Due facce del nazionalismo (I parte)

Dopo alcune prime analisi sporadiche risalenti gli anni Venti, Evola dai primi anni Trenta cominciò a sviluppare in modo più compiuto ed articolato delle riflessioni  sul concetto di Stato, Impero e Nazione, che lo avrebbero portato tra l’altro alla feconda collaborazione con la rivista “Lo Stato” diretta da Carlo Costamagna, nonchè all’approfondimento di queste tematiche in Rivolta. Nel secondo dopoguerra determinati temi sarebbero stati ripresi, ad esempio ne Gli uomini e le rovine, seppure in un contesto storico-culturale evidentemente ben diverso.

E’ molto interessante riproporre, sempre in linea con gli scritti evoliani da noi pubblicati in questi mesi, quest’articolo risalente al 1931, in cui Evola presentava alcune riflessioni sul concetto di nazionalismo nettamente”eretiche” rispetto alle concezioni dominanti in quegli anni, tant’è che, come vedremo, il barone sarebbe dovuto tornare poco tempo dopo sull’argomento. Evola analizzava infatti il nazionalismo soprattutto nei suoi aspetti regressivi e disgregatori, rispetto all’unità organica dello Stato o, meglio, dell’Impero nel senso tradizionale del termine, ma anche nei suoi possibili sviluppi “anagogici”; questa tematica sarebbe poi tornata, come si accennava, negli approfondimenti successivi. Ad esempio, oltre alle ampie argomentazioni presenti su Rivolta, la differenziazione tra un nazionalismo “discendente” ed uno “ascendente” (in cui più che di nazionalismo occorrerebbe parlare di nazionalità, così come anzichè di imperialismo, in senso tradizionale, bisognerebbe parlare di imperialità) fu affrontata nell’articolo La ricostruzione dell’idea di Stato, da noi riproposto di recente.

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di Julius Evola

Pubblicato inzialmente su “La Vita italiana” (marzo 1931) e successivamente inserito nella raccolta “Fascismo e Terzo Reich”.

È un dato di fatto che la guerra mondiale (1), più che aver esaurito il processo di enucleazione dei nazionalismi europei ed extraeuropei, ha portato un tale processo alla sua fase acuta. Una  considerazione volta a precisare il significato di questo fatto, oggi ha dunque una precisa ragion d’essere.

Quale è il senso del nazionalismo nei quadri di una filosofia della cultura? Noi ci poniamo questo problema, al quale crediamo poter dare la soluzione seguente: La direzione nazionalistica ammette due possibilità idealmente distinte e antitetiche, benché in pratica spesso confuse insieme. E l’una, ha un senso di degenerazione e di regressione, l’altra è invece via a valori superiori – è preludio di risurrezione. Vediamo come si può render comprensibile una simile idea, che già nella sua enunciazione appare cosi ricca di conseguenze.

A cosa ha portato il “sacro egoismo” delle nazioni degli inizi del secolo scorso?

Non si può intendere un fenomeno, come il nazionalismo, senza inquadrarlo in una veduta d’insieme della storia, che poggi sulla salda base di criteri di valore. Ora, ad una veduta del genere, risulta come un fatto positivo la caduta progressiva del potere politico dall’uno all’altro dei piani, che nelle antiche civiltà controsegnavano la differenziazione qualitativa delle possibilità umane. Il processo va dal limitare dei tempi «storici» sino ai nostri giorni, con particolare riguardo alla storia politica occidentale (2).

Si sa quale remota tradizione abbia l’analogia tra l’organismo politico e l’organismo umano. In ogni forma superiore di organizzazione corporea, vi è però una connessione gerarchica di quattro funzioni distinte: al limite inferiore, ci sono le energie indifferenziate della vitalità pura – ma su di esse già dominano le funzioni degli scambi e dell’economia generale organica – le quali a loro volta nella volontà trovano ciò che muove e dirige il tutto del corpo nello spazio. Infine, al sommo, una potenza di intelletto e di libertà, quale centro e luce dell’organismo intero.

