Dietro le quinte della storia

Dietro le quinte della storia. Il vero volto del Risorgimento.

(da “L’Italiano”, Marzo 1959, n. 3)

Dato il presupposto di questa rivista di occuparsi degli aspetti principali del Risorgimento italiano in occasione del ricorrere di uno degli episodi più salienti di esso, e data anche l’intenzione di intraprendere questo esame non per fini accademicamente storici ma per fissare anche l’atteggiamento da assumere di fronte alle rievocazioni che, in questa circostanza, si preannunciano di già negli ambienti democratici e socialcomunisti, non sarà forse inutile dedicare qualche osservazione al modo con cui si presenta il fenomeno del Risorgimento italiano, e al significato che esso ha, dal punto di vista di una storiografia di pura Destra.

Nel far ciò, riprenderemo idee che per chi ha seguito i nostri scritti non saranno affatto nuove avendole noi già difese fin dal periodo del fascismo. Ma tornarvi su non sarà inopportuno, per il fatto che il punto di vista di una vera Destra è da considerarsi tuttora pressoché inesistente: del che potrà essere una conferma l’impressione che, di fronte a quanto diremo, riporteranno non pure gli appartenenti alle correnti democratiche e di sinistra, ma anche ambienti di orientamento nazionale e “patriottico”.

Si è che anche questi ambienti non si allontanano di molto dagli schemi e dalle formule di quella che si può chiamare la “storia patria”, la quale praticamente da noi è quasi l’unica conosciuta e facente testo, ma è essenzialmente d’impostazione e d’origine liberale, illuminista e massonica. Una storiografia di Destra attende ancora di essere scritta.

Così anche in questo dominio devesi constatare una nostra precisa posizione d’inferiorità di fronte alle ideologie di sinistra. A partire dalla crisi della civiltà tradizionale europea e dell’antico regime, cioè a partire dalla nascita del radicalismo e del socialismo, l’intellettualità di sinistra si è applicata sistematicamente ad elaborare una sua storiografia, da servire come sfondo per la sua azione di agitazione sociale e sovversione politica. E a tale riguardo essa ha saputo portare lo sguardo sulle dimensioni essenziali della storia; di là dagli episodi e dai conflitti politici, di là dalla storia delle nazioni ha saputo scorgere il processo generale e essenziale realizzatosi attraverso i secoli, nel senso del passaggio da un dato tipo di società e di civiltà ad un altro. Che la base dell’interpretazione qui sia stata economica e classista, non toglie nulla all’ampiezza effettiva al quadro d’insieme di tale storiografia, che come realtà essenziale di là da quella contingente e particolare ci indica la fine della civiltà feudale e aristocratica, l’avvento di quella borghese, liberale e capitalistica, e dopo questa, come tendenzialità l’annunciarsi della civiltà marxista e, infine, comunista.

Misurata con tale storiografia, quella delle altre tendenze appare superficiale, episodica, perfino frivola. Una storiografia di vera Destra dovrebbe invece abbracciare gli stessi orizzonti della storiografia marxista, con la volontà di cogliere l’essenziale e il reale fuor dai miti, dalle superstrutture e anche dalla piatta cronaca: ma, naturalmente, invertendo i segni e le prospettive, vedendo nei processi essenziali e convergenti della storia ultima non le fasi di un processo politico e sociale bensì quelle di un generale sovvertimento.

Questa, dunque, è la premessa. Dopo di ciò, veniamo al nostro argomento specifico, e chiediamo quale significato deve ascriversi, nel quadro di una storiografia di Destra, al risorgimento italiano.

A tal’uopo occorre anzitutto distinguere, nel Risorgimento, il suo aspetto di movimento nazionale dal suo aspetto ideologico; in oltre bisogna separare i fatti eroici e combattentistici presi in se stessi dai significati che di là dalla consapevolezza dei singoli, risultano in un più vasto insieme, ciò nel quadro delle grandi correnti politico-sociali dell’Europa di quell’epoca.

