Fascismo e sacralità dello Stato (II parte)

di Julius Evola

tratto dalla IV parte de Il Fascismo visto dalla Destra (in Fascismo e Terzo Reich)

segue dalla prima parte

Passando ad un altro campo, in fatto di commistioni devesi rilevare che, se nella dottrina fascista ebbe sufficiente risalto l’accennata opposizione fondamentale fra ciò che è politico e ciò che è «sociale», un’opposizione analoga non fu formulata nei riguardi specifici di un nazionalismo facente appello ai semplici sentimenti di patria e di popolo, associato ad un «tradizionalismo» che in Italia, per lo stesso carattere della precedente storia della nazione, non poteva avere nulla in comune con la tradizione intesa in senso superiore ma si associava ad un mediocre conservatorismo di tipo borghese, «benpensante», cattolicheggiante e conformista. L’unirsi della corrente nazionalista, in quanto anch’essa, partendo da tali punti di riferimento, aveva cercato di organizzarsi attivisticamente (le «camicie azzurre») contro i movimenti sovversivi italiani, al movimento fascista, contribuì ad un certo sfaldamento dell’idea politica fascista (2).

L’Europa divisa dai nazionalismi (vignetta di Louis Raemaekers, 1869–1956)

Certo, non si possono trascurare le condizionalità a cui soggiace la politica quando è «Parte del possibile». Nei tempi ultimi il pathos della «patria» e l’appello ai sentimenti «nazionali» nella lotta contro le correnti di sinistra è stato uno dei pochi mezzi utilizzabili rimasti. Così nella stessa Italia attuale l’atteggiamento «nazionale» spesso vale come sinonimo di «atteggiamento di Destra». Però dal punto di vista dei principi qui si ha uno sfasamento analogo a quello, già osservato, per cui il liberalismo, già bestia nera per gli uomini della Destra, oggi ha potuto essere considerato proprio come un orientamento di Destra.

Storicamente, la connessione fra i movimenti «nazionali» e quelli rivoluzionari rifacentisi ai principi dell’89 è invece incontestabile anche senza voler risalire fino al lontano periodo in cui il sorgere e l’emanciparsi delle «nazioni» perfino come Stati nazionali monarchici provocò lo sgretolamento della civiltà imperiale e feudale medievale europea. Dal punto di vista della dottrina è assai importante tener fermo al carattere naturalistico e, in un certo modo, prepolitico che presentano i sentimenti di patria e di nazione (carattere prepolitico e naturalistico non diverso da quello del sentimento di famiglia) rispetto a ciò che invece sul piano precipuamente politico unisce gli uomini in base ad una idea e ad un simbolo di sovranità. Inoltre, ogni pathos patriottico avrà sempre qualcosa di collettivizzante: esso risente di ciò che è stato chiamato «lo stato di folla». Ritorneremo su questo punto. Per ora crediamo legittimo parlare di uno sfaldamento nei riguardi della portata che nel fascismo ebbe (a parte quel che può riferirsi alla componente dianzi accennata del precedente partito nazionalistico) il mito della nazione in genere, con le corrispondenti parole d’ordine e con prolungamenti confinanti con il populismo. Se la commistione di tutto ciò con la dottrina, peraltro nettamente formulata e da noi messa in evidenza nel suo valore tradizionale, della preminenza dello Stato rispetto alla nazione può considerarsi caratteristica nel fascismo come realtà fattuale, ciò non toglie che, secondo un puro pensiero di Destra, in questa mescolanza si abbia un ibridismo e che le sue componenti vadano separate e riportate a due mondi ideali ben distinti.

Manifesto nazionalsocialista incentrato sulla tutela della comunità di popolo (Volksgemeinschaft)

Data la mentalità dei più, questa precisazione nei riguardi del valore del concetto di patria e di nazione ai fini di una purificazione dell’ideale del  vero Stato potrà anche non apparire evidente. Tuttavia gioverà forse far osservare quanto sia facile abusare dell’appello alla patria e alla nazione mediante una retorica parolaia e imprudente, per i fini più inconfessabili. Lo si vede oggi nel patriottismo ostentato in Italia, a fini tattici ed elettorali, perfino da partiti che in essenza tendono non solo all’antistato ma anche alla negazione dell’eventuale contenuto superiore raccoglibile da un purificato e dignificato nazionalismo. Del resto in Russia si e potuto parlare di «una patria sovietica» e ieri, nella guerra dei sovietici contro la Germania, si è potuto fare appello al patriottismo dei «compagni»: vera assurdità, se ci si pone dal punto di vista della pura ideologia comunista. Vi è infine da rilevare che, malgrado le indicate commistioni, l’idea della realtà trascendente dello Stato non mancò di essere notata come una caratteristica del fascismo, che lo differenziava da movimenti similari: essa ad esempio fu sentita spesso come il suo elemento distintivo, «romano», rispetto all’ideologia nazionalsocialista nella quale l’accento cadeva piuttosto (almeno nella dottrina) sul popolo-razza e sulla cosidetta Volksgemeinschaft (3).

