Introduzione a “L’angelo della finestra d’occidente” di G. Meyrink

Gustav Meyrink, pseudonimo di Gustav Meyer (1868–1932), è ricordato soprattutto per la sua importante attività di scrittore di romanzi ispirati a dottrine esoteriche e di alta magia, finalizzate al superamento dell’ “individuo storico” e delle sue componenti, fino a giungere al “risveglio spirituale” nel ritorno alla dimensione preconcezionale. Julius Evola curò le edizioni italiane dei romanzi di Meyrink e per primo lo fece conoscere in Italia, con una serie di articoli a partire dal periodo del “Gruppo di Ur”. Il suo nome è strettamente legato alla famosa opera esoterica Il Golem, ma Evola, che si soffermò su Meyrink nel capitolo X (“Correnti iniziatiche e alta magia”) di Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, curò la traduzione ed il commento di altre importanti opere come La notte di Valpurga, Il domenicano bianco, e  L’angelo della finestra d’occidente 

Riproponiamo proprio l’introduzione che Evola scrisse anonimamente nel 1949 a “L’angelo della finestra d’occidente” per le Edizioni Bocca di Milano.

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Il presente romanzo è l’ultimo che, prima di morire, Gustav Meyrink scrisse. Come schema, esso è una specie di intreccio di motivi già ritrovabili nei suoi precedenti libri. Infatti, da un lato vi è la ricostruzione romanzata della vita e delle vicende di un alchimista effettivamente vissuto – come nelle Storie di facitori d’oro; dall’altro lato, vi è il tema dell’identificarsi di una personalità vivente a quella di un uomo di altre età, e di varie vite che rappresentano diverse manifestazioni di un’unica entità spirituale – come nel Domenicano bianco e, in parte, anche nella Notte di Valpurga e nello stesso Golem.

Circa il primo punto, il personaggio storico qui prescelto dal Meyrink è John Dee, sapiente e cultore di discipline magiche, ermetiche ed astrologiche vissuto in Inghilterra al tempo della regina Elisabetta (egli nacque nel 1527 e morì nel 1608). Si pretende che il Meyrink abbia avuto conoscenza di speciali manoscritti relativi alla vita di John Dee. Resti dunque indeterminata la misura in cui molti dettagli e molti dati del romanzo, che non trovano riscontro nella biografia nota di John Dee, riassunta dalla Enciclopedia Britannica, siano stati senz’altro inventati. Ad esempio, non risulta l’alta nobiltà dei Dees e la loro discendenza da Hoel Dhat. Storico è l’arresto di John Dee per azioni magiche contro la regina Maria; la sua liberazione sarebbe però avvenuta per la decisione di un consiglio, e non per l’intervento romanzesco della principessa Elisabetta non ancora regina. Storiche sono le relazioni di Dee con Dudley, con Laski e con Edoardo Kelley. Quest’ultimo – un tipo di medicastro dalle orecchie mozze – pretendeva di aver scoperta la Pietra dei Saggi e si associò a Dee come una specie di medium, propiziando evocazioni di spiriti e di enti. Parimenti storici sono i vari viaggi di John Dee; la fama di sapiente europeo da lui acquistata; la sua fuga dall’Inghilterra nel 1548, perché sospettato di congiure politiche e, altresì, per lo scandalo provocato dalla sua sceneggiatura della Pace di Aristofane; l’incendio del castello di Mortlake; il dissidio sopravvenuto fra lui e Kelley; la sua morte, in grande miseria, a Mortlake, nel dicembre del 1608. Tornato in Inghilterra dalla Boemia, nel 1595 Dee rivestì però la carica di Rettore del Manchester College, cosa che invece non figura nel romanzo. Dei rapporti di John Dee con l’imperatore Rodolfo si sa meno che non di quelli con l’imperatore Massimiliano II, al quale Dee dedicò, nel 1564, una interessante trattazione ermetica dal titolo Monas hieroglyphica (1). Storici sono gli incarichi avuti dal Dee per l’esame dei diritti della Corona inglese su terre scoperte in quei tempi, come pure per ricerche geografiche intorno ad esse; su ciò, si conservano ancora, nella Cottonian Library, due incartamenti originali, né deve esservi estraneo, forse, il motivo della «Groenlandia» utilizzato dal Meyrink. Infine, nel British Museum si conserva un cristallo della grandezza di un arancio, appartenuto effettivamente a John Dee e da lui usato come uno specchio magico.