Al Risorgimento si deve l’unità dell’Italia, e qui non può trattarsi di fare il processo agli uomini e ai movimenti a cui, grazie ad un insieme assai complesso di circostanze, l’Italia dovette la sua unificazione e la sua indipendenza politica. Questo è il solo aspetto messo in evidenza dalla “storia patria”, con largo uso di schemi semplificati e idealizzanti. In effetti i successi principali del Risorgimento italiano furono dovuti – come è noto – più ad una politica che oggi si chiamerebbe di “possibilismo”, cioè di abile sfruttamento delle circostanze interne e delle congiunture internazionali, che non all’esclusiva azione diretta dagli italiani. L’unanimità del movimento risorgimentale fu relativa dallo stesso punto di vista del popolo, specie nell’Italia centrale e meridionale.

In ogni caso, i fatti risorgimentali presi in se stessi mantengono il loro valore dal punto di vista del terminus ad quem, cioè della costituzione dello Stato italiano. Il giudizio però cambia se si passa al secondo degli aspetti accennati, cioè se si considerano le idee predominanti in funzione delle quali si agì, e che resero possibile il conseguimento del fine: idee, che poi dovevano continuare a prevalere nella vita politica italiana, fino al periodo del fascismo.

Rivolta a Praga nel 1848. il Risorgimento fu un movimento nazionale solo per accidente; esso rientrò nei moti rivoluzionari determinatisi in tutto un gruppo di stati in conseguenza del diffondersi delle ideologie della Rivoluzione Francese.

Qui vi è innanzi tutto da rilevare che il Risorgimento fu un movimento nazionale solo per accidente; esso rientrò nei moti rivoluzionari determinatisi in tutto un gruppo di stati in conseguenza del diffondersi delle ideologie della Rivoluzione Francese. Il ’48 per esempio, ebbe l’identico volto nei movimenti italiani e in quelli che si accesero a Praga, in Ungheria, in Spagna, in Germania e nella stessa Vienna asburgica, in base ad un’unica parola d’ordine. Da un punto di vista d’insieme, qui si ebbero tante colonne dell’avanzata di un unico fronte internazionale, comandato dall’ideologia del Terzo Stato, cioè dall’ideologia costituzionalistica demoliberale, massonica, e in fondo, antitradizionale: fronte, che aveva i suoi dirigenti mascherati. A torto si pensa che solo oggi esistono fronti internazionali – “Oriente” e “Occidente” – al di là dai singoli popoli e dalle singole patrie. Ciò lo si ebbe già a partire dal periodo della Rivoluzione Francese e in quello dello stesso Risorgimento, ciò avvenne anche allora. Non diversamente i moti comunisti attuali sono, nelle varie nazioni, solo tanti aspetti della rivoluzione del Quarto Stato iniziatasi con la Terza internazionale, e dell’azione della rete di “cellule” al servizio di essa. E dagli esponenti dell’Europa tradizionale liberalismo, mazzinianesimo e tutto il resto furono, a quel tempo, considerati come oggi liberali e democratici considerano a loro volta il comunismo: solo che ci si serviva del mito nazionale e patriottardo e si era alle prime fasi dell’azione sgretolatrice data come “progressismo”. Ideologicamente il Risorgimento italiano appare, nella sua essenza, come un episodio della rivoluzione del Terzo Stato.

Esistono documenti significativi (elementi del gruppo a cui appartenevano ne cominciarono a rendere noti alcuni nel periodo del fascismo) i quali mostrano, a chi voglia esplorare la terza dimensione dei movimenti italiani di quel periodo, come stavano effettivamente le cose: per le forze che si tenevano dietro le quinte e che, ripetiamolo, agivano internazionalmente avendo per origini in parte la massoneria e la carboneria, in parte altre organizzazioni più segrete, l’unità e l’indipendenza d’Italia erano cose secondarie, costituivano più un mezzo che non il fine. Lo scopo vero, che i patrioti e gli idealisti italiani, i martiri e tutti gli altri, non avevano bisogno di conoscere, era di dare un colpo mortale all’Austria quale rappresentante dell’idea imperiale “reazionaria” e poi alla Chiesa, a Roma. Era la prosecuzione nell’insieme, del programma già formulato, e venuto in luce attraverso un processo del Santo Uffizio, in un convegno segreto internazionale tenutosi presso Francoforte alla vigilia della Rivoluzione Francese, che di questo indicava la vera “Direzione”come prima fase di un piano più vasto.

