“Delirio nero”: la falsa ultima intervista di Evola (seconda parte)

Introduzione a cura della Redazione di RigenerAzione Evola

Pubblichiamo oggi, in esclusiva assoluta, la seconda ed ultima parte della presunta intervista che Evola avrebbe rilasciato al giornalista de Il Messaggero Costanzo Costantini pochi giorni prima della sua scomparsa, pubblicata sul quotidiano romano il 13 giugno 1974 con il volgare titolo “Delirio nero”. Intervista di cui, nella prima parte, abbiamo evidenziato i primi punti critici, già in grado di rivelarne la sostanziale falsità.

foto becchetti-evola morente

La foto spacciata da Becchetti come l’ultima immagine di Evola sul letto di morte (cliccare sull’immagine per ingrandirla)

Ora, prima di procedere alla pubblicazione della seconda parte, sempre accompagnata da nostre note redazionali di commento, riportiamo le argomentazioni addotte da Gianfranco De Turris, secondo quanto avevamo già accennato nel commento alla prima parte dell’intervista, per provare la falsa datazione della fotografia che si accompagnava ad essa.

Tali argomentazioni sono contenute in una lettera che De Turris ha inviato l’11 settembre 2015 al sito internet de L’Arengario – studio bibliografico, che riunisce vari librai antiquari specializzati in avanguardie e libri di artisti e cultura della contestazione, di cui riportiamo qui sinteticamente il contenuto.

A corredo dell’intervista-farsa, era posta una fotografia scattata dal già citato fotografo de Il Messaggero Sandro Becchetti, raffigurante un primo piano del viso sofferente di Evola: quella foto era un primo piano tratto da un’altra foto più grande, raffigurante Evola disteso sul letto, nella sua abitazione, riflesso da uno specchio. Becchetti, che l’avrebbe scattata accompagnando Costanzo Costantini a casa di Evola, la spacciò come l’ultima foto di Evola sul letto di morte. Questa istantanea circolò su internet (all’epoca peraltro ancora ben poco diffuso) e fu fisicamente messa in vendita presso una libreria antiquaria romana ad una cifra esorbitante.

De Turris, oltre a criticare ferocemente il falso scoop (Evola “nei giorni precedenti la scomparsa, come possono testimoniare molti, non era assolutamente in condizioni di concedere interviste”), fornisce le prove della falsa datazione della fotografia, che non poteva essere stata scattata a ridosso della morte del barone; per i dettagli rinviamo direttamente al testo della lettera sopra citata. Sinteticamente, i motivi addotti da De Turris furono due: a) Il quadro dipinto da Evola, appeso al muro sulla sinistra nella fotografia, intitolato “La Genitrice dell’Universo”, fu donato da Evola a De Turris tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974. Di conseguenza, se era ancora al suo posto nella foto, quest’ultima doveva essere stata scattata diversi mesi prima della scomparsa di Evola [1]; b) nessun fotografo o giornalista fu fatto entrare nella stanza di Evola per descrivere o fotografare alcunché, né nel giorno del decesso del barone, né nel giorno delle esequie.

Ecco ora la seconda parte di quel grossolano falso giornalistico.

***

Segue dalla prima parte

[si apre con un commento di Costantini]

Julius Evola – il dandy dannunziano, il pittore dadaista, l’eroe nietzschiano, il filosofo dell’idealismo trascendentale e dell’individualismo assoluto, il coltivatore di scienze metafisiche, magiche ed ermetiche, il saggista esoterico, l’inventore di nuove formule alchemiche, il profeta della restaurazione gerarchica e monarchica e, soprattutto, l’ideologo dell’antidemocrazia e dell’azione violenta – non ha né origini normanne né nobiliari, bensì tipicamente piccolo-borghesi, come la stragrande maggioranza dei suoi compagni d’avventura e dei suoi allievi, il che configura un quadro psicologico di frustrazione e di irrealtà al limite della schizofrenia.

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Come osservato da De Turris, nella foto di Becchetti il quadro di Evola “La genitrice dell’universo” si trova ancora appeso al muro (essendo l’immagine riflessa allo specchio, il dipinto appare al contrario): lo scatto deve pertanto risalire a molti mesi prima della scomparsa di Evola, essendo stato donato da quest’ultimo a De Turris tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974 (cliccare sull’immagine per ingrandirla)

E’ nato infatti da genitori piccolo-borghesi, in via Arenula. Sua madre era impiegata in un ufficio tecnico del Ministero delle Poste e Telegrafi in Trastevere. Lui fece le elementari alla Maddalena, il Politecnico in Via San Pietro in Vincoli e poi si iscrisse alla facoltà di matematica, ma non arrivò, o rinunciò, alla laurea. In seguito subì gli umori e gli influssi del momento: fu dannunziano, dadaista, nietzschiano, quindi filofascista, razzista, filonazista, bellicista.

