Fascismo e sacralità dello Stato (III parte)

di Julius Evola

tratto dalla IV parte de Il Fascismo visto dalla Destra (in Fascismo e Terzo Reich)

segue dalla seconda parte

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D’altra parte è da osservarsi che l’attuale Stato democratico italiano ha dimostrato di poter essere, sotto pretesti «sociali», assai più invadente e statalizzante del precedente regime, cioè del fascismo, e il mondo del vero Stato forse è da accusarsi soprattutto in un altro settore, in relazione a quel che fu il cosidetto «Stato etico». Abbiamo riconosciuto un carattere positivo alla concezione dello Stato quale principio o potere sovraelevato che dà forma alla nazione, e poco fa abbiamo parlato del compito di creare un dato clima generale. Una delle principali aspirazioni del fascismo fu anche di essere il principio di un nuovo modo di vita; allo Stato agnostico demoliberale, «materasso su cui tutti passano a vicenda», Mussolini contrappose uno Stato «che trasforma il popolo continuamente» – egli giunse a dire: «anche nel suo aspetto fisico».

Giovanni Gentile (1875-1944): lungo la direzione propria allo Stato Etico gentiliano, osserva Evola, “il clima di uno Stato scende al livello di quello di un educatorio o riformatorio e il tipo del capo a quello di un invadente e presuntuoso pedagogo

Ma per tutto questo si presenta il pericolo e la tentazione di procedimenti diretti e meccanici appunto di tipo «totalitario». Infatti, ciò di cui essenzialmente si tratta dovrebbe essere pensato in termini analoghi a quella che in chimica si chiama azione catalitica e che in Estremo Oriente ebbe la designazione paradossale solo in apparenza, di «agire senza agire», ossia dell’agire per un’influenza spirituale, non con misure estrinseche e coattive (6). Chiunque abbia una sufficiente sensibilità non può non avvertire l’opposizione fra tale idea e la direzione propria allo Stato etico cosi come una certa filosofia, rappresentata essenzialmente da Giovanni Gentile, lo concepì; lungo la quale direzione il clima di uno Stato scende al livello di quello di un educatorio o riformatorio e il tipo del capo a quello di un invadente e presuntuoso pedagogo. Eppure, sebbene siano riferite ad un dominio particolare, sono dello stesso Mussolini parole come queste: «Non si pensi che lo Stato, quale noi lo concepiamo e lo vogliamo, prenda il cittadino per una mano come il padre prende nella sua quella del suo figliolo per condurlo». I rapporti che esistono fra sovrano e sudditi e anche fra capi e gregari su un piano virile e combattentistico, rapporti basati sull’adesione libera e sul reciproco rispetto, con non-ingerenza in ciò che è soltanto personale e che cade fuori di quanto è richiesto oggettivamente dai fini di ogni azione comune, danno un ulteriore esempio della direzione opposta e positiva.

Tutto ciò che nel fascismo ha avuto il carattere di un pedagogismo di Stato e di una pressione esercitata non sul piano politico e oggettivo, ma su quello della vita morale personale come uno degli aspetti del «totalitarismo», va dunque annoverato fra le deviazioni del sistema. Fra tutti, a tale riguardo, fu tipico l’esempio della cosidetta «campagna demografica» fascista, odiosa anche quando non poggiasse su un principio assurdo, come quello che «il numero è potenza» (7): principio contraddetto da tutta la storia a noi nota, il «numero» essendo sempre stato assoggettato da piccoli gruppi dominatori, gli imperi essendo stati creati da questi gruppi e non dal traboccare demografico di masse di diseredati e di parìa riversantisi sulle terre dei più ricchi senza avere altro diritto fuor della loro miseria e della loro incontinenza procreativa.

Che, a parte un simile equivoco sul significato del «numero», una campagna demografica in Italia, la cui popolazione era già in eccedenza, fosse assurda più che in qualsiasi altra nazione, è un fatto evidente. In genere, pregiudizi uniti a irresponsabilità impediscono di riconoscere un punto la cui importanza non potrà mai essere abbastanza energicamente sottolineata, cioè che già il naturale, pauroso incremento della popolazione generale è uno dei primissimi fattori della crisi e dell’instabilità sociale dei tempi moderni: e, nel caso che misure energiche dall’alto dovessero apparire veramente necessarie pel bene comune, proprio per limitare questo male pandemico, non già per acuirlo (come con la campagna demografica fascista), esse dovrebbero essere senz’altro prese.

Evola condanna senza appello le politiche demografiche fasciste: nel regno della quantità, la qualità viene sopraffatta

Sulla stessa linea dello «Stato etico», cioè pedagogizzante, nel fascismo spesso agì la preoccupazione per la «piccola morale» al posto di quella per la «grande morale»: specie nei riguardi della vita sessuale, con relative misure pubbliche repressive e inibitorie. Ciò fu dovuto in gran parte alla componente borghese del fascismo, e per questo suo moralismo il fascismo – bisogna riconoscerlo – non fu molto diverso da un regime puritaneggiante di tipo democristiano. Ma già l’ethos, nel senso antico, è cosa assai diversa dalla morale quale l’ha concepita la società borghese. Una civiltà «guerriera» – e l’ambizione del fascismo era appunto di essere il principio di una civiltà italiana di tal genere – non è mai una civiltà «moralistica» o, meglio, per usare il termine di Vilfredo Pareto, una civiltà del «virtuismo». Anche qui la libertà della persona va rispettata ed è a un’alta tensione ideale, non ad una «moralizzazione», che si deve mirare.

