Civiltà | Dalle macerie di Vienna a Regina Coeli. Ricordo dell’uomo

di Amalia Baccelli*

(Tratto da Civiltà, Rivista di dottrina politica e di cultura, anno II, nn° 8-9, Roma, settembre-dicembre 1974, pp. 43-46)

La scomparsa di Julius Evola dalla scena terrena non costituisce soltanto la perdita di uno degli intelletti più elevati di questo secolo per il mondo del pensiero italiano, ma rappresenta anche, per quanti ebbero la ventura di conoscerlo, di poter attingere dal suo mirabile esempio, un vuoto incolmabile, un’ombra scesa a rendere più oscure tutte le dissacrate, le vili, le volgari, le plebee vicende della quarta età, del Kali Yuga, in cui il destino ha posto la nostra sorte.

Questa decadenza del tempo attuale, che ormai viene largamente riconosciuta, egli l’aveva prospettata sin da quando, decenni orsono, scrisse la Rivolta contro il mondo moderno, credo la sua opera maggiore, che resterà nella storia del pensiero filosofico. Ma dei suoi libri, delle sue dottrine, altri scriverà assai meglio di quanto non potrei fare io. Mi soffermerò invece su qualche episodio; non tutti gli studiosi della tradizione esoterica, non tutti i suoi seguaci, i quali hanno raccolto da lui la fiaccola di un sapere che rappresenta anche uno stile di vita, forse conoscono alcune sfumature, alcuni aspetti dell’ “uomo Evola”, qualche volta gelosamente custoditi dalla sua riservatezza.

La forza d’animo con cui affrontò trent’anni di immobilità senza mai lamentarsi, senza mai commiserarsi, giungeva al punto di vietare agli altri il dolore suscitato dalla sua condizione fisica. La prima volta che lo rividi dopo la guerra, trasportato a Roma da Bologna dove avevano inutilmente tentato di rendergli almeno in parte l’uso delle gambe, ricordava la sua esistenza precedente della quale mi avevano parlato amici comuni e la sua mamma. Qui occorre aprire una parentesi veramente doverosa: Concetta Evola – la mamma del Maestro – con la quale ero in cordiali rapporti di amicizia come lo era tutta la mia famiglia, fu donna esemplare, ed è stato inqualificabile scrivere di lei le bassezze che sono comparse sul Messaggero in un articolo pubblicato proprio il giorno del suo funerale.

Salendo le scale per andare da lui ricordavo quindi la sua vita intensa e brillante, le sue scalate sulle più alte vette alpine, tutta una gamma di azioni che non avrebbe più potuto compiere.

Enjulius_evolatrando notai subito, appesi al muro dell’ingresso, un cerchio di corde con le piccozze incrociate: il suo equipaggiamento da scalata.

Nello scrivere sui colloqui con lui, non potei evitare l’accenno a quei simboli del rocciatore ed alla tragedia della sua immobilità che confinava fra le quattro mura di una stanza, come in un carcere, un uomo il quale aveva tanto viaggiato, praticato sports, vissuto in ogni campo intensamente. Per rispetto gli mandai le bozze prima di pubblicare e tornai da lui a riprenderle: aveva accuratamente cancellato ogni accenno, ogni riferimento al suo dramma umano.

Tutto ciò è un trascurabile episodio – mi disse – che non ha rilievo nella vasta scena del mondo.

Restai ammutolita; qualche volta mi accadde di ricadere, seppure assai più brevemente, di scorcio, a scrivere sulla tragedia che egli viveva, ora per ora, giorno per giorno, senza battere ciglio, ed ogni volta trovai un netto tratto di penna a cancellare la frase.

Fu portato in carcere per un’accusa assurda in occasione di uno dei processi intentati dalla “libera democrazia” ai giovani “neo fascisti”, un processo contro componenti dei F.A.R., un’organizzazione che niente aveva in comune coi barbari attentati dei nostri giorni, (bugiardamente addebitati alla “destra”, mentre hanno il tipico marchio rosso), ma si proponeva una battaglia di riscossa nazionale, una resurrezione dell’Italia dalla sue macerie morali. Lo arrestarono solo perché come ”ideologo”, come difensore del senso dell’onore, della fedeltà, dell’autorità gerarchica, della dirittura, del coraggio, a cui si allacciano le dottrine tradizionali da lui illustrate, egli aveva rappresentato nel momento più tragico della disfatta e della vergogna, un appoggio etico, ideale, per molti giovani i quali, per merito di Evola appunto, trovarono la forza di risollevarsi spiritualmente.

Andò anche in galera, trascinato su una barella, senza mostrare il minimo turbamento. Restò memorabile la sua autodifesa, una lezione di coraggio e insieme di cultura, di filosofia e di stile, venata qua e là di finissima ironia. Noi, assiepati dietro le transenne nell’aula in Tribunale, ascoltavamo ammirati; poi l’occhio mi cadde su un solerte sbirro che segnava accuratamente i nomi pronunziati dal Maestro durante l’autodifesa: aveva nello sguardo il luccichio del cacciatore che sente vicino la preda.

Il palazzo dove abitò Julius Evola a Roma, in corso vittorio Emanuele n. 197

Il palazzo dove abitò Julius Evola a Roma, in Corso Vittorio Emanuele n. 197

Il poverino, credendo di annotare i nomi di pericolosi neofascisti a cui mettere prontamente le manette, stava annotando quelli di personaggi dell’antica Grecia e della Roma classica!