[N.d.R. – il vero delirio, anziché “nero”, è quello del giornalista, che descrive Evola con tutta una serie di aggettivazioni che si commentano da sole, dapprima per la gratuità, la vacuità e l’imprecisione (“l’inventore di nuove formule alchemiche” richiama tra l’altro la boutade sull’Evola inventore di formule tantriche “per farne di tutti i colori con le donne”, di cui si era parlato nella prima parte) fino a deragliare nella diffamazione più bieca. Si parla infatti di un Evola “ideologo (…) dell’azione violenta” e di “quadro psicologico di frustrazione e di irrealtà al limite della schizofrenia”, che sarebbe stato causato dal contrasto interiore tra la consapevolezza delle proprie origini piccolo-borghesi e l’ambizione ad averne di nobiliari: Evola sarebbe dovuto andare a farsi psicanalizzare, insomma. E poi, il grande climax finale: l’Evola mentalmente instabile, sarebbe stato vittima degli “umori” e degli “influssi del momento”, fino ad essere stato niente poco di meno che “filofascista, razzista, filonazista, bellicista”. Il perfetto quadretto delirante e pieno di logorroiche, ridondanti, vuote espressioni in stile comunistoide, ennesima prova dell’intenzione celata – neanche troppo bene, ormai lo si può dire – dietro questo falso scoop].

[Evola avrebbe, quindi, così rilanciato]

«Qualcuno ha fantasticato sulle mie origini normanne. I miei genitori sfruttavano le donne e vendevano le droghe. Erano dei piccolo-borghesi, che volevano i figli piazzati, in qualche professione utile. Mio fratello infatti è diventato ingegnere. Mia madre era una megalomane che non esitò ad impormi il nome di Giulio Cesare. A quell’epoca avevo un amico che si chiamava Cesare Borgia. Frequentavamo insieme la Biblioteca Vittorio Emanuele. Lui ha studiato il pensiero antico, io il pensiero moderno. Volevamo scrivere insieme una storia della filosofia. Io antidemocratico lo sono stato sin dall’infanzia. Dapprima come dannunziano, poi con la mia concezione gerarchica, feudale e ordinata della società. Una concezione supereconomica. I fattori irrazionali e superrazionali hanno un ruolo predominante nella storia».

sandro becchetti

Il fotografo Sandro Becchetti in un’immagine di alcuni anni fa, mentre rivela le proprie simpatie ideologiche

[N.d.R. – il delirio del giornalista prosegue: Evola avrebbe dichiarato con candore che i suoi genitori avrebbero “sfruttato le donne” (gestivano quindi un giro di prostituzione? … rieccoci con il tema della donna-oggetto) e “venduto droghe” (!). Il rapporto fra Evola ed i propri genitori fu conflittuale e problematico, ma queste frasi appaiono, ancora una volta, un eccesso difficilmente credibile, anche in un’ottica che fosse volutamente scandalistica o derisoria. Il finalino sull’Evola antidemocratico fin dall’infanzia (!), prima come “dannunziano” (ancora …) e infine “con la mia concezione gerarchica, feudale e ordinata della società” fa decisamente sorridere: di nuovo, difficilmente Evola avrebbe usato, in termini di sintassi, questo modo di esprimersi. E che dire dei “fattori irrazionali” che avrebbero, per Evola, un ruolo predominante nella storia? Una menzogna talmente evidente in termini contenutistici, per chi conosca anche solo un minimo il pensiero evoliano e la Dottrina Tradizionale più in generale, che svela la totale impossibilità che Evola possa aver fatto un’affermazione di questo tenore].

Che tipo di rapporti ha avuto con i suoi genitori?

«Inesistenti. Ho detto che i miei genitori volevano i figli piazzati. Ma quando ebbi successo e Mussolini mi mandò a chiamare, si produsse in loro un cambiamento caleidoscopico».

Perché Mussolini la mandò a chiamare?

«Aveva letto il mio saggio “Sintesi della dottrina della razza”. Io avevo già combattuto l’indirizzo biologico del razzismo tedesco e lui mi chiese di dare un indirizzo spiritualistico alla dottrina della razza. Io gli dissi: “Badate, Duce, io non sono fascista. Per principio non aderisco a nessun partito”. Io infatti non ho mai votato. Non capisco né il voto né il partito. Il partito rientra nel quadro democratico e io sono antidemocratico. Mussolini aveva anche approvato il mio progetto per una rivista italo-germanica intitolata “Sangue e spirito”. Presi contatto con Rosenberg, che già conoscevo, ma la guerra incalzava. C’erano altre gatte da pelare».

sintesi dottrina razza - razzismo-evolaLei si rende conto che ha influenzato ed influenza i gruppi della destra extraparlamentare nella loro azione violenta?