Ma tutto ciò porta già fuori del campo precipuo delle presenti considerazioni. Da fissare, qui è in genere l’idea dell’azione per prestigio, per appello a speciali forme di sensibilità, di vocazione e di interesse dei singoli, che deve essere propria al vero Stato e ai suoi capi. Se l’appello non trova eco, poco di quel che veramente importa potrà essere conseguito per altra via; un popolo e una nazione andranno alla deriva o si ridurranno a labile massa nelle mani dei demagoghi esperti nell’arte di agire sugli strati prepersonali e più primitivi dell’essere umano.

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In questi ultimi rilievi critici, essendo entrato in questione il concetto di libertà, sarà bene aggiungere qualche ulteriore breve considerazione sul senso che la libertà può avere in uno Stato a base non contrattualistica ma volontaristica, come quello fascista aveva voluto essere.

Da Platone è il detto, da noi in altra occasione già citato, che è bene che colui che non ha in sé medesimo un sovrano, lo abbia almeno fuori di sé. Ciò porta anche a distinguere una libertà positiva dalla libertà puramente negativa, cioè esterna, di cui può parimenti godere chi, libero rispetto agli altri, non lo è affatto rispetto a sé stesso, ossia rispetto alla parte naturalistica del proprio essere; al che va aggiunta la distinzione ben nota fra l’essere liberi da qualcosa e l’essere liberi per qualcosa (per un dato compito, per una data funzione). In una nostra recente opera abbiamo indicato che proprio la conquista di una libertà «negativa» di cui alla fine non si è saputo che fare, data la mancanza di senso e l’assurdità della società moderna, è la principale causa della crisi esistenziale dell’uomo contemporaneo (8).

In verità, personalità e libertà non possono essere concepite che in base al liberarsi del singolo, in un certa misura, dai vincoli naturalistici, biologici e primitivisticamente individualistici che caratterizzano le forme prestatali e prepolitiche in un senso puramente sociale e utilitaristico-contrattuale. Allora si può concepire che lo Stato vero, lo Stato caratterizzato dall’accennata «trascendenza» del piano politico, fornisca un ambiente propizio per lo sviluppo della personalità e della vera libertà, nel senso di una virtus secondo l’accezione classica; col suo clima di alta tensione esso rivolge un continuo appello al singolo perché si porti di là da sé stesso, di là dal semplice vivere vegetativo. Evidentemente tutto sta nel dare, per questo impulso da favorire, giusti punti di riferimento, in modo che l’effetto sia realmente «anagogico», ossia traente verso l’alto (a ciò, diciamolo di sfuggita, è assolutamente inadeguato il porre, come punto di riferimento, un astratto «bene comune», che riflette, ingigantito, lo stesso «bene individuale» concepito in termini materiali).

Una volta eliminato l’equivoco del «totalitarismo», è dunque da respingersi nel modo più netto l’accusa che un sistema politico basato sull’autorità sia, in via di principio, incompatibile coi valori della persona e soffochi la libertà. La libertà che di esso può risentire negativamente non è che una libertà insipida, senza forma, piccola e, in fondo, poco interessante, e tutte le argomentazioni di un «nuovo umanismo» da intellettuali e letterati discentrati non possono nulla contro questa fondamentale verità.

Sul  concetto di libertà e personalità e sul loro rapporto con i concetti di Stato ed autorità risultano fondamentali il capitolo  II (sovranità-autorità-imperium) e III (personalità-libertà-gerarchia) de Gli Uomini e le rovine

Per evitare ogni equivoco, e riprendendo quel che abbiamo accennato poco sopra circa l’arte dei demagoghi, bisogna però riconoscere senza mezzi termini che accanto alla possibilità «anagogica» vi è quella «catagogica» (verso il basso). Esiste, cioè, la possibilità, per l’individuo, di «trascendersi», di uscire da sé subordinando anche i propri vincoli e interessi più immediati, in un senso non ascendente bensì discendente. È quel che accade appunto negli «Stati di massa», nei movimenti collettivizzanti e demagogici a fondo passionale e sub-razionale, i quali possono anche dare al singolo l’illusoria, momentanea sensazione di una esaltata, intensa vita, peraltro condizionata, tale sensazione, da una regressione, da una menomazione della personalità e della vera libertà. Non mancano casi in cui è difficile distinguere l’una possibilità dall’altra. E due fenomeni potendo perfino presentarsi commisti. Ma ciò che abbiamo detto fornisce dei precisi punti di riferimento e dà modo di impedire che, tendenziosamente, si facciano valere contro il sistema politico che stiamo cercando di individuare in funzione di elementi positivi e tradizionali (anche quando essi rimasero nella fase delle esigenze e delle aspirazioni) degli argomenti che possono aver presa solo su un sistema di tipo completamente diverso.

Abbiamo già detto dell’assurdità di stabilire parallelismi parlando di totalitarismo di sinistra. A voler proprio usare il termine «totalitarismo», la differenza sostanziale potrebbe essere perentoriamente espressa dicendo che il totalitarismo di Destra è «anagogico», quello di sinistra è «catagogico», e che solo perche entrambi sono parimenti opposti allo staticismo dell’individuo borghese, limitato e svuotato, ad un pensiero miope può sembrare che essi abbiano qualcosa in comune.

Note

(6) Il tema è presente in Evola sin dai suoi articoli su Lo Stato democratico (1925) e su Bilychnis (1925), sia dal punto di vista politico che metafisico. Verrà ripreso anche nella introduzione al Tao-tê-ching (1923-1 959) (N.d.C.).

(7) A causa di un suo articolo contro la «campagna demografica» del fascismo, venne sequestrato il n. 3 del 1° marzo 1930 del quindicinale evoliano La Torre (N.d.C.).

(8) Cfr. Cavalcare la tigre (1968), Edizioni Mediterranee, Roma, 2000, capp. 1-2 (N.d.C.).



Julius Evola

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