Ma senza portarci troppo dietro le quinte, basta dare uno sguardo agli scritti del tempo per vedere se si parlava volentieri di Italia e di lotta contro lo straniero, maggior risalto avevano però, in quegli scritti, l’esaltazione dei principi giacobini di uguaglianza, la lotta contro quelli che venivano chiamati i “tiranni”, poco importando che il presunto tiranno fosse italiano o straniero – nella formula di giuramento dei carbonari, ciò era detto in termini chiari.

Nel grado massonico di Cavaliere di Kadosh, il neofito punisce con il pugnale la corona imperiale e la tiara pontificia. Più esplicito di così…

Del resto, a tale riguardo lo stesso Garibaldi quale “eroe dei due mondi” fu un esempio caratteristico: egli era pronto a combattere per la causa della “libertà” e dei “popoli oppressi” qualunque fosse la loro patria. Si conferma così, per il lato ideologico del Risorgimento, il suo significato di forma particolare che in Italia assunse un fenomeno generale, un moto d’insieme che continuò l’impulso dato dalla Rivoluzione Francese per il rovesciamento dei precedenti regimi tradizionali.

Qui è opportuno mettere in rilievo un punto, che a molti oggi apparirà paradossale, tanto ci si è abituati a considerare normale ciò che nel quadro generale di una civiltà di tipo aristocratico e gerarchico non lo è affatto: il carattere sovversivo che dal punto di vista della Destra ebbe il concetto di nazione e di patria quale fu usato nel periodo di cui stiamo parlando, in margine ai moti rivoluzionari. Anche qui la storiografia marxista ha saputo vedere la realtà al di là delle sovrastrutture, riconoscendo l’appartenenza di questo concetto alla fase della rivoluzione borghese, destinata, come disse Engels, a far da apritrice di breccia per la rivoluzione socialista. Nel mondo tradizionale, che per noi è quello retto dai princìpi dell’autorità e della sovranità, della gerarchia dell’ordinamento dall’alto e verso l’alto – tutto ciò che è “patria”o “nazione”ethnos – non ebbe un significato politico ma soltanto naturalistico: si è di una patria o nazione come si è di una data famiglia. L’ordine politico in senso proprio corrispondeva invece al principio dello Stato (in genere, concretizzatesi in monarchie e in dinastie) o dell’impero come unità sovraordinata rispetto a nazione o “popolo”. È così che si ebbero formazioni politiche in cui patrie e nazioni ebbero bensì il loro posto, ma non come fattori determinanti, invece come semplice “materia” della gerarchia complessiva. E non sembrava strano, a tale stregua, che, per esempio, per combinazioni dinastiche, per matrimoni o successioni, un popolo passasse a far parte di uno Stato diverso: da ciò esso non si sentiva per nulla snaturato, appunto per via del carattere sopraelevato del principio politico. Tale situazione aveva anche una controparte etica: l’appartenenza allo Stato era legata ad una fedeltà, cioè presupponeva un atto libero, volontario (i vincoli feudali ne erano già stati forma eminente). L’essere di un popolo o di una nazione è invece qualcosa di semplicemente dato, di naturalistico.

Ebbene, come il termine “patriota” fece la sua prima apparizione quale designazione degli enfants de la patrie del periodo della Rivoluzione Francese nella loro lotta contro monarchia e aristocrazia e contro gli alleati stranieri di esse, del pari risulta chiaro l’uso rivoluzionario che in Europa dopo la Rivoluzione Francese fu dato all’idea di patria e di nazione: essa fu assunta in funzione tendenzialmente democratica e collettivistica, per scalzare ogni superiore principio di autorità, per iniziare la scalata allo Stato e al potere ad opera delle masse – e lo sviluppo attraverso una ferrea concatenazione di fenomeni sovvertitori, passando per il “per volontà della nazione”, porta fino alle attuali “democrazie popolari”come fase terminale.