Esistettero tradizioni, le quali per il gran corpo degli Stati, a che essi fossero quasi corpi spiritualizzati, non creature di necessità e di contingenza temporale, vollero una divisione e una gerarchizzazione di classi e caste rigorosamente corrispondenti. In corrispondenza a vitalità, economia organica, volontà e spirito, vi furono le quattro classi distinte dei servi (lavoratori), dei mercanti, dei Guerrieri e infine dei portatori di una autorità simultaneamente regale e sacerdotale. L’una casta era costituita gerarchicamente sopra l’altra: le masse, sotto il controllo e il governo degli esperti del traffico e dell’utilizzazione delle risorse naturali e economiche; questi, sotto l’autorità delle aristocrazie guerriere – a loro volta raccolte intorno a chi, in un tipo compiuto e dominatore, quasi faceva testimonianza di qualcosa che nell’uomo va di là dall’uomo.

Stemma del Sacro Romano Impero

L’antico Oriente (India) e l’Estremo Oriente conobbero un tipo simile di organizzazione sociale, cui si avvicinò parzialmente anche l’antica Grecia e l’antica Roma, che si riaffacciò nella dottrina politica di Platone e di Aristotile per aver un’ultima reviviscenza sociale nel Medioevo cattolico-feudale.

Importante è rilevare che tale organizzazione corrispondeva al tipo di una gerarchia qualitativa, e contrassegnava l’enuclearsi di forme superiori di interesse e di individualità. Nell’antico Oriente le due caste superiori erano dette dei «rigenerati», esprimevano dunque una élite spirituale, avendo in quella visione anche il Guerriero e l’Aristòcrate un significato «sacro» più che «politico». Ogni gerarchia basata su economia, lavoro, industria e amministrazione collettiva, restava chiusa nelle due caste inferiori, equivalenti a ciò che in un organismo umano è la sola parte corporeo-vitale.

Per questo, la gerarchia delle quattro caste rappresentava anche sensibilmente i gradi progressivi di una elevazione dell’individualità attraverso, appunto, l’adesione a forme di attività superiori a quelle proprie al vivere immediato. Rispetto all’anonimato della massa, intenta solo al «vivere», gli organizzatori del lavoro e della ricchezza – la seconda casta – rappresentavano già l’abbozzo di un tipo, di una «persona». Ma nell’eroismo del Guerriero e nell’ethos dell’Aristòcrate – la terza casta – si sente già più chiara la forma di un «più che vivere», di un essere che si dà da se una legge sorpassando l’elemento naturale, istintivo, collettivo e utilitario. Se infine nella nozione primordiale dei Capi l’Asceta, il Re e il Pontefice si confusero in un unico essere, ciò sta a designare un compimento universale e quasi sovrannaturale della personalità, l’espressione completa di ciò che, invece, nell’uomo comune non ha la forza di liberarsi dal contingente per esser solo sé stesso. Nella misura in cui tali dominatori, individui compiuti, facevano da asse all’intero organismo sociale, quest’organismo era come un corpo retto dallo spirito, il potere temporale e l’autorità spirituale coincidevano e la gerarchia era legittima, nel senso assoluto del termine.

Fissato questo schema – il cui modello ideale, base di valore, è indipendente dalla misura e dalla forma in cui una qualunque società del passato può averlo realizzato – la constatazione del processo di «caduta» progressiva del potere nei tempi storici, risulta di una cruda evidenza. L’èra dei «Re Sacri» – delle nature simultaneamente imperiali e sacerdotali – sta già sulla soglia dei tempi «mitici». L’àpice scompare, il potere passa al gradino immediatamente inferiore – alla casta dei Guerrieri: restano dei Monarchi di tipo laico, duci militari o signori di giustizia temporale.

Con il crollo delle grandi monarchie ed aristocrazie europee, si assiste all’avvento delle democrazie parlamentaristiche ed alla supremazia della «volontà della Nazione», cui le stesse Costituzioni vengono subordinate

Secondo crollo: le grandi monarchie europee tramontano, le aristocrazie decadono – attraverso le rivoluzioni (Inghilterra e Francia) e le Costituzioni stesse divengono inani sopravvivenze rispetto alla «volontà della Nazione». Presso alle democrazie parlamentaristiche, repubblicane e borghesi, il costituirsi delle oligarchie capitalistiche esprime allora il passaggio fatale del potere politico dalla seconda all’equivalente moderno della terza casta – alla casta dei mercanti.

Infine la crisi della società borghese, la rivolta proletaria, il despotismo delle masse costituitesi come entità puramente collettive, economiche e internazionali ci preannunciano il collasso finale, per cui il potere passerà all’ultima delle caste – a quella dei senza nome e dei senza volto, con conseguente riduzione di ogni standard of living al piano della materia e del numero. Ossia: proprio come chi più non sopporti la tensione dello spirito, e poi nemmeno quella della volontà, della forza che muove il corpo – e si abbandoni – e si rialzi quindi magneticamente quasi come corpo senz’anima sotto l’impulso di un’altra forza, affiorata dalle latèbre della pura vitalità.