Quante volte ho visto scolorire nel tramonto il cielo sul Gianicolo dalla sua finestra, affacciata da un lato sullo scorcio del rinascimentale palazzo della Cancelleria e dinanzi, su alberi e strade, su su, fino al “fontanone” del colle!

Quante volte a lui, inchiodato a quella poltrona su cui sedeva alcune ore del giorno, e sulla quale sarebbe morto, oppure disteso nel suo letto con accanto penne, libri, foglietti coperti dalla minuta inconfondibile calligrafia attraverso i quali si andavano formando quelle opere come Cavalcare la tigreGli uomini e le rovineIl cammino del cinabro, a cui attinsero con fede e coraggio generazioni duramente provate come la nostra, generazioni di giovani che vedevano tutto infangato, e di più giovani cresciuti negli ultimi lustri in un deserto spirituale, quante volte a lui chiedevamo aiuto, aiuto e consiglio! Non ce li negò mai.

A quanti di noi scelsero la via dell’azione politica, militando nel MSI come nella sola forza patriottica risorgente, la sola speranza di riscatto dei nostri ideali, per i primi interventi tenuti nell’atmosfera romantica, appassionante e un po’ caotica dei primi congressi, magari sezionali o provinciali, egli, con infinita pazienza, suggeriva idee da portare, concetti da esporre!

La sua pazienza, la sua generosità, ecco forse quello che di lui il pubblico non conosceva e che lui non voleva mostrare. Quanti perseguitati ha aiutato!

In un momento drammatico, in cui stava per celebrarsi un altro processo ingiusto, anch’io bussai alla sua porta per aiutare delle persone, che lui neppur conosceva, ma che aiutò immediatamente. Lo fece con una battuta di spirito, proprio quasi a mascherare la propria generosità. Le frasi scherzose riusciva a trovarle anche alla vigilia della morte, una morte assaporata ora per ora in un dilagare di sofferenze fisiche, mentre, sofferenza più atroce di tutte, sentiva tratto tratto affievolirsi la lucidità dell’intelletto e dissolvesi la memoria.

julius evola nel suo studio

Julius Evola nel suo studio

In quei mesi ultimi in cui il suo declino fisico era irreparabile, come corvi volevano avventarsi su di lui i giornalisti nemici, che pur per tanti anni lo avevano deliberatamente ignorato malgrado che i suoi libri si traducessero, si ristampassero, si vendessero ormai sempre di più. Perché il pubblico, certo pubblico che aspira a conoscere, ad elevarsi, anche se sa, generalmente, di non avere possibilità di raggiungere col proprio io vette di autorealizzazione, lo ha scoperto negli ultimi anni. Nei mesi del declino fisico, dicevo, per noi suoi allievi, suoi amici devoti, ritornava alla memoria, vedendolo scavato, ischeletrito, spesso afono, la sua vita densa di dinamismo prima, brillante, attiva e poi tanto sofferta, ma sempre illuminata dalla sapienza, dal dono della creatività e dell’ascesi, verso una trascendenza che tutti avremmo voluto ma a pochi è dato raggiungere. Ritornavano alla memoria la sua generosità, la sua pazienza, la sua nobiltà e avremmo voluto, disperatamente voluto, alleviare in qualche modo il suo soffrire; il debito della gratitudine non abbiamo potuto pagarlo. Restavamo muti, artigliati da un dolore profondo, a guardarlo morire.

Anche le sue ultime volontà sono state contrastate, seppur finalmente esaudite. Voleva essere cremato in silenzio. Passarono molti giorni in cui la bara giacque al deposito del Verano, per incredibili avversità tecniche e burocratiche, mentre a Roma il calore diventava torrido.

Il suo fedele amico, l’avv. Andriani, a cui aveva affidato l’esecuzione testamentaria, batteva a tutte le porte, e con lui noi che avevamo ricevuto scritta di suo pugno, quest’unica sua richiesta (tante volte ripetuta negli ultimi anni, e quando me la ripeteva sentivo stringermi il cuore), avendo come un incubo costante nella mente l’immagine di quella bara che rischiava d’essere preda di tutto ciò che egli voleva evitare col fuoco purificatore.

Poi finalmente – come lui aveva voluto – le fiamme hanno incenerito il suo consunto involucro terreno. Siamo certi che oltre la soglia della morte, nel regno dell’eternità, quali che siano le diversità di fedi, di religioni o di riti, egli è ormai nella verità e nella luce mentre la sua opera qui in terra continuerà ad esser di guida per quanti vogliono tenersi in piedi tra le rovine, com’egli diceva, al disopra della “demonia” economicistica del falso progresso, delle plebeizzazioni della società, nella tenebra sempre più cupa del Kali Yuga.

 ***

* Amalia Baccelli Rinaldi fu per circa venti anni la Responsabile del “Settore Femminile” del MSI. Nel 1976, in seguito ai fatti di Sezze dello stesso anno, lasciò il partito in solidarietà a Sandro Saccucci. Amica di lunga data di Julius Evola, gli mise a disposizione dopo il secondo conflitto mondiale un appartamente nel centro di Roma, in cui Evola visse fino alla sua morte. Amalia Baccelli Rinaldi è morta nel 1984.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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