Quando Evola scrisse a Jünger

Tra qualche giorno RigenerAzione Evola avrà il piacere di presentare a Catanzaro, presso la comunità militante Furor, l’opera da noi curata “Ernst Jünger – il combattente, l’operaio, l’anarca“, edizioni “Passaggio al Bosco”. Per l’occasione, ci soffermiamo oggi sulla lettera che il 17 novembre 1953 Julius Evola scrisse a Ernst Jünger, rimasta inedita fino alla fine degli anni Novanta, quando l’Archivio dello scrittore tedesco la trasmise, circa un anno prima della morte di quest’ultimo, alla Fondazione Evola. Da allora la lettera fu resa di pubblico dominio ed inserita nella ristampa del commentario evoliano all’Operaio di Jünger per le Edizioni Mediterranee; sicuramente è l’unica lettera di Evola allo scrittore tedesco che l’Archivio Jünger abbia conservata, ma non è lecito sapere se il barone ne scrisse effettivamente delle altre.

Con certezza prima di questa non ve n’erano state, dato l’incipit della missiva, il tenore generale della stessa e, soprattutto, l’inequivocabile finale (“La prego di scusare questo approccio: mi ci sono trovato costretto a causa del continuo rinvio della circostanza in cui avrei avuto l’onore di prender contatto con Lei personalmente“). Ciò che è sicuro è che Evola, dopo aver prospettato a Jünger di voler tradurre l’Arbeiter in italiano, chiedendogli di potergli procurare una copia originale su cui lavorare, di fatto avrebbe ripiegato sulla nota parafrasi dell’opera uscita appunto nel 1960 per l’editore Armando, e ciò sette anni dopo questa lettera. Forse Jünger non rispose affatto, nonostante i contatti avuti da Evola con l’ambiente jüngeriano tramite Armin Mohler (come spiegheremo più avanti), o forse diede parere negativo: lo Jünger del secondo dopoguerra era molto diverso da quello del periodo tra i due conflitti bellici, e probabilmente non è da escludere un suo atteggiamento ormai più disilluso e sfiduciato, anche nel rapportarsi al suo Arbeiter. Evidentemente, per lavorare sul commentario, Evola in quegli anni  dovette comunque ottenere in qualche modo una copia del libro, la cui traduzione integrale in italiano si sarebbe avuta peraltro soltanto nel 1985.

Ne “Il Cammino del cinabro” leggiamo:

Da tempo mi ero proposto di far conoscere il libro in Italia mediante una traduzione. Ma nel rileggerlo mi sono convinto che con una traduzione non si sarebbe raggiunto lo scopo che avevo in vista. In effetti, nel libro le parti valide appaiono commiste con altre che per un lettore non capace di discriminazione possono pregiudicarle, perché risentono di situazioni locali tedesche di ieri, né tengono conto di esperienze di cui nel frattempo è apparsa tutta la problematicità. In più, vi erano alcune difficoltà editoriali. Così ho lasciato cadere l’idea di una traduzione sostituendola con quella di una vasta sintesi basata in larga misura su estratti del libro, con separazione delle parti accessorie o spurie, per mettere in evidenza l’essenziale e il durevole: aggiungendo un minimo di inquadramento critico e illustrativo. Così è nato il lavoro dianzi accennato“.

Evola parla dunque chiaramente di non meglio precisate “difficoltà editoriali”, al di là della sua mutata intenzione di presentare una sintesi commentata del libro anzichè una traduzione completa.

Per uno strano scherzo del destino, anche il tentativo di Evola, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, di tradurre e pubblicare in Italia alcuni scritti di un’altra figura fondamentale di un certo filone culturale (nel senso positivo del termine) germanico quale Carl Schmitt (che Evola peraltro cita tra le conoscenze comuni nell’incipit della lettera a Jünger), non ebbe fortuna. Dalle lettere di Evola conservate presso l’Archivio di Stato di Düsseldorf emergeva infatti il proposito del barone di tradurre i saggi di Schmitt su Donoso Cortés (che sarebbero stati poi pubblicati da Adelphi in un’unica raccolta) e di realizzare un’antologia di scritti schmittiani (che sarebbe stata realizzata nei primi anni Settanta per Il Mulino da Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera). Ma su questa vicenda torneremo a tempo debito.

