era la protesta aggressiva esprimentesi anche attraverso gesta vandaliche e da fuori legge, esaltate come «atti puri», come fredde testimonianze di un esser diversi. Nell’area slava si sono avuti gli holigani. Più significativa fu la controparte americana, costituita dagli hipsters (3) e dalla beat generation. Prima che di atteggiamenti intellettualistici, qui si è trattato parimenti di posizioni esistenziali vissute da giovani, posizioni delle quali un certo genere di romanzi è stato soltanto un riflesso: forme più fredde, scarne, corrosive che non quelle della controparte britannica, nell’opposizione a tutto ciò che è pseudo-ordine, razionalità, coerenza – contro tutto ciò che è square, che sembra «quadrato», solido, giustificato, sicuro: «l’ira distruttiva senza voce» – come qualcuno ha detto, disprezzo per «la genìa incomprensibile di coloro che riescono ad appassionarsi seriamente ad una donna, ad un lavoro, ad una casa» (Norman Phodoretz).

Teddy boys inglesi degli anni Settanta

L’assurdità di ciò che viene considerato normale, «la follia organizzata del mondo normale», è apparsa agli hipsters tanto più evidente nel clima della industrializzazione e di un insensato attivismo, malgrado tutte le conquiste della scienza. La disidentificazione dall’ambiente, il rifiuto assoluto a collaborare, ad avere un qualche posto definito nella società sono state perciò le parole d’ordine elette da questi ambienti, che del resto non comprendevano solo dei giovani, che raccoglievano elementi non solamente dai bassifondi, dagli strati sociali più colpiti, ma da tutte le classi, talvolta anche dalle più ricche. Al nuovo nomadismo di alcuni si univa, in altri, il piacere per le forme più elementari dell’esistenza. Nello hipsterism l’alcool, il sesso, la musica negra a jazz, la velocità, le droghe, perfino azioni che hanno avuto il carattere di crimini gratuiti proprio come quelle proposte dal surrealismo di A. Breton, sono stati dei mezzi usati per poter sostenere con sensazioni esasperate il vuoto dell’esistenza. La prospettiva di «ricevere colpi tremendi dal proprio Io» in esperienze d’ogni genere non era temuta, ma cercata (N. Mailer). In parte, anche i libri di Jack Kerouac e la poesia di Allen Ginsberg si sono ispirati a tale clima (4).

Ma esso si era già preannunciato in alcuni scrittori che, non a torto, sono stati chiamati i Walt Whitman non del mondo ottimistico e pieno di speranze e di vita della giovane democrazia americana, bensì di un mondo che frana. A parte un Dos Passos e altri dello stesso gruppo, il primo Henry Miller (5) può dirsi il padre spirituale delle correnti ora accennate. Nei suoi riguardi si è potuto parlare, «più che di uno scrittore o di un artista, di una specie di fenomeno collettivo dell’epoca – un fenomeno incarnato e vociferante, come manifestazione bruta dell’angoscia, della disperazione furiosa e dell’orrore infinito che si stendono dietro la facciata crollante» (prefazione al Tropico del Cancro nelle Editions du Chene, Paris, 1946) (6). È il senso di una tabula rasa, del silenzio cosmico, del nulla, di tutta un’epoca spazzata via, «in un profeta che scorge la fine di un mondo nello stesso punto in cui esso fiorisce e irradia all’apogeo della sua grandezza e della sua infezione pestifera».

Henry Valentine Miller (1891-1980).

Dello stesso Miller sono queste parole caratteristiche: «Fin da principio non ho conosciuto che il caos, fluido da cui ero circondato, che aspiravo nei miei stessi bronchi». «Una foresta di pietra al centro della quale sta il caos» è la sensazione dell’ambiente in cui si muove l’uomo di oggi. «Talvolta in quel punto morto e centrale, nel cuore stesso del caos ballavo o bevevo fino all’abbrutimento, facevo all’amore o stringevo amicizie, tracciavo piani per una vita futura, ma tutto non era che caos, pietra, disperazione, smarrimento».

Una testimonianza in parte convergente, di un’altra area, è quella data dalle parole che H. Hesse aveva già messo in bocca ad un suo personaggio: «Preferisco sentirmi ardere da un dolore diabolico piuttosto che vivere in questo ambiente dalla temperatura sana. Allora avvampa entro di me un desiderio selvaggio di emozioni intense, di sensazioni, un’ira contro questa vita piatta, sfaldata, normale e sterilizzata, e una voglia di fracassare qualcosa, non so, un magazzino, o una cattedrale, o me stesso; di commettere pazzie temerarie… Questo è, infatti, ciò che sempre ho più odiato, aborrito e maledetto: questa soddisfazione, questa salute pacifica, questo grasso ottimismo del borghese, questa disciplina dell’uomo mediocre, normale, dozzinale». P. van den Bosch nel suo Les enfants de l’absurde aveva scritto: «Siamo i fantasmi di una guerra che non abbiamo fatto… Per aver aperto gli occhi su di un mondo disincantato siamo, più di qualsiasi altro, i figli dell’assurdo. In certi giorni il non-senso del mondo ci pesa come ima tara. Ci sembra che Dio sia morto di vecchiaia e che noi esistiamo senza uno scopo… Non siamo inaciditi: partiamo dallo zero. Siamo nati fra le rovine. Quando siamo nati, l’oro si era già trasformato in pietra».