***

In fatto di pericoli presentati dal sistema fascista dal punto di vista, non già di un’informe democrazia liberale, bensì da quello di una vera Destra, il più grave si riferisce forse al cosidetto totalitarismo.  Il principio di un’autorità centrale inoppugnabile si «sclerotizza» e degenera quando esso sia affermato attraverso un sistema che tutto controlla, che tutto irreggimenta e in tutto interviene secondo la nota formula «Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato». Ove non si precisi in che termini si debba concepire questa inclusione, una formula del genere può valere solamente nel quadro di uno statalismo di tipo sovietico, date le premesse materialistiche, collettivistiche e meccanicistiche di esso: non per un sistema di tipo tradizionale basato su valori spirituali, sul riconoscimento del significato della personalità e sul principio gerarchico. E cosi che nella polemica politica si è potuto concepire un comun denominatore col parlare di un totalitarismo di Destra e di un totalitarismo di sinistra, il che è una vera assurdità.

Lo Stato tradizionale è organico, ma non totalitario. È differenziato e articolato, ammette zone di parziale autonomia. Coordina e fa partecipare ad una superiore unità forze di cui però riconosce la libertà. Appunto perché è forte, non ha bisogno di ricorrere ad una meccanica centralizzazione: questa è richiesta solo quando si debba raffrenare una massa informe e atomica di individui e di volontà, con il che, peraltro, il disordine non potrà mai venire veramente eliminato, ma solo provvisoriamente contenuto. Per usare una felice espressione di Walter Heinrich, lo Stato vero è omnia potens, non omnia facens, cioè al centro detiene un potere assoluto che esso può e deve far valere senza intralci in caso di necessità e nelle decisioni ultime, di là dal feticismo del cosidetto «Stato di diritto», ma non si intromette dappertutto, non si sostituisce a tutto, non tende ad un irreggimentamento da caserma (nel senso negativo), ne ad un conformismo livellatore al luogo del libero riconoscimento e del lealismo; non procede a impertinenti e ottusi interventi del pubblico e dello «statale» nel privato.

L’imagine tradizionale e quella di un naturale gravitare di parti e di unità parziali intorno ad un centro il quale comanda senza costringere, agisce per prestigio, ad una autorità che può, sì, ricorrere anche alla forza, ma anche se ne astiene il più possibile. La testimonianza della forza effettiva di uno Stato è data dalla misura del margine che esso può concedere ad una parziale, razionale decentralizzazione (4). L’ingerenza sistematica statalistica può essere un principio solamente nel socialismo di Stato tecnocratico e materialistico.

In opposto a ciò, il compito essenziale dei vero Stato è di creare un dato clima generale e in un certo senso immateriale, secondo quel che fu proprio a tutti i precedenti regimi. Tale è la condizione necessaria affinché un sistema in cui la libertà sia sempre il fattore fondamentale prenda forma in via pressoché spontanea e funzioni nel modo giusto, con un minimo di interventi rettificatori. A tale riguardo e significativa, sul piano dell’economia, l‘antitesi fra l’esempio nord-americano, dove il governo federale ha dovuto promulgare una severa legge anti-trust per combattere forme di pirateria e di cinico despotismo economico sorte nel clima della «libertà» e del liberismo, e l’esempio dell’attuale Germania occidentale dove, per via di un diverso clima, da considerarsi in buona misura come un retaggio residuale, non disgiunto da alcune predisposizioni razziali, dei precedenti regimi, la libertà economica si è esplicata in un senso essenzialmente positivo e costruttivo, senza particolari interventi centralizzatori o raffrenatori dello Stato.