Un altro “risorgimento” fu possibile in Italia, come avvenne in Germania

Ora, non si può disconoscere la parte che proprio questo concetto rivoluzionario della nazione ebbe, come idea-forza, nello stesso Risorgimento italiano. Come in analoghi movimenti di altre nazioni, qui il “patriottismo”, mito della nazione, idea libertaria, costituzionalismo, rivoluzionarismo agirono solidarmente. In questo contesto rientra anche la struttura antilegittimistica che assunse, a causa di un fatale insieme di circostanze e, anche, della limitatezza e della non qualificazione degli elementi conservatori, l’unificazione italiana. Qui non si tratta di fare ipoteche sui “se” della storia. Ad indicare l’opposta possibilità, dal punto di vista morfologico è però legittimo stabilire un parallelo col processo di unificazione che ebbe luogo in Germania ad opera di Bismarck: con la costituzione del Reich – del secondo Reich dopo quello svevo – varie unità di tipo tradizionale furono riprese e conservate in una superiore unità, la Prussia facendo da centro di cristallizzazione e da Stato-guida. Qualcosa del genere fu considerato anche in Italia, negli ambienti giobertiani, però in modo inadeguato, entro un utopico quadro guelfo: il suolo adatto e il clima ideologico per venire a qualcosa di costruttivo mancavano del tutto.

Lasciamo questo punto da parte. Uno sviluppo post-risorgimentale nel senso di una Destra sarebbe stato anche possibile, in Italia. Il Piemonte e la monarchia sabauda avendo preso l’iniziativa del movimento unificatore, a unità raggiunta si sarebbe dovuto procedere alla liquidazione dei miti e delle ideologia che, per forza maggiore, l’avevano propiziata, assegnando ad esse un valore puramente pragmatico, strumentale. Avrebbe dovuto seguire una vigorosa azione formatrice, come quelle che, centrate in monarchie, attraverso una tradizione di lealismo avevano creato i grandi stati europei. La formula ben nota, che essendo fatta l’Italia si dovevano fare gli Italiani, avrebbe dovuto essere applicata in modo più rigoroso. Nulla di tutto ciò. Può dirsi che il Piemonte, nucleo originario dell’unificazione, invece di “piemontizzare” l’Italia in un senso analogo come la Prussia aveva fatto con la Germania costituendola in una forte e articolata unità, nell’abbracciare tutta l’area della penisola si sfaldò e perdette i tratti che ancora conservava per forza della sua secolare tradizione. Al nuovo Stato italiano non corrisponde un’idea propria, politica, un simbolo sopraelevato, una forza formatrice; la monarchia parlamentare si presentò come poco più che una sovrastruttura, quasi con caratteri “privati” puramente rappresentativi. Le ideologie prese in prestito per unificare l’Italia non furono affatto messe da parte dopo aver assolto la loro funzione; esse andarono invece a determinare il clima politico e sociale predominante in Italia, lasciando margine a forme ulteriori di sovversione, come quelle che già si verificarono nei gravi disordini sociali al tempo della prima guerra d’Africa e che come tragico episodio ebbero l’assassinio di re Umberto.

La Triplice Alleanza

Infine la pietra di prova la si ebbe nel 1915, con la rottura della Triplice Alleanza (questo patto era stato l’unico passo positivo per un eventuale revirement a destra dell’Italia unificata) e con l’intervento a fianco delle democrazie mondiali contro gli Imperi Centrali. In effetti, a provocare quell’intervento non furono considerazioni realistiche: si sa che mediante alcune negoziazioni diplomatiche l’Italia, anche col semplice restar neutrale,avrebbe potuto ottenere una buona parte di ciò che poi i nuovi alleati democratici dovevano concederle a denti stretti. Veramente determinante fu piuttosto l’eredità ideologica del Risorgimento, fu il mito “nazionale” (nel senso rivoluzionario già spiegato) unito a quello antitedesco che faceva vedere negli imperi centrali quasi degli stati “fascisti” avant la lettre (da qui, l’estensione alla Germania di sentimenti “patriottici” che al massimo erano giustificati contro l’Austria).