«Bisogna vedere in che quadro la domanda si pone. Non è che io abbia una larga influenza in Italia. Ho soltanto una certa influenza. Il fatto che i miei libri vengano ristampati lo dimostra».

Lei sa che i suoi allievi Freda e Ventura sono imputati per la strage di Piazza Fontana?

«Che cos’è Piazza Fontana? lo non leggo quasi mai i giornali, ma se c`è qualcosa di clamoroso vengo a saperlo. Mi sembra molto infantile quello che hanno fatto. Se avessero voluto fare un colpo di Stato avrebbero dovuto ingaggiare Skorzeny o Borghese».

In ogni caso, Franco Freda è un suo allievo.

«Io che ci posso fare? E poi io ho conosciuto Ventura, non Freda. Anzi sono arrabbiato perché le edizioni AR pubblicano i miei libri senza consultarmi. Hanno pubblicato “Imperialismo pagano”, che è un libro non molto equilibrato, scritto in un momento di congiuntura».

Lei crede che esistano oggi le condizioni per un colpo di Stato?

«Nei limiti della legalità democratica non si risolve nulla. Ci vorrebbe una guerra civile come in Spagna. Il cancro comunista è tale che bisognerebbe paralizzare i sindacati, come fece Hitler il 1 maggio. C’è un malessere generale. Ci sono i presupposti per un’azione violenta. La gente dice che sarebbe meglio che ci fosse Mussolini. È stufa fino ai capelli. Ma io non concepisco una Destra senza monarchia. Ho espresso le mie idee al riguardo nel saggio “Senso e funzione della monarchia”. Ma data la mia prognosi negativa del corso della civiltà, non credo che esistano le condizioni per una restaurazione monarchica».

[N.d.R. – dopo una  sequenza di domande e risposte vagamente più attendibile, ad esempio laddove si parla della concezione della razza, si spinge di nuovo l’acceleratore sul tema della violenza, del tutto estraneo, da  sempre, all’ottica evoliana, e pure ancora una volta sfacciatamente riproposto. “Ci vorrebbe una guerra civile come in Spagna” e “ci sono i presupposti per un’azione violenta” sono altre due assurde frasette ad effetto gettate abilmente in pasto all’ignaro lettore. L’unica cosa buona di questo passaggio è la citazione fatta da Costantini del saggio evoliano “Senso e funzione della monarchia”, da noi riproposto in due parti all’inizio del giugno scorso: consigliamo, a chi non l’avesse fatto, di leggerlo]

Com’è che nel ’45 lei si ritrovò nel Quartiere Generale di Hitler?

«Ero stato sempre in connessione con elementi tedeschi e fui invitato a fare un resoconto della situazione italiana. I tedeschi non si fidavano di Badoglio».

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La celebre foto scattata nel Quartier Generale di Hitler, a Rastenburg, il 20 luglio 1944, dopo l’attentato di von Stauffenberg. Nel cerchio rosso si evidenzia il volto di quello che per alcuni sarebbe stato Julius Evola. Ipotesi smentita da Gianfranco De Turris, dato che in quei giorni Evola si trovava a Vienna, sotto falso nome.

[N.d.R. – Questa domanda, con la relativa risposta, costituisce un altro punto debole dell’intervista: com’è noto, il 21 gennaio 1945, Evola rimase gravemente ferito a Vienna durante il celebre bombardamento alleato sulla città (fatto che è oggetto peraltro della successiva domanda di Costantini); in seguito, dopo una permanenza in ospedale nella capitale austriaca, Evola fu spostato a Budapest (probabilmente in una clinica specializzata) per poi tornare in Italia (dapprima a Bolzano, poi in provincia di Varese, poi a Bologna, e, infine, a Roma). Quindi: a) Evola non poteva trovarsi presso nessun “Quartier Generale di Hitler” nel 1945; b) Nel 1945 Hitler si trovava ormai nel bunker della Cancelleria di Berlino, avendo abbandonato la cd. “Tana del Lupo” (Wolfschanze), il suo Quartier Generale in Prussia, presso Rastenburg, nel novembre 1944, a causa dell’avanzata dell’Armata Rossa verso ovest; c) Evola, com’è noto, fu presente nella “Tana del Lupo” nel settembre 1943, come da lui stesso ricordato nell’articolo “Le prime ore della R.S.I.”. Nella migliore delle ipotesi, possiamo dunque pensare che Costantini, in malafede o per superficiale ignoranza, abbia sbagliato l’anno della presenza di Evola a Rastenburg. Ma il fatto che nella presunta risposta Evola non abbia corretto l’errore appare inverosimile, considerando l’importanza dell’incidente che subì a Vienna. Ad onor del vero, comunque, è notorio che il barone sbagliasse spesso nel ricordare date o luoghi, tant’è che anche nel caso della sua presenza a Rastenburg, nel menzionato articolo, fece erroneamente riferimento all’anno 1944 anzichè al 1943].

