Evola c’è, altrimenti non saremmo qui

‘RigenerAzione Evola’ vuole essere il luogo di incontro di lingue (anche) diverse, ma accumunate da una stessa visione del mondo. Lo abbiamo scritto nel nostro Editoriale di presentazione, e lo crediamo davvero. E oggi, lo ribadiamo ri-pubblicando un articolo di Sandro Consolato su cui non siamo d’accordo su tutto, come per esempio nel giudizio su René Guénon e, soprattutto, su Guido De Giorgio. Tuttavia, riteniamo che molte considerazioni sia valide, soprattutto circa l’atteggiamento nei confronti del pensiero di Evola su cui, forse, ci saremmo sentiti in dover di andare bene oltre la signorile “tirata d’orecchi” fatta da Consolato!… (ndr)

 

di Sandro Consolato

(Tratto da “La Cittadella”, N° 14-15-16 (aprile-dicembre 2004) Speciale: Julius Evola trent’anni dopo)

 

L’11 giugno del 1974 Julius Evola concludeva il suo “cammino del cinabro”. A trent’anni dalla sua morte, “La Cittadella”, il Movimento Tradizionale Romano che ne è l’anima e le Edizioni del Graal che ne sono il sostegno, vogliono ri-cordare una figura e un pensiero senza i quali forse la storia di tutti sarebbe stata un’altra, probabilmente priva di quella dimensione “verticale” che ancora ci ostiniamo a ricercare nel nostro vivere ed operare.

Ri-cordare, in senso pieno, non è un’operazione della ragione discorsiva, ma dell’intuizione intellettuale che ri-porta ai cuori (i latini corda), sedi dell'”intelletto d’amore“, le verità del mondo interiore, che sono anche quelle, di natura karmica, che danno il senso degli incontri “fatali” della nostra vita.

Evola è stato un potentissimo creatore, o ricreatore, di nessi karmici tra uomini (cui vanno aggiunte, ahinoi!, pochissime donne) in cui viveva inconscio il ricordo di un altro tempo e di un altro luogo. Il Movimento Tradizionale Romano e “La Cittadella” sono espressione di uno di questi nessi. Tutti i fondatori e tutti gli aderenti e simpatizzanti del M.T.R. si sono cercati, incontrati, conosciuti e legati tra loro in vincolo spirituale sulla scia delle loro giovanili letture evoliane, che sono anche le letture basilari del novanta per cento dei lettori de “La Cittadella”. E con piacere abbiamo di recente visto affermato che un’opera come Imperialismo pagano “non rimase il pensiero solitario di un oscuro scrittore del secolo trascorso, poiché nel secondo dopoguerra generò il ritorno degli antichi culti romani, e la formazione del movimento tradizionalista romano che li patrocina” (Piero Di Vona, in Risguardo V, Salerno 2004, p. 40).

Guido De Giorgio

Guido De Giorgio, autore de “La Tradizione Romana”

“La Cittadella” ha sempre precisato che i suoi articoli non riflettono necessariamente una linea ufficiale del MTR. A questo Movimento sono riferibili solo tre firme, tra cui quella qui in calce, del presente numero monografico, le altre essendo o di vecchi amici a cui abbiamo chiesto la testimonianza di parole e ricordi preziosi o di studiosi di cui apprezziamo il carattere non conformistico del pensiero, nonché la sintonia che essi avvertono con noi riguardo a talune tematiche.

Tutti i contributi, ancorché riguardanti argomenti da noi stessi assegnati, sono stati elaborati dai singoli autori in totale autonomia e libertà, e così potranno anche apparire valutazioni diverse su questo o quel tema particolare ed anche qualche punto di vista non condiviso dalla direzione e dalla redazione. Ciò che ci bastava sapere, scrivendo ed invitando a scrivere, è che non si sarebbe detto nulla di scontato, né si sarebbe approfittato di Evola per proporre, come avviene da mezzo secolo, o quella “notte in cui tutte le vacche sono nere” che è divenuta la “Tradizione” senza aggettivi (Guénon), o quella autentica eversione della verità metafisica e storica che è la “Tradizione romana” bifacciale (De Giorgio), o quella mera riproposizione di un’apologetica exoterica che è la “Tradizione cristiano-cattolica medievale” quale presunto inveramento e superamento integrativo di tutte le tradizioni precristiane (Mordini).