Quanto alla trama romanzesca che si è servita di questi spunti storici, essa s’incentra in un motivo, che, secondo quanto è stato rilevato nella introduzione alla traduzione del Domenicano bianco, non va confuso con le fisime reincarnazionistiche. Si tratta invece della ben più fondata veduta, secondo la quale ogni essere umano, lungi dal rappresentare un «Io» autonomo, sarebbe la manifestazione di un dio o demone anteriore e superiore alla sua esistenza finita in terra. Ad un dato momento, in un certo ceppo può essere creata una «causa», vale a dire, può essersi innestata una influenza trascendente che, sovrastando il tempo e i secoli, da quel momento fornisce la base per una continuità di destino e di sforzo verso il compimento lungo varie generazioni.

Raffigurazione del “Rebis” alchemico

Così, le vie di uno stesso sangue potendo avere, nel riguardo, la funzione di un «buon conduttore» dell’elettricità, in quel ceppo possono apparire degli esseri che, in realtà, sono un unico essere ripetentesi, per così dire, in tante ondate di assalto, fino a che il ciclo si chiude con la genesi magica di chi è un «risorto in questo mondo e nell’altro» e un «Vivente» in senso eminente. Non sarà forse inutile rilevare che diversi aspetti dei culti gentilizi diffusi nell’antichità tradizionale d’Oriente e d’Occidente – Roma e l’Ellade comprese – non sono privi di relazione con queste vedute, le quali appartengono ad un insegnamento esoterico elettivo, al quale il Meyrink nei suoi romanzi si è ripetutamente inspirato. Nell’Angelo della Finestra d’Occidente il barone Müller, ultimo discendente dei Dees of Gladhill, è lo stesso John Dee che si ricorda e riesce nell’impresa che non solo a lui stesso, ma anche ad un’altra sua manifestazione nello stesso ceppo – a John Roger – era fallita. Intorno a lui, come esseri dei tempi moderni, riappaiono le forze e i personaggi con cui secoli prima aveva già avuto a che fare.

Quanto al compimento, di cui si tratta, il Meyrink riprende la dottrina dell’androgine spirituale, la quale nell’esoterismo occidentale può essersi legata anche al misterioso simbolo templare di Bafometto, ma molto più distintamente corrisponde a quello ermetico-alchemico del Rebis (= res bina, cioè natura duplice), mentre l’equivalente estremo-orientale è lo Yang-Yin, l’unità del maschio con la femina (in termini tàntrici, del Çiva con la Çakti) in una sola natura. Ed anche questo è un motivo centrale di altri libri del Meyrink. A tale riguardo, ermetisti e rosacroce hanno anche parlato delle cosiddette «nozze chimiche», del congiungimento del «giovane regale» con la «donna dei Filosofi» o con la «Regina» nella raggiunta «terra di là dal mare», il che avrebbe per effetto il possesso della duplice corona e del duplice potere. Nel romanzo, l’aver assunto simboli del genere in un senso puramente terreno costituisce l’errore fatale di tutto il primo periodo della vita di John Dee. La «Regina», di cui si tratta, e che John Dee credette di possedere per violenza d’incantesimo nella persona di Elisabetta, è la «donna interna», è un potere occulto nascosto in noi. E le nozze si rendono possibili solo a chi sia passato attraverso l’esperienza detta, dagli alchimisti, della «mortificazione» o dell’«opera al nero»: a chi, attraversate le «acque», i «mari», abbia raggiunto la simbolica «Terra Verde» o «Terra dei Viventi» e si sia fatto signore della «Groenlandia». È là che la «Regina» attende gli Eletti, a che questi possano divenire una sola cosa con lei, conseguendo la trasformazione dell’animale umano in un «Re», come secondo l’ideale magico. Conoscere e possedere in se stessi la propria controparte femminile occulta, la «sposa in sé», è la chiave dell’Opera, di necessità scarsamente intelligibile per il profano. Le due nature, peraltro, equivalgono anche ai due mondi, al mondo sensibile e a quello soprasensibile. Si tratta di una reintegrazione, come nel simbolo, spiegato dal Meyrink in un altro romanzo, di una spada spezzata da risaldare.

Gustav Meyrink

Alle «nozze chimiche» si oppone però l’illusione generata dall’ebrezza dell’unione materiale dell’uomo e della donna come due esseri terreni distinti. Chi aspira all’adeptato, per contro, deve essere in grado di conservare e di «fissare» la forza dei due principii maschile e femminile, impedendone la dissipazione e la degradazione nella vita erotica comune. Il Meyrink personifica in Isais la Nera la forza che tende ad impedire questa realizzazione e a captare l’elemento maschio attivo, facendo sì che esso «soggiaccia alla morte suggente che viene dalla donna»; e giustamente indica la relazione che una tale forza ha con il sangue – Isais è la Sovrana nascosta nel sangue umano.