Dove il fascismo presentò un carattere «totalitario» devesi dunque pensare ad una deviazione dalla sua esigenza più profonda e valida. In effetti, Mussolini ha potuto parlare dello Stato come di «un sistema di gerarchie» – gerarchie che «debbono avere un’anima» e culminare in una élite: ideale, che evidentemente è diverso da quello totalitario. Dato che abbiamo parlato di economia – ma su ciò torneremo – da Mussolini fu sconfessata la cosidetta tendenza «pancorporativista» che aveva effettivamente un carattere totalitario, e nella Carta del Lavoro l’importanza dell’iniziativa privata fu apertamente riconosciuta. Del resto, ci si potrebbe riferire allo stesso simbolo del fascio littorio, da cui il movimento di rivoluzione antidemocratica e antimarxista delle Camicie Nere trasse il suo nome e che, secondo una frase di Mussolini, doveva significare «unità, volontà e disciplina». Infatti il fascio si compone di verghe distinte unite intorno ad un’ascia centrale la quale, secondo un simbolismo arcaico comune a molte antiche tradizioni, esprime la potenza dall’alto, il puro principio dell’imperio. Si ha dunque unità e, insieme, molteplicità, organicamente unite e in sinergia, in visibile corrispondenza con le idee poco sopra accennate (5).

Note

(2) Gli interventi di Evola sui due aspetti positivo e negativo del nazionalismo sono numerosissimi, sia durante il fascismo che dopo, a partire dal primo articolo che pubblicò su La Vita Italiana nel marzo 1931, riportato nella Appendice I, che riprende concetti addirittura precedenti (N.d.C.). – N.d.R. – l’articolo di cui parla il curatore dell’opera, nella prima appendice a “Fascismo e Terzo Reich”, è “Due facce del nazionalismo”, da noi già ripubblicato.

(3) Ci ricordiamo, a tale proposito, di un colloquio che avemmo a Bucarest nel 1938 con Cornelio Codreanu, il capo della Guardia di Ferro romena, una delle figure più limpide e idealistiche dei movimenti «nazionali» del precedente periodo. Per indicare le differenze fra il fascismo, il nazionalsocialismo e il suo movimento Codreanu si riferì ai tre princìpi di un organismo umano, la sua forma, la sua forza vitale e lo spirito. Disse che analogamente un movimento di risollevamento politico, pur non trascurando gli altri due, può far leva soprattutto su uno di essi, nel più vasto organismo corrispondente ad una nazione. Ora, per lui il fascismo aveva portato il suo interesse sull’elemento «forma», come dottrina romana dello Stato; il nazionalsocialismo aveva sottolineato le forze vitali, pei suoi riferimenti alla «razza» e al Volk; quanto a lui, Codreanu, avrebbe voluto partire dallo spirito e dare un colorito religioso, anzi mistico, al suo movimento. [l’incontro avvenne nel marzo 1938 – Codreanu fu assassinato nel successivo novembre – ed Evola ne parlò all’epoca su vari quotidiani e riviste: Il Regime Fascista, La Vita Italiana, Lo Stato, ecc.. Vedi il testo riportato nella Appendice I e più ampiamente Julius Evola, La tragedia della Guardia di Ferro, a cura di Claudio Mutti, Fondazione J. Evola, Roma, 1996 [N.d.C.)]. – N.d.R. – il curatore dell’opera, parlando del testo riportato nell’appendice I di “Fascismo e Terzo Reich” fa riferimento all’articolo “legionarismo ascetico – colloquio col capo della guardia di ferro”, uscito su Il Regime Fascista il 22 marzo 1938 e da noi ripubblicato.

(4) Come osservazione complementare, è da dirsi che ogni decentralizzazione non può non agire in modo disgregatore quando vi sia una carenza del potere politico centrale. È cosi che il regionalismo (la regione a statuto particolare) verso cui si è indirizzato l’attuale regime democratico in Italia, regime sfaldato, labile e svuotato, è un puro errore, è segno evidente di cecità politica. In più si deve rilevare che alla «regione» italiana non si può riconoscere il carattere di una unità organica; essa è una mera struttura amministrativa priva dei vincoli e delle tradizioni formative che per esempio caratterizzavano i vari Länder della Germania. Le regioni italiane sono tanti segmenti della massa nazionale preliminarmente resa amorfa dalla democrazia.

(5) Sul simbolismo del fascio Evola scrisse numerose volte, ai partire dall’articolo che apparve nel giugno 1923 su settimanale «garibaldino» genovese Camicia Rossa (N.d.C).

segue nella terza parte



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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