È ora di riconoscere l’illusione di tutti i miti di «progresso», di aprire gli occhi dinanzi alla realtà. È ora di riconoscere il duro destino di distruzione spirituale che ha pesato sull’Occidente e che oggi sta maturando i suoi ultimi frutti.

Per giungere al nostro problema specifico, ci occorre mettere in rilievo, che al centro del progresso involutivo ora descritto v’è lo spostamento dall’individuale al collettivo, in stretta dipendenza con l’accennata riduzione degli interessi da cui le caste superiori traevano la loro autorità gerarchica legittima, agli interessi propri invece alle caste inferiori.

In realtà, solo aderendo ad una attività libera l’uomo può essere libero a sé stesso. Cosi nei due simboli dell’Azione pura (eroismo) e della Conoscenza pura (contemplazione, ascesi) sostenuti da un regime aristocratico, le due caste superiori aprivano all’uomo vie di partecipazione a quell’ordine «sovramondano», solo nel quale egli può appartenere a sé stesso e cogliere il senso integrale e universale della personalità. Nel distruggere ogni interesse per quell’ordine, nel concentrarsi su scopi pratici e utilitari, su realizzazioni economiche e su ogni altro degli oggetti precipui alle due caste inferiori, l’uomo si disintegra, si discentra, si riapre a forze più forti che lo strappano a sé stesso e lo restituiscono alle energie irrazionali e prepersonali della vita collettiva, elevarsi al disopra delle quali costituì lo sforzo di ogni cultura veramente superiore.

È così che nelle forme sociali degli ultimi tempi il collettivo acquista sempre più prepotenza, fino al punto da ridar quasi vita al totemismo delle comunità primitive. La nazione, la razza, la società, l’umanità assurgono oggi ad una personalità mistica, ed esigono dai singoli, che di essa son parte, dedizione e subordinazione incondizionate, mentre in pari tempo in nome della «libertà» vien fomentato l’odio per quelle individualità superiori e dominatrici, solo nelle quali il principio della subordinazione e dell’obbedienza dei singoli era sacro e giustificato. E questa tirannide del gruppo non si limita ad affermarsi in ciò che nella vita dell’individuo ha carattere politico e sociale: essa si arroga un diritto morale e spirituale, e pretendendo che cultura e spirito cessino di esser forme disinteressate di attività, vie per l’elevazione dell’individualità, e divengano organi dipendenti dall’ente temporale collettivo, essa bandisce proprio la morale di chi afferma, che la mente ha senso e valore solo come strumento al servigio dei corpo. Che l’uomo, prima di sentirsi come personalità, come Io, debba sentirsi gruppo sociale, fazione o nazione – questo è uno dei comandamenti specifici delle ultime ideologie sovvertitrici, attraverso il quale ritorna però, esattissimamente, il rapporto secondo cui il primitivo si sentiva rispetto al totem della propria tribù o clan.

Nel ridestarsi della razza russa, nel suo presumersi, nel sovietismo, una missione profetica universale, si ha conferma di questo significato di regressione in stadi sociali primitivi, presente in tante forme moderne. È esatta l’opinione di coloro che nella nuova Russia vedono la rivolta definitiva di una razza asiatica barbara, la quale respinge il tentativo di civilizzazione europea intrapreso per due secoli dagli Zar, e tende ad allearsi con le forme di decomposizione sociale del mondo europeo. Il bolscevismo è la statuizione in forma moderna dell’antico spirito della razza slava: razza senza tradizione, che nel suo misticismo sociale, nel suo amalgama di sensualità e di spiritualità, nel predominio del pathos sull’ethos, dell’istintività sulla razionalità, ci riconduce alle forme di indifferenziazione prepersonale e di promiscuità comunistica proprie appunto ai primitivi.