In fatto di tecnica, il Meyrink nomina anche il vajroli-tantra; ma, nel riguardo, le sue conoscenze debbono essere state difettose e superficiali. Rimandando chi voglia saperne di più ad un’opera italiana recente (2), qui basterà dire che il tantrismo comprende anche dei procedimenti intesi a trasformare l’energia sessuale virile in forza magica (e altresì in forza di liberazione), ma, a parte le degenerazioni, non si tratta né di un’«arte nera», né di pratiche «orribili», aventi aspetti «osceni», come secondo il giudizio di alcuni personaggi del romanzo (Lipotin e Gardener). Se, ad un dato momento, colui nel quale si ridesta John Dee crede che l’essenza della pratica consiste nel far entrare in sé la «donna» – cioè nell’evocare e far affiorare in sé la forza che è chiusa nel sangue – per «redimerla» (per farle cambiare polarità) mediante il volere da rendere saldo e sicuro attraverso speciali discipline, ciò corrisponde proprio all’insegnamento tantrico, alla cosiddetta çivaizzazione della Çakti (3). Sennonché nel romanzo il tutto si riduce ad un semplice accenno, come semplicemente accennata è la via della «veglia iniziatica»; subito dopo, la narrazione passa a episodi affatto fantastici – si trova anzi il modo di dire che pratiche del genere possono esser seguite, senza esserne spezzati, soltanto da Orientali, e che proprio allo scopo di travolgere il protagonista del romanzo a questi sarebbe stato indicato il vajroli-tantra da emissari delle forze nemiche.

Dopo di che, non risulta ben chiara la via che, invece, dopo aver invano tentato i metodi tantrici, il protagonista del romanzo segue. Ci si riporta, a quanto pare, all’«incantesimo delle palle rosse», consistente in una specie di prova dell’asfissia: dei fumi tossici vengono aspirati, un iniziato essendo presente per aiutare il neofita a superare la crisi e a mantenersi cosciente fuori del corpo, oltre il cambiamento di stato. Riuscire a tanto, significa assicurarsi la «virilità trascendente», avente relazione con la simbolica lancia di Hoel Dhat e altresì con la prova del «Pozzo di San Patrizio». In quest’ultima devesi vedere la forma cristianizzata di antichi insegnamenti iniziatici pre-cristiani, divenuti, per degradazione, folklore.

Il Pozzo di San Patrizio

Nel «Pozzo di San Patrizio» arde un fuoco avente il duplice potere di distruggere e di purificare; chi vi entra, va a conoscere la misura in cui egli è capace di superare la morte in una vita eterna. Allo studioso di scienze esoteriche abbiamo appena bisogno di far notare come non diversi motivi si ritrovino nel ciclo del Graal, la prova del «Pozzo di San Patrizio» corrispondendo a quella del cosiddetto «posto pericoloso», che si fa voragine per i non-eletti, e la lancia ricorrendovi spesso con lo stesso significato sopra accennato (4). Quanto a metodi sul tipo di quello dei fumi tossici per attraversare le «acque» e raggiungere la terra ove possono compiersi le «nozze chimiche», essi rientrano in ciò che gli ermetisti chiamavano le operazioni o «mortificazioni» compiute dalle «acque corrosive» (5).

Nel romanzo viene detto circa l’uso dello specchio magico, per «vedere» o «comandare». Ma per non esser illuso dalla propria fantasia e per non finire in stati di passiva medianità, è necessario che l’operatore abbia superato prove sul genere di quelle dei fumi tossici, epperò sia in grado di «uscire», vale a dire, più o meno, di passare, ancor da vivo, attraverso la morte. È un avvertimento salutare per chi si fa illusioni circa la portata di certi procedimenti magici dall’apparenza semplicistica.

Uno dei principali personaggi del romanzo è Bartlet Green, che l’Autore mette in relazione con certe arcaiche forme di iniziazione scozzese e con il culto di una divinità femminile, la quale finisce con il rivelarsi come l’Iside adorata da alcuni antichi ambienti mitriaci del Ponto. Qui l’elemento romanzesco va a confondere assai le cose. Mentre nella prima parte del libro Bartlet Green viene presentato come un uomo che, sia pure per vie oscure e per mezzo di riti orribili, è giunto a possedere, anche lui, la «donna interiore» in se stesso e ad essere un «Principe della Pietra nera» completamente inaccessibile a dolore e a paura, in seguito egli viene sempre più dipinto come un emissario di forze demoniche, come un agente della contro-iniziazione (per usare questo termine del Guénon) che cerca ogni modo per sedurre John Dee.