Comunque siano andate le cose tra Evola e Jünger, rimane il valore storico di quell’unica lettera, che vi riproproniamo con qualche nota esplicativa.

***

Roma, 17.XI.1953

Stimato Signore,

Il mio nome dovrebbe esserLe noto, perché per il tramite del dr. Mohler (1) ho ricevuto un esemplare di Heliopolis con dedica (2) e anche perché nel Reich noi abbiamo avuto molte conoscenze in comune – p. es. il prof. C. Schmitt e il barone Von Gleichen (3).

Da tempo seguo la Sua attività con particolare interesse e ho avuto spesso l’occasione di fare riferimento alle Sue opere. Tra queste, mi sono propriamente vicine quelle del primo periodo, diciamo fino alle Scogliere di marmo (4). Ed è a tale proposito che mi permetto di rivolgermi a Lei. Spero di poter far fare una traduzione italiana di Der Arbeiter. Data l’analogia del primo dopoguerra con il secondo, la problematica prospettata in quel libro è a mio avviso nuovamente attuale; d’altronde le soluzioni che nel frattempo si era sperato di trovare nel Reich e in Italia erano per lo più soltanto soluzioni fittizie, surrogati e manifestazioni effimere. Inoltre spero che il libro possa ancor oggi esercitare un effetto “di risveglio” (5).

Ora abbiamo da lottare con un ostacolo, perché io non posseggo il libro suddetto ed è molto difficile da reperire. Il dr. Mohler mi ha addirittura scritto (6) che anche presso di Lei ne è disponibile soltanto un esemplare di archivio. Forse però Le sarà possibile trovare qualcuno, nell’ambito delle Sue conoscenze, che possa o vendere il libro o semplicemente prestarlo per il periodo dell’analisi e della relativa traduzione, sotto formale e personale assicurazione della restituzione di esso.

Inoltre: a chi ci si dovrebbe rivolgere per i diritti della traduzione?

La prego di scusare questo approccio: mi ci sono trovato costretto a causa del continuo rinvio della circostanza in cui avrei avuto l’onore di prender contatto con Lei personalmente.

Con particolare considerazione,

Suo devoto                                                         J. Evola

J. Evola

Corso Vittorio Emanuele 197

Roma

(Traduzione di Marino Freschi dall’originale in tedesco)

Note

(1) Armin Mohler (1920 – 2003),  politico, scrittore e storiografo svizzero. Dopo aver aderito a posizioni di estrema sinistra in gioventù, a seguito della lettura delle opere di Oswald Spengler, mutò orientamento, avvicinandosi al Nazionalsocialismo tedesco e trasferendosi in Germania nel 1942. Rimase a Berlino per un altro anno prima del ritorno in Svizzera, in cui fu incarcerato per diserzione. Dal 1949 al 1953 a Ravensburg ed a Wilflingen lavorò come segretario proprio per Ernst Jünger: sembrerebbero essere proprio questi gli anni in cui Evola intrattenne contatti epistolari con Mohler, che doveva aver conosciuto personalmente anni addietro.

Armin Mohler

Successivamente Mohler ebbe modo di lavorare sia per Franz Josef Strauss (a lungo presidente della Unione Cristiano-Sociale bavarese – la celebre CSU –  e presidente del Land di Baviera) che per Alain de Benoist. E’ ricordato in particolare per l’opera Die Konservative Revolution in Deutschland 1918-1932, pubblicata nel 1950, in cui probabilmente per la prima volta fu coniata proprio l’espressione Konservative Revolution. Come ricorda Adriano Romualdi (Correnti politiche ed ideologiche della Destra tedesca dal 1918 al 1932), si trattava del primo studio sistematico sulle correnti ideologiche antidemocratiche in Germania all’epoca di Weimar, importante soprattutto dal punto di vista della classsificazione delle varie correnti e della bibliografia degli autori del movimento; meno valido da un punto di vista sostanziale, contenutistico, ma per molti decenni un’opera fondamentale sull’argomento.

(2) La prima edizione di Heliopolis fu pubblicata nel 1949: evidentemente Evola, rientrato in contatto con Mohler per via epistolare proprio nel periodo in cui fu segretario di Jünger, ottenne per suo tramite una copia del volume con dedica.