A noi, oggi, non interessa dirci “evoliani”, facendo il paio con coloro che si dicono “guénoniani” o altro. Abbiamo compreso, non senza il sofferto sguardo verso il nostro passato, quanto con impietosa e giusta sapienza Pio Filippani-Ronconi già diceva nel 1973 (con Evola vivente, dunque) circa l’incapacità de “la quasi totalità dei ‘tradizionalisti'” di inverare il reale contenuto del pensiero evoliano, che è squisitamente magico-realizzativo, tanto da finire solo per coltivare l’inane sogno “di qualche trapassato organismo romano, ghibellino o templare, o traducendone le fattezze in un impegno politico, culturale o letterario, puramente esteriore” (dalle Testimonianze su Evola a cura di G. de Turris, I ed., pp. 128-129). Un pensiero vivente non attua il pensiero di un altro, né si sforza a far la copia museale di ciò che nel passato ha creato il pensiero vivente dei suoi avi veri o presunti, scambiando pertanto il fossile per l’animale animato.

Gemma incisa con la Dea Roma

Gemma incisa con la Dea Roma

Così, parafrasando Clemenceau a proposito dell’essere anarchici, potremmo ora dire, anche noi con un tantino di acquisita impietosa sapienza, che chi non è stato “evoliano” o perfino “evolomane” a vent’anni è da compiangere, ma chi lo è ancora a quarant’anni è un imbecille. Tuttavia, parafrasando pure Evola a proposito del fascismo e dell’antifascismo, di fronte a certa aria che tira potremmo forse ancor più provocatoriamente affermare: l’evolismo è troppo poco, l’antievolismo è un nulla.

Grazie ad Evola il nostro istintuale rifiuto giovanile del mondo moderno ha potuto muovere i primi passi per ri-conoscere le vere radici, che non sono quelle “giudaico-cristiane”, del nostro essere Italiani ed Europei; radici ancestrali che si fissano per sempre in un solo nome-di-potenza: ROMA. Tutti i limiti che oggi possono essere scorti nell’interpretazione evoliana dell’evo antico o delle successive epoche della nostra storia, così come tutti i ricorrenti tentativi di piegare Evola, o tentando di demolirlo o tentando di accaparrarselo, a veicolo “per atteggiamenti ‘reazionari’ appartenenti piuttosto al folklore che alla politica, per riesumazioni ‘borboniche’ o ‘medievalistiche'” o anche per “stimoli ‘cattolico-tradizionalisti'” (così denunciava già Adriano Romualdi in Julius Evola: l’uomo e l’opera, ed. 1971, p. 99), o perfino, sfiorando l’assurdo, per conati di patriuzze sul tipo della “Padania”, cedono il passo di fronte a quanto, già alle soglie della morte, il nostro Filosofo (così lo chiamiamo, ché tale nome diamo anche ai suoi Plotino ed Eckhart) poteva ancora lasciar scritto:

“L’essenza primordiale di Roma troppo spesso è stata trascurata – di quella Roma che è un mistero augusto delle origini, di quella Roma che contenne e sempre conterrà una forza evocatoria, di quella Roma che non è un puro concetto storico o una struttura giuridica secolare bensì un ordine dove non vigono semplici valori umani, ma anche regnano potenze, figure divine e dominazioni: un mondo di tensioni metafisiche, un mondo solare, élitismo, realtà olimpica e eroica, ordine, luce, pura virilità, pura azione. Vicino a tutto questo, l’idea dello Stato, dell’Imperium” (L’arco e la clava, ed. 1971, pp. 152-153).

