Evola racconta il “Diorama filosofico”

In vista di un’importante iniziativa editoriale che RigenerAzione Evola varerà a partire dal febbraio 2017, cominciamo a proporre ai lettori alcuni documenti che serviranno da introduzione alla conoscenza di quello che rimane, probabilmente, il più duraturo nonché il più significativo tentativo di Julius Evola di incidere sulla cultura fascista degli anni Trenta, indirizzandola verso un possibile approdo autenticamente spirituale, rigorosamente ortodosso rispetto ai canoni della vera Tradizione. Si tratta della pagina culturale intitolata Diorama Filosofico – Problemi dello spirito nell’etica fascista (sottotitolo che poi sarebbe mutato in “Problemi dello spirito e della razza nell’etica fascista” a partire dal dicembre 1938), terza pagina del quotidiano “Il regime fascista” diretto da Roberto Farinacci, che Evola curò dal 1934 al 1943, con uscite irregolari, ora quindicinali, ora mensili, e svariate interruzioni.

la-torre-rivistaPer cominciare, abbiamo ritenuto fondamentale lasciare la parola proprio ad Evola: nessuno meglio di lui stesso poteva, in prima battuta, descrivere questo suo coraggioso progetto. Il commento è tratto principalmente da Il cammino del cinabro e, in misura minore, dall’articolo scritto da Evola in memoria di Roberto Farinacci sul “Meridiano d’Italia” nel 1955.

L’antecedente del “Diorama Filosofico”, cui Evola accenna all’inizio dell’estratto che vi proponiamo, fu rappresentato dalla sfortunata esperienza de La Torre, rivista quindicinale da lui fondata nel 1930 e concepita come un “nuovo tentativo di ‘sortita’ nel dominio politico-culturale”, i cui contenuti si fondavano rigorosamente sul concetto di Tradizione e di civiltà tradizionale, come Evola aveva scoperto e mutuato da René Guénon: “volli vedere fino a che punto con esso si potesse agire sull’ambiente italiano, fuor dal campo ristretto di studi specializzati”. La rivista, com’è noto, fu oggetto di violenti attacchi da parte degli ambienti fascisti più ciechi ed ottusi, soprattutto a causa degli irriverenti contenuti della rubrica “L’Arco e la Clava”, che sarebbe riapparsa peraltro sul “Diorama”. “Essa voleva essere una rassegna della stampa e si proponeva un’azione di bonifica, di critica e di attacco contro tutto ciò che nella stampa di quel tempo era più deteriore: ciò, senza aver riguardi per nessuno e senza avere peli sulla lingua”, ricordava Evola. Dopo il sequestro del terzo numero della rivista, una diffida della polizia, il divieto imposto alle tipografie romane di pubblicarla, e le inutili proteste di Evola presso il ministro degli interni Arpinati, il barone decise di metter fine a questo suo progetto, che rimase “qualcosa di unico e di inaudito”, come scrisse. “Ne ebbi abbastanza, smisi e me ne andai in alta montagna. La rivista aveva avuto cinque mesi di vita. Ne uscirono dieci numeri; cessò il 15 giugno 1930”.

Qualche anno dopo Evola, fortunatamente e caparbiamente, ci riprovò: grazie all’aiuto di un gerarca finalmente “illuminato” come Farinacci, il “Diorama filosofico” poté venire alla luce e sopravvivere per molti anni. Al di là dell’influenza praticamente nulla che ebbe sulla cultura ufficiale del regime, di questa pagina speciale, il cui valore contenutistico rimane comunque eccezionale, uscirono infatti 89 numeri nell’arco di 9 anni e mezzo.

***

di Julius Evola

(…) Il chiasso suscitato dalle accennate polemiche e la soppressione de La Torre valsero, per un certo periodo, a mettermi al bando da gran parte della stampa del tempo e a crearmi una nomèa di antifascista. Per quel che riguardava l’essenziale, decisi allora di sviluppare ulteriormente e di esporre da solo, in un’opera sistematica, tutte le idee sulla Tradizione, sulla storia della civiltà e sulla critica al mondo moderno, che ne La Torre avrebbero dovuto essere trattate in una forma più accessibile e nelle varie applicazioni. Così ebbe origine la mia opera principale, Rivolta contro il mondo moderno. Discostandomi dall’ordine cronologico di questa rassegna retrospettiva, è opportuno accennare a questo punto ad un singolare sèguito de La Torre.