Francobollo celebrativo di Aleksej Grigor’evič Stachanov, il celebre minatore innalzato a simbolo sovietico della nuova “etica” universale proletaria del lavoro

La grande scossa della guerra ha restituito lo stato libero a questo elemento, e ne ha costituito un temibile fermento di decomposizione per le parti europee ancora sane. La «civiltà sovietica» nell’annunciare l’avvento dell’«èra proletaria», si vota dichiaratamente alla distruzione della «lebbra» della personalità e della libertà, «veleni della società borghese», principi di ogni male; alla abolizione, oltre che della proprietà privata, di ogni pensiero indipendente e di ogni «movente sovrannaturale e comunque estraneo agli interessi della classe» (Lenin); all’avvento dell’«uomo-massa onnipotente» che, esso solo, deve vivere e dar forma ad ogni modo della vita e del pensiero nei singoli. Il lato moderno del bolscevismo, sta solo nel «metodo»: la meccanizzazione e la razionalizzazione sono i mezzi prescelti per realizzare in un regime sociale universale puramente economico l’«uomo-massa» che già viveva misticamente nell’anima slava. E cosi la civiltà sovietica va incontro – e ne è consapevole – ad un’altra razza, che parimenti si arroga una missione universale rigeneratrice e la presunzione di rappresentare la parola ultima della civiltà: l’America.

Nell’America il processo, anziché esprimere l’efficienza di un popolo restato allo stato precivilizzato, segue il determinismo inflessibile che vuole che l’uomo, all’atto di chiudersi ad ogni forma di spiritualità pura per darsi alla volontà di cose temporali, cessi ipso facto di appartenere a sé stesso e divenga parte dipendente di un ente collettivo irrazionale che egli non può più dominare. L’America, lungo le vie della santificazione del temporale e della laicizzazione del sacro aperte dall’eresia protestantica, è giunta appunto a questo. Portando a fondo gli ideali di conquista materiale del mondo che l’Europa si era proposti, essa è sboccata – quasi senza accorgersene – nella praticizzazione e nella fisicizzazione di ogni senso del potere, della sanità, dell’attività e della personalità, si da costruire una forma ancor più temibile di barbarie. Qui l’Asceta è considerato come un perditempo, come un parassita anacronistico «inutile alla società»; il Guerriero, come un esaltato pericoloso che opportune profilassi umanitario-pacifistiche dovranno eliminare per sostituirvi, forse, il boxeur.

“Il ciclo si chiude, il crollo si completa. Russia ed America sono due indici e due facce convergenti di una stessa cosa”

Il tipo perfetto, il campione spirituale è invece l’«uomo che lavora, che produce», e ogni forma di attività, anche spirituale, non viene apprezzata che sotto specie di un «lavoro», di un «lavoro produttivo», di un «servizio sociale»: cosa che non saprebbe esser più caratteristica per mostrare come all’apice di tale società stia esattamente il tipo rappresentativo dell’ultima delle antiche classi, quella degli schiavi adibiti alla fatica. Anche qui, avendo fatto rinuncia alla sua personalità spirituale, l’uomo cessa di aver qualsiasi valore fuor dalle condizioni imposte dall’organizzazione collettiva, presa dalla febbre del produrre, del «realizzare», del muoversi: condizioni che, peraltro, usurpano un valore morale e perfino religioso, e tendono a standardizzare le stesse anime in una forma mentis collettiva livellata, tanto da spegnere perfino la capacità di avvertire che grado di degenerazione tutto ciò costituisca.

Queste sono le forme attraverso le quali il ciclo si chiude, il crollo si completa. Russia ed America sono due indici e due facce convergenti di una stessa cosa. Da organismo umano, come era quando era retto dalla luce e dall’autorità delle caste superiori, il corpo retrocede al tipo di un organismo sub-umano acefalo. Avvento della bestia senza volto (3).

Segue nella seconda parte

Note

(1) La Grande Guerra 1914-1918 (N.d.C.).

(2) L’idea della regressione delle caste fu dapprima enunciata nel nostro Imperialismo Pagano (Roma-Todi, 1923); l’abbiamo ritrovata, più individuata, nelle idee dell’on. V. Vezzani, che però non hanno ancora avuta una esposizione Scritta. Infine, R. Guénon l’ha esposta in forma sistematica nella sua opera: Autorité spirituelle et pouvoir temporel (Paris, 1929) [Tre anni dopo questo articolo, Evola affronterà di nuovo il tema in Rivolta contro il mondo moderno, in cui è anche sviluppata la questione del nazionalismo negli identici termini: cfr. Parte II, capp. 14 e 15 (N.d.C.)].

(3) È questo il tema portante del saggio Americanismo e bolscevismo, in Nuova Antologia, maggio-giugno 1929, che diventerà la conclusione di Rivolta. Per una comparazione fra i testi, cfr. J. Evola, Il ciclo si chiude, Fondazione J. Evola, Roma, 1986 (N.d.C.).



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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