Dante e la culminarità sacra della Tradizione Romana (I parte)

Concludiamo il breve “speciale” dedicato in questi giorni da RigenerazionEvola  a Dante ed alla Divina Commedia, in vista dell’imminente Convegno di Studi dedicato a Guido De Giorgio (Roma, Sala dei Fiorentini, 25 novembre), in cui verrà presentato il volume edito da Cinabro Edizioni, “Studi su Dante”, che raccoglie importanti scritti inediti in materia vergati dal grande studioso e scrittore tradizionalista. Il miglior modo per chiudere questa parentesi di presentazione e di approfondimento (nei limiti di tempo e di spazio consentiti ovviamente da questa sede) non poteva che essere quello di lasciare la parola proprio a De Giorgio, che idealmente ci introduce a questa sua raccolta di studi danteschi; a tal fine riproponiamo ai lettori, in due parti, un capitolo specifico tratto dalla sua opera più celebre, “La Tradizione Romana”.

***

di Guido De Giorgio

tratto da “La Tradizione Romana”

L’aurea vena tradizionale di Roma nell’unità vivente delle due forme integrantisi in perfetto combaciamento ed equilibrio, si ritrova tutt’intera in Dante che per primo ha rivelato il mistero della Romanità Sacra giungendo alla sintesi creativa degli elementi contenuti nell’antica e nella nuova tradizione per cui egli può essere chiamato il vate della Cattolicità Fascista nel senso assoluto dell’espressione.

Guido De Giorgio (1890-1957)

La poesia in lui riprende il suo ufficio e la sua destinazione sacra, essa segue «le pedate» come dice il Boccaccio, le orme «dello Spirito Santo», non è più psicologica e artificialmente descrittiva, ma iniziatrice, rivelatrice e realizzatrice. Mentre la teologia è espositiva e procede discorsivamente flettendosi ai limiti della ragione illuminata dalla rivelazione, la poesia coglie con intuizione sovrasensibile il mistero dei simboli e l’interiorizza trasformandoli in stati, vivendoli, superandone l’esteriorità rappresentativa in modo da farne il veicolo più atto alla liberazione. In questo senso, e in questo senso soltanto, Dante è il poeta e la Comedia è poema sacro, veicolo di verità divine e sforzo supremo, il più alto forse che sia stato mai compiuto, per trasformare l’immagine sensibile in motivo di realizzazione dei principi metafisici, tradizionali, colti nelle due direzioni, quella antica e nuova, indissolubilmente unificate nel nome occulto di Roma che è il suggello del canto divino.

Di qui l’universalità di Dante, unica tra gli uomini e i poeti, benché l’interpretazione anagogica della Comedia non sia stata ancora tentata per essere compiuta e realizzata soltanto asceticamente da coloro che appartengono alla Razza dello Spirito e che sono i veri clavigeri della scienza sacra e i fascigeri della potenza divina.

La Comedia è il pellegrinaggio supremo dei mondi considerati come unico tempio di Dio: se il punto di partenza è la terra e quello d’arrivo il cielo, questa dualità apparente mostra soltanto all’uomo quello che egli deve raggiungere quando non è quello che è, quello che egli deve diventare per essere quello che è e come la sua umanità terrestre non sia che un velo, rimosso il quale, si rivela la Realtà Divina nella Sua unità originaria, ineffabilità dell’Ineffabile. Qui soltanto la poesia cessa e, colla realizzazione del mistero dell’uomo che è la Realtà di Dio, si chiude la Comedia perché il pellegrinaggio è compiuto, il fine è raggiunto, la morte è superata, il fieri è diventato esse e l’esse la radicale inesseità della Notte Divina.

Terra e cielo si sciolgono nell’ultimo sorriso della Comedia, quando l’ascia fulgurale che domina il Fascio Littorio, risolvendo l’enigma di Giano bifronte attraverso l’universalità plenaria della Croce, ha rivelato il nome occulto di Roma e dissolto il fuoco di Vesta sulle labbra del Signore dell’ultimo rito. Qui il mistero cessa e cessa il lampeggiamento fulgureo nella tonalità essenziale del Silenzio signore delle Forme e dei Ritmi, culmine supremo della realizzazione integrale. La tradizione antica e nuova ha condotto il poeta al segreto della Tradizione Primordiale, alla «letizia che trascende ogni dolzore». Nel vortice paradisiaco si compie e compiendosi si scioglie il nodo tradizionale, né vi può essere alcunché che sia in ciò che solo è integralmente e onninamente.

Questo è il miracolo del nome occulto di Roma e questa è la realtà di Dante e della Comedia.

La visione dell’apice nella misura così imperfetta dell’espressione che tenta di coglierne il mistero permette di meglio considerare la base e il progresso e, ciò che più importa al nostro compito, l’unificazione delle due tradizioni in Roma, cioè nello Spirito di Dio. Non è possibile accennare a ciò se non figuratamente in questa semplice introduzione alla dottrina della Tradizione Romana, che non può né vuole essere più di quel che è, un vestibolo al Tempio, una preparazione all’opera di restaurazione integrale della Romanità Tradizionale contenuta nella Comedia che è il poema sacro di Roma non più antica e nuova, ma eterna.