Roberto Farinacci (Isernia, 16 ottobre 1892 – Vimercate, 28 aprile 1945)

Roberto Farinacci (Isernia, 16 ottobre 1892 – Vimercate, 28 aprile 1945)

Nel fascismo vi erano alcuni uomini di carattere caduti in disgrazia a causa del loro aver denunciato le malefatte di gerarchi più potenti e influenti. Uno di costoro era Giovanni Preziosi. (…) Preziosi era un uomo libero, coraggioso, leale e veramente onesto. Poco dopo, egli si associò a Roberto Farinacci, uomo che nel regime aveva una posizione tutta particolare. Già segretario del partito in un momento assai critico, egli godeva di un notevole prestigio anche per il suo coraggio e per la sua forza di carattere, di fronte allo stesso Mussolini egli non intendendo affatto assumere l’atteggiamento di servilismo della quasi totalità di coloro che circondavano il Duce. Anche lui era caduto in disgrazia, per aver compromesso il fratello di Mussolini, nel mettere in luce una losca faccenda di un gerarca milanese da questi protetto. Però conservò una posizione influente e autonoma, e il suo giornale, Regime Fascista, valeva, dopo Il Popolo d’Italia, come il quotidiano più « ortodosso » di quel tempo.

Ebbene, Preziosi aveva notato La Torre, e sulla figura da gangster e da profittatori del regime di coloro che ci avevano attaccati egli era perfettamente in chiaro. Egli mi offrì di collaborare a Vita Italiana e successivamente mi mise in contatto con Farinacci. Meraviglia delle meraviglie, io in lui trovai un «santo protettore». La sistematica, indiscriminata denigrazione attuale di tutte le figure del passato non ha naturalmente risparmiato Farinacci. Quel che io posso onestamente dire, è che egli era un uomo leale e coraggioso. Chi era con lui, poteva essere sicuro di non essere tradito, di essere difeso sino all’ultimo, se la sua causa era giusta: Farinacci avendo acceso diretto a Mussolini, e ciò era di grande momento. Inoltre Farinacci conosceva i limiti della propria cultura, e in me vide chi poteva dare un contributo a quella rivoluzione intellettuale di Destra che era nelle aspirazioni di una certa corrente del fascismo.

Così egli accettò la proposta che gli feci di far uscire sul suo giornale, Regime Fascista, sotto la mia direzione, una pagina speciale col sopratitolo «Problemi dello spirito nell’etica fascista». In essa io ero assolutamente libero, essendone in egual misura responsabile personalmente. Fidandosi di me, Farinacci mi diede pieni poteri. Non gli importò che io non fossi iscritto al partito, né intendevo iscrivermi. Così si realizzò il singolare paradosso, che in tale pagina fu ripresa proprio quella difesa di valori «tradizionali», che essi soli avrebbero potuto corrispondere alle possibilità superiori di un movimento «fascista», la quale nel quadro de La Torre aveva provocato tanto scompiglio e mi aveva procurato la fama di antifascista. Se non nella sua parte violentemente polemica ad hominem, che in gran parte fu eliminata, La Torre si rincarnava proprio entro uno dei bastioni della «ortodossia» fascista, con un brevetto di immunità.

diorama filosofico

Il primo numero del “Diorama filosofico” diretto da Evola sulla terza pagina del “Il Regime Fascista” (2 febbraio 1934)

L’anzidetta pagina speciale di Regime Fascista uscì per molti anni. Si iniziò, se ben ricordo, nel 1932 (1) e si continuò durante lo stesso periodo della guerra. In quasi ogni numero accoglievo un collaboratore straniero, scelto dalla Destra europea politica e culturale. Così vi figurarono i nomi, ad esempio, di Gonzague de Reynold, di sir Charles Petrie, del principe K. A. Rohan, di O. Spann, di E. Dodsworth, di F. Everling, già deputato monarchico al Reichstag, di A. E. Günther, mentre René Guénon autorizzò la traduzione di suoi saggi o brani dei suoi libri sotto forma di articoli, in un primo tempo col pseudonimo di «Ignitus», poi col suo stesso nome. Vi apparve persino un ebreo di rango, come Wolfskehl, del gruppo di Stephan George. A costoro si aggiunsero, oltre alcuni ex-collaboratori de La Torre, i pochi che si potevano raccogliere in Italia in fatto di esponenti di un pensiero ad orientamento più o meno «tradizionale» e aristocratico (2).