Scrisse sempre Evola, ma anonimamente, che tra le più esiziali conseguenze della disfatta militare dell’ultima guerra v’era il fatto “che in Italia tutto ciò che è idea romana viene stigmatizzato come una vuota retorica” (Conclusione a Malinsky e De Poncins, La guerra occulta, ed. 1961, p. 227). Le misere vicende della politica e di tutta la vita pubblica italiana qui vorremmo dimenticarle. Ma nello scrivere quel che scriviamo ci torna alla memoria spontaneamente quanto l’on. Gianfranco Fini, nella sua duplice veste di rappresentante dello Stato e del popolo italiani e di segretario di AN – partito erede di quel MSI a cui Evola suggerì delle idee che mai ebbero posto nella linea ufficiale – sentì il bisogno di affermare pubblicamente nel suo ormai famoso viaggio a Gerusalemme, incalzato dal demografo Sergio Della Pergola verso sempre nuove abiure di passati suoi e neppure suoi: “Evola non c’è, altrimenti non sarei qui” (Corriere della Sera, 26 nov. 2003, p. 13).

Nicolas Poussin- La distruzione del Tempio di Gerusalemme

Nicolas Poussin- La distruzione del Tempio di Gerusalemme

Chi scrive insegna italiano e latino: “Mestiere difficile, eh?” gli disse nel 1988, nel corso di un’occasionale presentazione, proprio l’on. Fini. Sì, difficile, perché si è costretti a sopportare l’ignoranza di troppi alunni e il cinico esercizio del potere di troppi presidi e vicepresidi. Nei nostri licei si legge ancora Svetonio, che trattando di Ottaviano racconta che l’Imperatore “elogiò il nipote Gaio perché, attraversando la Giudea, non aveva sacrificato a Gerusalemme” (Div. Aug. XCIII; si noti: il rimprovero non riguarda l’andare in Giudea, ma il “sacrificare” a Gerusalemme). A quando dunque il ripudio di Augusto come parte del “male assoluto”? Sicuramente i Protocolli dei Savi di Sion che Evola e Preziosi divulgarono nell’Italia del 1938 sono un falso neanche poi tanto sofisticato, e però prescrivevano la distruzione in tutta Europa dell’insegnamento della cultura classica, il che sta diventando tristemente vero, in Italia per di più grazie ad un governo di “destra”.

Senza rifiutare il peso karmico che ci spetta per le sofferenze che le generazioni che ci hanno preceduto possono aver arrecato ingiustamente ad altri, nel 70 d.C. come nel 1938-45, quanto a radici, tradizione e storia ci teniamo, buone o cattive che siano all’occhio altrui, le nostre, cioè quelle dell’Italia romana e ghibellina, augusteo-virgiliana e fredericiano-dantesca; un’Italia che poté rifar capolino, senza trovarvi piena soddisfazione, prima nell’Unità nazionale sotto una Dinastia che Evola stesso, malgrado i suoi umori antirisorgimentali, riconobbe per “ghibellina”, e poi in un Fascismo che sempre Evola riconobbe come ultima, ancorché problematica, espressione del “simbolo romano”. E ciò sia detto senza nostalgie né otto né novecentesche, ché il tempo che solo veramente ci appartiene è quello dell’aeternitas Romae.

Augustus von Prima Porta (20-17 v. Chr.), aus der Villa Livia in Prima Porta, 1863

Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto

Questo nostro omaggio ad Evola sarà letto da molti, e di primo acchito forse apprezzato da pochi e biasimato da tanti: o perché Evola è stato trattato troppo bene o perché Evola è stato trattato troppo male. Noi saremo comunque soddisfatti se i Lettori che si saranno dati la pena di una seconda e più meditata lettura di tutte le nostre pagine potranno dire che sono sincere queste parole: “Noi già ventenni evoliani, senza diventare imbecilli evolomani, possiamo permetterci di non rinnegare affatto il barone Giulio Cesare Andrea Evola – cioè il suo filo iniziatico ermetico pagano e romano troppe volte obliato o deformato da evoliani ed antievoliani ma qualche volta pure nascosto dallo stesso Evola sotto le sabbie dell’ “inattualità” – proprio perché non rinneghiamo il mito “aureo” che generò il princeps Giulio Cesare Ottaviano Augusto, e, pubblicando questo quaderno nella loro e nostra Roma, ci piace concludere affermando, per oggi e per domani: Evola c’è, altrimenti non saremmo qui“.

 

 


Sandro Consolato

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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