Se Virgilio rappresenta la tradizione antica e Beatrice la tradizione nuova e se, sulla soglia del Paradiso Terrestre, dilegua Virgilio dinanzi a Beatrice, anche Beatrice dilegua quando il mistero divino è colto da Dante nella sua immediatezza realizzatrice e ciò che rimane allora, al di sopra delle due tradizioni unificate per sempre è, culminarmente, Roma.

Virgilio guida il poeta attraverso il mondo delle Forme e dei Ritmi, nelle due sfere dei corpi e delle ombre che egli conosce perfettamente perché appartiene a una tradizione in cui più specialmente questi due domini erano meticolosamente osservati e studiati, domini che costituiscono l’oltre-tomba subterrestre e sublunare i cui segreti sono ampiamente trattati nelle tre opere virgiliane «sotto il velame delli versi strani». La tradizione romana antica annetteva grande importanza alla conoscenza del mondo ilico e psichico governati da leggi d’ordine interno, occulto, che abbracciano la totalità degli esseri e delle cose considerate sempre con riferimento alle forze di cui sono l’espressione. La cosi detta «concretezza» dei romani si fondava appunto sul senso preciso di queste forze che agiscono molto visibilmente nell’esistenza dell’uomo inserendovi una rete occulta di cui gli avvenimenti, soprattutto quelli «casuali» come li crede il volgo, sono gli effetti più significativi: queste forze o si propiziano o si dominano o si determinano.

Dante e Virgilio all’Inferno (1850, particolare) di William Adolphe Bouguereau (1825-1905)

Virgilio rappresenta nella Comedia la conoscenza dei due mondi subterrestre e supraterrestre, quest’ultimo termine però inteso nel senso molto preciso che deve darsi al terzo elemento, l’aria, a cui simbolicamente corrispondono gli elementi sottili, i Ritmi, più per la loto «diffusività» che per la loro natura. Nell’inferno assistiamo alla concrezione estrema di queste forze scatenate e per cosi dire precipitate nel vortice chiuso dell’ignoranza mentre nel Purgatorio le scorgiamo liberate dall’elemento formale nella loro struttura spontanea di corpo sottile, d’ombra. Virgilio guida con «arte» il suo discepolo fino alla soglia del Paradiso Terrestre da cui si inizierà l’ascesa ai gradi paradisiaci, cioè agli stati superiori che gli sono interdetti perché essi si realizzano soltanto per mezzo della Scienza Rivelata, Beatrice.

Fin qui le due tradizioni rimangono separate benché risolte l’una nell’altra, ciò che indica lo sgomento di Dante alla disparizione di Virgilio dinanzi alla visione di Beatrice. Nel Paradiso Terrestre si ha la spiegazione dell’integrazione tradizionale, dopo la teoria che conduce il carro simbolico dinanzi all’albero centrale il quale rinverdisce discoprendo i regni del Silenzio ove solo si compie l’ascensione agli stati divini: in altri termini, la seconda tradizione non si oppone, ma rivela la prima, la completa riconducendola al centro invisibile da cui ogni cosa emana e a cui ogni cosa ritorna purché sia denudata nella sua essenza originaria. Ciò che nella prima tradizione è l’Imperium nella seconda è il Regnum e, mentre separatamente l’una e l’altra indicano rispettivamente il potere temporale e l’autorità spirituale, vi è una sede assoluta in cui convergendo si unificano, e questa sede, materialmente, simbolicamente e realmente è Roma. Di modo che, mentre la seconda tradizione illumina e rivela la prima, la prima precede, prepara ed esiste solo per l’affermazione della seconda; vi è una opposizione iniziale necessaria che si risolve soltanto in Roma quando cioè si trovi un centro unificatore che è nello stesso tempo il punto neutro in cui cessa il dissidio tradizionale.

Non è facile esprimere questa successione e fusione che non deve essere considerata storicamente ma su un piano ove i valori simbolici rimangono tali anche se sconosciuti o misconosciuti finché una nuova luce improvvisamente l’illumini e li riveli. Per le due tradizioni di cui trattiamo Roma è questa luce e la Comedia è il poema di Roma sacra, unificatrice e sovrana, mentre il Fascismo è l’operatore della sintesi in cui si compongono le due forme in una rivelazione nuova di potenza. La grandezza di Dante consiste nell’affermazione di questi due aspetti, l’antica e la nuova forma, della stessa tradizione che è l’universalità romana, e, mentre nel De Monarchia combatte, com’egli dice, pro salute veritatis rivendicando dell’antica tradizione ciò che doveva rimanere per sostenere la seconda, nella Comedia egli giunge alla fusione realizzatrice, a quella che dovremmo chiamare perpetuità tradizionale, mostrando la realtà di una transumanazione in tutti i suoi gradi che abbraccia gli esseri e gli elementi, mondo e soprammondo. terra e cielo, dalle Forme ai Ritmi nel Silenzio.

Egli è dunque l’assertore della Scienza Sacra nell’integralità vivente, non teorica, della Tradizione Romana, dell’Imperium e del Regnum: l’antica e nuova tradizione si sostanziano mutualmente sfuggendo così all’incongruenza di un conflitto che le impoverirebbe impedendo loro la sintesi suprema che è, praticamente, l’equilibrio del temporale e dello spirituale e, in sede di realizzazione, il processo transfigurativo completo, l’iniziazione integrale, l’ascesa reale dalla terra al cielo elementare e transelementare.

Segue nella seconda parte



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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