(…) Con l’accennata pagina de Il Regime Fascista Farinacci ed io volevamo contribuire ad una cultura che fosse fascista (fascista in direzione di destra non solo politicamente, ma anche spiritualmente, tradizionalmente) non di nome e per un continuo parlare del Duce e del Fascismo, bensì di fatto per una rigorosa, impersonale aderenza a delle idee precise ad applicare ad ogni dominio del pensiero, dell’etica, della spiritualità. (3)

(…) Fu, questo, un altro tentativo unico nel suo genere nell’ambiente del tempo. Fu anche un appello la cui risposta, nell’insieme, doveva però essere affatto negativa. Ormai non vi erano più impedimenti estrinseci; nei riguardi dei collaboratori, l’essere o no iscritti al partito per me (e per Farinacci – ciò lo si deve riconoscere a suo merito) non faceva differenza; non vi era nulla da temere; inoltre la collaborazione era retribuita. Ciò malgrado, la risuonanza fu minima e continuamente incontrai delle difficoltà nel raccogliere un materiale sufficiente adatto (perché, come era naturale, la selezione era rigorosa, onde garantire un orientamento d’insieme del tutto unitario).

diorama filosofico-marco tarchiIn parte, la mancata risuonanza con la creazione di una corrente, poteva essere dovuta alla sede poco adatta per una simile azione – un quotidiano politico, anziché una rivista di pensiero e di cultura. Ma quella sordità era anche indicativa per ciò che veniva presentato come «cultura fascista». Invero lo spettacolo di cotesta «cultura» fu uno dei più pietosi. La «rivoluzione» in Italia non investì che alcune strutture politiche. Già in questo dominio essa si fermò a metà, né fu elaborata una dottrina dello Stato completa, sistematica, priva di compromessi. In questa sede, non è il caso di fare una discriminazione fra ciò che nel fascismo avrebbe potuto acquistare un carattere tradizionale (presentandosi allora non tanto come una cosa nuova quanto come una particolare adattazione di idee facenti parte della grande tradizione politica europea) e ciò che in esso era deteriore (il «totalitarismo» al luogo dello «Stato organico», l’ambizione ad essere un regime di masse, il momento bonapartistico-dittatoriale con la relativa accentuazione personalistica del Capo, un corporativismo che solo a metà, e in sovrastrutture burocratiche poco efficienti, si sforzava di superare la frattura classista creata dal marxismo nelle aziende e nell’economia, il pedagogismo grottesco e insolente del cosidetto Stato etico gentiliano, e via dicendo). Ma nel campo della cultura in senso proprio la «rivoluzione» fu uno scherzo (4).

(…) Si sa che il quadro della cosiddetta “cultura fascista” nel Ventennio fu purtroppo dei più tristi. A differenza di ciò che accadde in Germania (seppure talvolta in eccesso), si aveva la superstizione dei “nomi”. Pur di ottenere da essi un ossequio formale e conformistico al fascismo, furono arruolati o tollerati scrittori, intellettuali e ricercatori conosciuti che come sostanza erano agnostici o larvatamente antifascisti (tali, del resto, in seguito dovevano spessissimo dimostrarsi). Donde lo scandalo di coloro che per tre quarti componevano l’Accademia d’Italia. Donde l’assoluta insignificanza dell’Istituto di Studi Romani. Donde il carattere sfaldato dello stesso Istituto di cultura fascista che, dopo essere stato un feudo regionale di gentiliani di stretta osservanza, nulla di organico e di veramente, anticonformisticamente fattivo seppe mettere su. L’unica eccezione era forse la Scuola di Mistica Fascista, se avesse avuto il tempo di svilupparsi adeguatamente (5).

***

Note:

(1) Evola ricordava male: in realtà l’esperienza del Diorama ebbe inizio il 2 febbraio 1934 (N.d.R.).

(2) cfr. “Il Cammino del cinabro” (cap. “L’esperienza de ‘La Torre’ e i suoi prolungamenti”) (N.d.R.).

(3) cfr. “Farinacci”, Meridiano d’Italia, 8 maggio 1955 (N.d.R.).

(4) cfr. “Il Cammino del cinabro”, cit. (N.d.R.).

(5) cfr. “Farinacci”, cit. (N.d.R.).



Julius Evola

A proposito di...


'Evola racconta il “Diorama filosofico”' Hai 2 commento/i

  1. 20 dicembre 2016 @ 15:35 Mattia

    Quella del Diorama fu una esperienza tanto significativa quanto poco approfondita… aspettiamo con ansia la vostra iniziativa editoriale!!!

    Rispondi

    • Julius Evola

      20 dicembre 2016 @ 15:47 Julius Evola

      Caro Mattia, a brevissimo i nostri Lettori e Camerati conosceranno i termini del nostro progetto editoriale: al momento possiamo dirti che si tratta di una delle più importanti operazioni di recupero e valorizzazione dell’ultimo vero filone sconosciuto del pensiero evoliano.

      Rispondi


Vuoi condividere i tuoi pensieri?

Il tuo indirizzo email non verrà divulgato.

"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

Tutto quanto pubblicato in questo sito può essere liberamente replicato e divulgato, purché non a scopi commerciali, e purché sia sempre citata la fonte - RigenerAzione Evola