L’equivoco latino

(tratto da “Regime Fascista” dell’11 marzo 1941)

Fino ad ieri – cioè fino all’entrare in guerra dell’Italia – il vecchio mito dell’antitesi fra ciò che è latino e ciò che è germanico aveva come sua logica controparte l’altro mito della “fratellanza latina”, della unità fondamentale della civiltà e dello spirito dei popoli “latini”. Né quest’altro mito, malgrado tutto ha ancora perduto ogni credito in certi ambienti.

Ora, tale riguardo, esiste un grosso equivoco, che importa chiarire. Che cosa si vuole intendere, insomma, dicendo “latino”? E a che dominio ci si riferisce propriamente, usando questa espressione?

Con intenzione abbiamo sottolineato che gli ambienti, i quali hanno cari i miti già accennati e insistono circa  l’antitesi che esisterebbe fra l’elemento latino e elemento nordico o germanico, sono essenzialmente di intellettualoidi e di letterati. In realtà cosi come è usato correntemente il termine “latino”, come quello di “civiltà latina”, ha un certo significato solo a patto di riferirsi ad un piano estetico, “umanistico” letterario. Ci si riferisce cioè, essenzialmente, al mondo delle arti e della “cultura” nel senso più estero del termine. La “latinità” qui, vale più o meno come sinonimo di elemento “romanico”. Si tratta cioè dei riflessi che dell’azione formatrice dell’antica Roma conservarono alcuni popoli: già ripresi nell’orbita dell’Impero Romano, tanto,da parlare, la lingua di Roma, la lingua latina.

[…] Questa “latinità”, riflesso dell’antica civiltà greco-romana, o “classica” che dir si voglia, è qualcosa di assai esteriore. L’unità non sussiste che nel mondo delle lettere e delle arti, e  ad una interpretazione spiccatamente “umanistica” di esse.

Chi volesse però esaminare in modo più approfondito le cose,si accorgerebbe facilmente, che questa “latinità”, riflesso dell’antica civiltà greco-romana, o “classica” che dir si voglia, è qualcosa di assai esteriore: diciamo quasi che è una vernice: la quale si sforza inutilmente di alzare differenze sia etniche, sia spirituali che – come la storia fin proprio ai nostri giorni ce lo mostra – possono talvolta tradursi in vere e proprie antitesi. L’unità, come dicevamo, non sussiste che nel mondo delle lettere e delle arti, e , in più presso ad una interpretazione spiccatamente “umanistica” di esse: sussiste anche sul piano filologico ma qui già in modo precario, dopo che è stata accertata l’appartenenza indiscutibile della lingua latina al tronco generale di quelle indo-europee. Così se vogliamo dirla senza mezzi termini, la vantata “latinità” non tocca nessuna delle forme veramente creative e originali dei popoli che l’avrebbero a comune. Essa riguarda solo una facciata, non l’essenziale, ma l’accessorio. Vi è di più: sarebbe il caso perfino di rivedere il significato di quel mondo classico “greco-romano” da cui la latinità sarebbe derivata e per il quale gli umanisti hanno un culto davvero superstizioso.

Qui non possiamo affrontare anche questo problema: diremo solo che quello “classico” è un mito assai simile al mito “illuministico”, facente credere che solo con le “conquiste” della Rinascenza e, con gli sviluppi che grado per grado han condotto fino all’enciclopedismo ed alla Rivoluzione francese sia sorta dopo la “tenebra” del Medioevo, la “vera” civiltà. Anche nel mito classico agisce questa mentalità estetistica e razionalistica. Come “classica” vale infatti una civiltà che – a Roma quanto in Grecia – sotto più di un riguardo, malgrado il suo splendore esteriore, a noi appare già come una decadenza: è la civiltà che sorse quando il ciclo dell’anteriore civiltà eroica, sacrale, virile e propriamente aria sia delle origini elleniche che di quelle romane si trovò già sul suo arco discendente.

Ora è importante notare che, se noi ci riportiamo a questo mondo delle origini, il termine “latino” va ad assumere tutto un altro significato e, propriamente, un significato che sconfessa a pieno i miti già indicati al principio. Non è certo il caso qui di riferire partitamente circa delle indagini più recenti in fatto di razze e di tradizioni della preistoria italiana. Diremo solo questo: il termine “latino” andò a designare originariamente delle genti, la parentela razziale delle quali con il gruppo dei popoli arii ed anzi nordico-arii è, per ogni competente, incontestabile. I Latini furono una propaggine – spintasi sino all’Italia centrale – di quelle razze delle genti praticanti il rito dell’arsione dei cadaveri, che si oppose alla civiltà osco-sabella caratterizzata dal rito funerario del seppellimento, la relazione dalla quale con le civiltà mediterranee e asiatico-mediterranee pre-ariane è parimenti visibile.

Fra le tracce più antiche lasciate indietro quasi a mo’ di scia, dai popoli da cui sorsero i Latini, si trovavano quelle di Val Camonica. Ebbene, tali tracce hanno una significativa corrispondenza con le tracce preistoriche delle razze ario-atlantiche (civiltà di Altamira) e nordico-arie (civiltà di Fossum). Non solo: nuove affinità si riscontrano rispetto alla civiltà dai Dori, che vennero in Grecia dal Nord e crearono Sparta. In realtà, secondo Altheim il Trautmann, il moto dei popoli, da cui derivano i latini, e la conseguenza del quale in Italia doveva esser Roma, fu analogo alla migrazione dorica, che in Grecia dette luogo a Sparta: manifestazioni corrispondenti – Roma e Sparta – di uno stesso spirito e di razze di ceppo affine a loro volta connesse a quelle propriamente nordico-arie.

Ma parlando della civiltà della prima romanità e di Sparta, evidentemente, si sta nel mondo di forze inattenuate, di un rigido ethos, di una tenuta veramente virile e dominatrice dell’anima: mondo che ben poco si mantiene nella successiva civiltà detta “classica” da cui a sua volta si vuol far derivare la “latinità” e “l’unità della famiglia latina”.

Se usando il termine “latino” ci rifacciamo invece alle origini, vediamo compiersi un capovolgimento completo della tesi “latina” degli ambienti intellettualoidi ed estetizzanti già detti. La vera, originaria “latinità” – che in fondo corrisponde a quel che la grandezza romana presentò di propriamente “ario” – ci riporta a forme di vita e di civiltà non opposte ma anzi affini a quelle che anche i ceppi nordico-germanici, più tardi, dovevano manifestare, di fronte ad un mondo, che, più che “latino” era ormai “romanico”, in senso decadente. Invece di là dalla vernice estetica, la pretesa “latinità” cela forze eterogenee, capaci di andar insieme soltanto finchè non ci si trovi di fronte a nulla di più serio, che non il mondo “delle lettere e delle arti”. Ed è così che nel punto in cui è sorta una Italia “romana” nel senso più austero e virile del termine, mentre si palesa nel modo più distinto la fallacia del mito latino, sono poste anche le premesse per una intesa e un incontro fra la nostra razza e di quella germanica non solo sul piano politico, ma anche su quello delle superiori vocazioni e della visione generale della vita.

 



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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