(3) Heinrich von Gleichen Rußwurm (1882-1959), amico di Moeller van der Bruck, con cui diresse la rivista nazional-conservatrice Das Gewissen (intorno alla quale era sorta anche l’iniziativa editoriale Ring Verlag), organo di stampa del circolo Juniklub, derivato dal precedente Front der Jungen (Fronte dei giovani). Nel 1924 dalle ceneri del disciolto Juniklub nacque a Berlino l’Herrenklub, il circolo dei signori, fondato da Von Gleichen insieme ad Hans Bodo Graf von Alvensleben-Neugattersleben (Bridageführer delle SA) e Walther Schotte. Il nuovo organo di stampa ne fu Der Ring, che successe a Das Gewissen dal 1927. Nel 1933 Von Gleichen fu tra gli scrittori tedeschi che appoggiarono apertamente l’ascesa di Hitler e il nazionalsocialismo. L’Herrenklub, circolo nella nobiltà tedesca berlinese, fu uno dei luoghi ove Evola, durante i suoi viaggi nell’area mitteleuropea negli anni Trenta, tenne alcune conferenze: tra i due, come ricorda Evola ne il “Cammino del Cinabro”, “si stabilì una cordiale e feconda amicizia“.

(4) Evola conferma l’apprezzamento per il primo Jünger, quello delle tempeste d’acciaio, il teorico dello scatenamento nella guerra moderna dell’elementare quale potenza non-umana profonda e trascendente, risvegliata dall’uomo e fusa a mezzi tecnici di estrema potenza distruttiva contro cui il soldato doveva confrontarsi fisicamente e spiritualmente, e da cui doveva uscire forgiato come un nuovo tipo umano, caratterizzato da un realismo eroico, da un’impersonalità, da un’essenzialità, da uno spirito asciutto e lineare, da una purezza originaria; un uomo temprato dal senso del sacrificio e del dovere, fermo, calmo ed imperturbabile, ove doveva essere stata distrutta ogni componente borghese. Un’esperienza rigeneratrice e trasfigurante da rendere permanente anche al di fuori del tempo di guerra (mobilitazione totale, guerra totale), e da traslare nel mondo e nell’epoca della tecnica e della meccanizzazione estrema, ove si ricreava analogicamente il medesimo scenario del conflitto bellico, ed in cui il nuovo tipo umano incarnava stavolta le vesti dell’Operaio, chiamato a dominare le forze distruttrici scatenate in questo nuovo contesto. Evola dimostra di seguire con grande attenzione l’elaborazione jüngeriana fino allo spartiacque fondamentale della seconda guerra mondiale: non a caso cita quale opera-limite Auf den Marmorklippen, Sulle scogliere di marmo, pubblicato in Germania nel 1939 e tradotto in italiano nel 1942 per Mondadori. Evola recensì infatti positivamente l’opera per Bibliografia Fascista, insieme a Der Arbeiter, nel 1943: l’intero articolo è presente nell’opera da noi curata “Ernst Jünger: il combattente, l’operaio, l’anarca“, mentre la sola seconda parte, proprio quella relativa a “Sulle Scogliere di Marmo”, è rintracciabile sul nostro sito.

(5) E’ interessante verificare come Evola cercasse di trovare analogie tra il primo ed il secondo dopoguerra: lo scatenamento dell’elementare avvenuto nel secondo conflitto mondiale, in forma ancor più violenta e terribile di quanto non fosse avenuto durante il primo, poteva servire di nuovo da fucina per la costruzione di quel tipo umano, che avrebbe dovuto riemergere nel dopoguerra tra rovine materiali e morali, e fronteggiare l’assalto non solo della tecnologia e della meccanizzazione, ma anche di nuove forme di decadenza ancor più estreme e nichiliste della mera forma mentis borghese. Quando Evola gli scriveva, a fine 1953, ormai Jünger aveva intrapreso la sua “nuova via”: a parte altre opere minori, nel 1952 era uscito in Germania Der Waldgang, e quindi forse era ormai tardi per cercare di ridestare in Jünger l’anima del combattente d’acciaio.

(6) Ulteriore conferma del fatto che fino ad allora Evola aveva intrattenuto scambi epistolari con Armin Mohler, tramite il quale aveva potuto trovare un contatto nell’ambiente jüngeriano.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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