Il retaggio degli antesignani del nichilismo europeo, nelle accennare correnti della gioventù bruciata si è dunque tradotto, in buona parte, nelle forme crude di una vita vissuta. Un tratto importante qui è l’assenza di ogni istanza rivoluzionario-sociale, il non credere che una azione organizzata possa cambiare le cose: è la differenza rispetto agli intellettuali di sinistra facenti il processo alla società borghese e rispetto ai nichilisti di ieri. «Lavorare, leggere, prepararsi nelle cellule, credere, per poi farsi spezzare la schiena – no, grazie tante, ciò non fa per me», dice, per esempio, uno dei personaggi del Kerouac. Questo è il bilancio che si farà anche di ciò in cui è sboccata praticamente la «rivoluzione» delle forze di sinistra quando ha trionfato, quando ha superato la fase della semplice rivolta – il Camus lo ha ben messo in luce, dopo il periodo delle sue illusioni comuniste: la rivoluzione ha tradito le sue origini, con la costituzione di nuovi gioghi, di un nuovo, più ottuso e assurdo conformismo.

Non è il caso di soffermarsi ulteriormente su queste testimonianze di una esistenza traumatizzata, e neanche su quelle di coloro che si potrebbero chiamare i «martiri del progresso moderno». Come abbiamo detto, qui di esse interessa soltanto il valore di indici segnaletici dei tempi. Le forme accennate si sono anche degradate in voghe stravaganti e passeggere. Ma è incontestabile il nesso causale, quindi necessario, che le unisce al mondo «dove Dio è morto» ed egli non è stato ancora sostituito. Sparite quelle forme, altre certamente ne sorgeranno, ad esse omologabili, secondo le circostanze, fino all’esaurirsi del presente ciclo.

Note

(1) I Teddy Boys furono un movimento giovanile nato in Inghilterra nel secondo dopoguerra, che inizialmente imitava la moda aristocratica dei dandy in voga durante il regno di Edoardo VII (1901-1910), riproposta dai sarti della celebre Savile Row (via del centro di londra dove hanno sede alcuni dei più importanti laboratori sartoriali del mondo). Il nome del movimento derivava dal titolo di una prima pagina di un giornale inglese del 1953, che abbreviava il nome Edward in Teddy. Ben presto il movimento assunse però una valenza differente, e rispetto al semplice ambito estetico si caratterizzò in quanto espressione del disagio dei giovani inglesi, privi di modelli, sopraffatti dall’inquietudine e spaesati dall’incertezza e dai problemi legati alla disccupazione e dalle difficili condizioni di vita, che sempre più di frequente si manifestava con una violenza cruda e distruttiva. Per assurdo il boom economico all’inizio degli anni Cinquanta, il miglioramento delle condizioni di vita e l’emersione delle prime forme di mobilità sociale acuirono nel movimento un senso di disagio e di spaesamento, e la voglia di differenziarsi dalla cultura e dai costumi dominanti, borghesi e massificati, e quindi di sfidare ed oltraggiare. Negli anni Settanta e Ottanta il movimento subì poi vari influssi estetici-culturali dagli ambienti musicali del rock, del glam rock, del punk (N.d.R.).

(2) Gli Halbstarken furono un movimento giovanile sorto durante gli anni cinquanta in Germania, Austria e Svizzera, caratterizzato da atteggiamenti violenti e provocatori. I riferimenti “culturali” ed estetici di questo gruppo erano costituiti soprattutto dai film americani e dalle icone del rock. Punto di riferimento per antonomasia fu, non a caso, il famosissimo film Rebel Without a Cause (uscito in Italia come “Gioventù bruciata”) che diede fama mondiale a James Dean (N.d.R.).

(3) Il termine hipster, come neologismo nato negli anni quaranta negli Stati Uniti, desciveva inizialmente gruppi di giovani appassionati di jazz e in particolare di bebop, che emulavano lo stile di vita dei jazzisti afroamericani. Dopo la seconda guerra mondiale il termine cominciò a descrivere un movimento con caratteristiche ben precise, anticonformisme, eversive, estreme, talora violente. Lo scrittore Norman Mailer, in un saggio dal significativo titolo Il bianco negro (1967) descrisse gli hipsters come esistenzialisti che decidevano di «divorziare dalla società, vivere senza radici e intraprendere un misterioso viaggio negli eversivi imperativi dell’io». Fu però senz’altro il musicista e musicologo Frank Tirro, nel suo libro “Jazz: a History” (1977), a darne una definizione ancor più calzante nella sua provocatorietà: «L’hipster è un uomo sotterraneo, è durante la seconda guerra mondiale ciò che il dadaismo è stato per la prima. È amorale, anarchico, gentile e civilizzato al punto da essere decadente. Si trova sempre dieci passi avanti rispetto agli altri grazie alla sua coscienza. Conosce l’ipocrisia della burocrazia e l’odio implicito nelle religioni, quindi che valori gli restano a parte attraversare l’esistenza evitando il dolore, controllando le emozioni e mostrandosi cool ? Egli cerca qualcosa che trascenda tutte queste sciocchezze e la trova nel jazz” (N.d.R.).

(4) Sui beats del primo periodo americano, da distinguere dalle più recenti forme carnevalesche e stupide, e la corrispondente critica, cfr. il nostro libro L’Arco e la Clava, cit., cap. 16.

(5) Henry Valentine Miller (1891-1980), scrittore, pittore, saggista e reporter di viaggio statunitense, “padre spirituale” delle correnti del ribellismo irrazionale e nichilista dell’epoca, era noto, oltre per i contenuti estremi delle sue produzioni, per la rottura stilistica con le forme letterarie in voga e per l’uso di tecniche di scrittura automatica d’impronta surrealista (N.d.R.).

(6) Tropic of Cancer è del 1934; il suo seguito, Tropic of Capricorn, è del 1939. Furono tradotti in un unico volume da Feltrinelli nel 1962 (N.d.C.).



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