Come e in quali circostanze lei restò paralizzato ad entrambe le gambe?

«Mi trovavo a Vienna, nel terzo distretto. Ero ospite di due coniugi. Lui aveva sposato una mia ex amica dai capelli tizianeschi. Quando bombardavano la città, io continuavo a fare la mia attività come se niente fosse. Anche se non li cercavo, non schivavo i pericoli. Volevo testare il polso della sorte. Mi rivolgevo alle potenze superiori, perché non credo in un Dio personale. Un giorno mi trovavo nella Schwarzenbergplatz, verso le due. Avevo appena finito di mangiare. Una bomba mi cascò così vicino che non ne vidi neppure l’esplosione. Fui proiettato in un’aiuola a una decina di metri. Per civetteria, allora portavo il monocolo all’occhio sinistro. Dopo questo volo, l’avevo ancora. Persi i sensi. Mi si spaccarono i polmoni. Poi mi riebbi e mi portarono in ospedale. Mi dettero per spacciato, invece sopravvissi, sia pure senza gambe. Poi si sparse la voce che ero rimasto sotto le bombe e vennero all’ospedale tutte le mie donne. Erano sei, scelte secondo una precisa gerarchia sociale. C’era una pianista, una pittrice, un’Altezza Serenissima dell’Impero Asburgico. C’era anche una minorenne in libertà provvisoria. L’avevano arrestata perché aveva aiutato il fidanzato a violentare una sua amica. Mi duole dirlo, ma quella che valeva meno era proprio la Altezza Serenissima dell’Impero Asburgico».

[N.d.R. – finalino disgustoso, degna conclusione di questo teatrino giornalistico, con un facilmente prevedibile ritorno del tema della donna e della gratuita volgarità sessuale. Prima la descrizione dell’incidente a Vienna, sufficientemente credibile (al di là del monocolo rimasto al suo posto, cosa piuttosto inverosimile), poi, per concludere col botto, l’arrivo di “tutte le donne di Evola” in ospedale, addirittura “scelte secondo una precisa gerarchia sociale” (!). Fra esse spicca, soverchiando persino la “Altezza Serenissima dell’Impero Asburgico”, una minorenne (così rendiamo l’Evola pure un po’ pedofilo) in libertà provvisoria, “arrestata perché aveva aiutato il fidanzato a violentare una sua amica”. C’è, evidentemente, ben poco da aggiungere].

***

evola3 - CopiaDopo quanto esposto, riteniamo molto facile giudicare questa intervista, se intesa nella sua totalità, un evidente, persino banale falso, costruito e pianificato a tavolino. Un collage tra alcune risposte possibili, o quanto meno verosimili, che Evola può aver dato o meno, più o meno in questi termini,  eventualmente in chissà quale occasione e quale tempo, ed altre totalmente false o comunque adeguatamente alterate; il tutto, ben farcito con gli odiosi commenti e le volgari osservazioni del giornalista, che abbiamo avuto modo di analizzare. La falsa datazione della fotografia dell’Evola morente, costituisce il  perfetto complemento a questa triste vicenda.

Lo scopo del falso scoop, ripetiamolo ancora, era quello di dare un ulteriore, grave colpo (non smentibile dall’interessato) all’immagine di un personaggio scomodo, scomodissimo come Evola, e di riflesso a tutto quell’ambiente “nazifascista” di cui il barone sarebbe stato l’ideologo.

Speriamo e crediamo di aver contribuito ad abbattere quest’ennesimo cavallo di Troia, consapevoli che tanti altri ne sono stati preparati, e tanti altri lo saranno.

***

Note

[1] Lo stesso Giuseppe A. Spadaro, come riportato nella prima parte, nel suo articolo “La forza interiore” osservò, al riguardo: “La fotografia era di almeno tre mesi prima, perché negli ultimi tempi il maestro non prendeva quasi nulla ed era conseguentemente di una magrezza spettrale”.



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