Quanto al culto dell’Iside pontide, il Meyrink accenna ad una curiosa, poco nota iniziazione dell’odio, ad esperienze che sarebbero propiziate dal piacere erotico esasperato dall’odio più violento e smisurato fra esseri dei due sessi. Ma anche qui le cose non sono chiare. Non si vede come da esperienze del genere debba risultare il sacrificio dell’elemento maschile, indicato come l’essenza della iniziazione propria ad Iside pontide, o all’Isais la Nera che dir si voglia. Certo è che il Meyrink si è lasciato sfuggire la possibilità di dare una base assai più salda e suggestiva a questa parte del suo romanzo. Egli avrebbe potuto benissimo riportare il contrasto fra la vera vocazione di John Dee e, le influenze che cercano di fuorviarlo e di privarlo della magica lancia, alla opposizione esistente fra i culti «olimpici» virili e quelli «tellurici» legati appunto a figure di Dee sovrane. Un tratto tipico dei secondi, particolarmente visibile nei misteri di Cibele, è costituito da estasi torbide, provocate con mezzi violenti, orgiastici e frenetici, estasi equivalenti ad una specie di evirazione spirituale – è, più o meno, proprio quel che si attribuisce, nel romanzo, alla iniziazione di Isais.

Una volta riportatosi a tali orizzonti, il Meyrink avrebbe avuto anche modo di far un uso più suggestivo del motivo della «Groenlandia» e della «Inghilterra». L’origine delle iniziazioni virili, secondo la tradizione, è infatti boreale, cioè nordica. La «Groenlandia», parola che letteralmente significa «la Terra Verde», insieme a regioni analoghe, per questo apparve come una terra mistica e simbolica; ciò, in alcuni casi si estese alla stessa Inghilterra che, quale «Albione» e «Terra Bianca», assunse un significato parimenti simbolico, donde la possibilità di giuocare con la espressione Engelland, significante sia Inghilterra, sia «Terra degli Angeli». In un episodio del romanzo la direzione del meridiano, cioè la direzione verso settentrione, è quella che appare la giusta e fa sentire obliquo, fuori posto, senza orientamento, ciò che prima, in un ambiente e in una vita, si credeva ordinato. Su tale base, si sarebbe creduto che il Meyrink avrebbe introdotto nel romanzo il significato della mistica Groenlandia e avrebbe sviluppata in modo più preciso l’antitesi esistente fra l’iniziazione – diremmo «boreale» – a cui tende inconsciamente John Dee, signore della lancia, e il mondo pandemico e dionisiaco ove la Dea è sovrana, come negli antichi Misteri pre-arii. Ciò non è invece accaduto. In più, è tutt’altro che chiara la parte che Jane ha nella vicenda romanzata. Specie il John Dee riapparso sotto specie di barone Müller non dimostra proprio i tratti di carattere virile e da iniziato, nella sua relazione con Jane-Giovanna. La cosa scende invece ad un piano umano e quasi sentimentale. Lo stesso senso del sacrificio finale di Jane non è chiaro.

Il profeta Elia ascende al cielo con «un carro di fuoco e cavalli di fuoco» (2Re 2, 11)

Nella sua prima vita, John Dee fu deluso in vario modo. Anzitutto, come si è detto, egli cadde nell’errore di interpretare in senso materiale il simbolismo ermetico della «Regina», delle «nozze» e della conquista della «Groenlandia». Riconosciuto un tale errore, in una seconda fase della sua vita John Dee si dà all’alchimia ermetica, cioè a quella che non si esaurisce nella trasmutazione metallica, ma procede lungo la «via di Elia». La «via di Elia» – del profeta che non lasciò il corpo sulla terra e che mai sarebbe morto – è la via magica di una alchemizzazione del corpo e dell’anima intesa ad assicurare ad entrambi l’intangibilità e l’immortalità sia qui, che nei cieli. Ma anche in tale campo, John Dee si lascia fuorviare. Egli non ascolta Gardener, che gli fa presente che chi intende comporre con mezzi anche fisici la «Pietra della Immortalità», se non è prima passato attraverso il processo occulto della rinascita spirituale, non sarà mai al sicuro dalle insidie di forze oscure dell’altro mondo. John Dee si illude invece di scoprire il segreto della «via di Elia» mediante le rivelazioni di un Angelo evocato in sedute fra il magico e il medianico propiziate da Kelley. Questi è l’Angelo della Finestra d’Occidente, il quale, alla fine, si dimostra una creatura di menzogna, da cui John Dee viene miseramente deluso. Da questo punto di vista, il romanzo contiene un insegnamento effettivo, accusando l’errore sia della medianità, sia di certa magia cerimoniale (evocatorio-rituale). Circa il primo punto, vien detto che Kelley, il medium colpevole delle deviazioni di John Dee, nel nostro secolo, cessando di essere una persona, è divenuto un cancro dalle mille facce – si allude alla diffusione delle pratiche spiritiche. Quanto alla magia cerimoniale, il superiore insegnamento rivelato da Gardener è che enti, come l’Angelo Verde, sono solo forme illusorie, nelle quali si proiettano e si personificano desideri, conoscenze e poteri celati negli uomini, di cui questi non sospettano l’esistenza; per questo, quando seguono le vie indirette di quella magia, essi credono a rivelazioni meravigliose. Solo dopo infinite delusioni John Dee riconosce che il vero appoggio, l’essere che non lo abbandonerà più è l’Io, l’Io infinito. Questo è, in realtà, il presupposto del vero sentiero iniziatico, di ciò che in Oriente si chiama la «via diretta».