Però anche qui s’impone la distinzione fatta pel Risorgimento: la entrata in guerra fu, in se stessa, un fatto positivo quale fenomeno di “risveglio” dal clima dell’Italietta borghese ottocentesca, e i fatti eroici, combattentistici della prima guerra mondiale mantengono il loro valore intrinseco e vanno separati dal significato sovraordinato che ebbe la guerra italiana quale contributo al processo che doveva far compiere un gigantesco passo avanti al fronte del Terzo Stato, cioè delle democrazie, con un gravissimo colpo per quel che il nostro continente ancora conservava in fatto di regimi di tipo tradizionale, nell’Europa centrale.

Data con tratti più che sommari, questa è la fisionomia che presenta la “tradizione risorgimentale” nel quadro di una storiografia di destra. Ora, interesserebbe forse esaminare il problema dei rapporti fra tradizione risorgimentale e fascismo per avvicinarsi a delle conclusioni valevoli anche per le cose di oggi. Per ragioni di spazio non potendoci soffermare sull’argomento, ci limiteremo a dire che, dal punto di vista della Destra, il rapporto fra fascismo e Risorgimento è duplice, come duplice – secondo il già detto – è il volto di quest’ultimo. A considerare i fatti eroici e di risveglio nazionale del Risorgimento (continuità ancor più diretta e ben nota è però quella tra fascismo e l’analogo aspetto del combattentismo e dell’interventismo). Considerando però le idee, il fascismo ebbe valore, in quanto, per quel tanto, che esso fu un antiideologismo risorgimentale. Il tratto specifico del fascismo secondo il nostro punto di vista non è infatti il semplice aver ripreso una idea patriottica e nazionale cercando di accrescere la potenza e l’espansione italiana: processi del genere non si connettono infatti a nessuna speciale idea politica, si possono avere anche in Stati democratici, li si hanno nella stessa URSS. Il tratto caratteristico è invece la ripresa dell’idea dello Stato, dell’autorità e della sovranità insieme a quella di unità semplicemente “patriottica”, ma lealistica e di fedeltà: sia pur sminuita dal sistema della “diarchia”. L’Italiano era chiamato ad essere fedele anzitutto ad un Capo e ad un’idea. E non semplice retorica avrebbe potuto venire dalla ripresa del simbolo romano.

Ciò che vi è da raccogliere dall’eredità del fascismo ci sembra che debba essere precisato in questi termini. L’associarvi la “tradizione risorgimentale” è cosa pericolosa. Il “Risorgimento” potrebbe oggi valere soltanto nei termini dell’appello di una minoranza ad una rivolta unanime nazionale contro l’attuale regime, il quale però si trova ad essere l’esponente indiscusso proprio di buona parte delle ideologie del Risorgimento e della successiva Italietta parlamentare. Per una tale rivolta e un tale risveglio, a tutt’ora sembra mancare, purtroppo, sia un centro efficace di cristallizzazione, sia il necessario clima generale. Venendo meno a questo aspetto, in fatto di rievocazioni e di “tradizioni risorgimentali”, oggi non si potrebbe aver la meglio polemizzando contro quelle correnti attuali che ad esse si rifanno, che hanno parlato di “parentesi fascista”, che hanno identificato il tradimento e il partigianesimo ad un “secondo Risorgimento”, riprendendo l’inno di Mameli coi “Fratelli d’Italia”, facendo lo stesso abuso di una idea “patriottarda” e genericamente nazionale nel preparare, coscientemente o incoscientemente, anche da noi l’ultima fase della sovversione – quella legata alla rivoluzione del Quarto Stato – con l’avanzata del social-comunismo, così come i “patrioti”di ieri, pur vedendo e invocando l’Italia, avevano lavorato per la rivoluzione del Terzo Stato.

Rivendicare a quello del Risorgimento il valore di un retaggio ideologicamente di destra è un assunto impossibile. Altri debbono essere i nostri punti di riferimento, se si ha il coraggio di una rigorosa dottrina politica e di una azione politica altrettanto rigorosa.



Julius Evola

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