Una precisazione è opportuna circa il simbolismo dell’Occidente e della «Terra Verde», il quale non ha il solo significato messo in risalto nel romanzo. Concependo l’Oriente come la terra donde viene la luce, l’Occidente appare naturalmente come la regione del tramonto, epperò anche come quella della morte e delle forze della morte. Ma gli Antichi conobbero anche altri rapporti analogici. Là dove muore la luce fisica, là si accende la luce spirituale; per questo, negli insegnamenti iniziatici figura anche un «Occidente sacro» avente il valore positivo di terra d’immortalità o «terra dei Viventi». Non diverso è il senso che nell’antica tradizione egizia aveva la stessa «terra verde», a tale riguardo corrispondente alla misteriosa terra occidentale di Amitaba, di cui nelle tradizioni estremo-orientali, e al «giardino delle Esperidi» degli antichi Elleni.

Alla fine del romanzo, presso a motivi rosicruciani (per esempio il simbolismo della rosa e dell’arte del giardinaggio), si presenta anche l’idea di un centro supremo del mondo (l’Elsbethstein, analogo all’Agartha della tradizione indo-tibetana), sede di un Ordine che presiede invisibilmente ai destini degli uomini. Gli appartenenti a questo Ordine sono concepiti come «alchimisti»; essi appaiono come dei «liberati» rimasti qui, per «trasformare» – ricorre, cioè, il simbolo alchemico della trasmutazione metallica, su di un piano superiore. Circa la responsabilità legata ai loro poteri, vien detto, che essi debbono sapere che gli uomini metteranno a carico del loro Dio ciò che essi faranno. Anche il motivo di un centro del genere e dell’Ordine invisibile non è inventato dall’Autore. In una forma o nell’altra, ricorre nelle tradizioni e negli insegnamenti esoterici di tutti i popoli (6).

Per orientare il lettore, desideroso di individuare ciò che in questo libro non è semplice romanzo, questi cenni basteranno.

Per la traduzione, è stato seguito il criterio della massima fedeltà; cosa non facile, dato lo stile complicato e molto personale del testo tedesco. Anche dal punto di vista letterario, specie alla fine del romanzo sarebbe stato forse bene evitare alcuni episodi prettamente fantastici e fiabeschi; il tutto ne avrebbe guadagnato in serietà, oltreché a raccomandarsi di più a chi non lo legga solo per passare il tempo.

Note

(1) Quest’operetta è stata tradotta dal latino in francese da Grillot de Givry per le edizioni Chacornac (Paris, 1925). È interessante, che il simbolo fondamentale, di cui tratta, si ritrova in un’opera ermetica italiana, dedicata ad un principe di Savoia (C. Della Riviera, Il mondo degli Heroi, Milano, 1605, ripubblicata per le edizioni Laterza nel 1932).

(2) J. Evola, Lo Yoga della Potenza (Saggio sui Tantra), ed. Bocca, 2ª ediz., Milano, 1949.

(3) Su ciò, cfr. l’opera citata dell’Evola.

(4) Cfr. J. Evola, Il Mistero del Graal e la tradizione ghibellina dell’impero, ed. Laterza, Bari, 1937.

(5) Su ciò, e sul senso, in genere, dell’ermetismo alchemico, cfr. le monografie della «Introduzione alla Magia quale scienza dell’Io» e J. Evola, La tradizione ermetica, ed. Laterza, Bari, 2ª ediz., 1948.

(6) Su ciò, cfr. R. Guénon, Le Roi du Monde, Paris 1926.



Julius Evola

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