Fascismo e Tradizione, il contributo del Diorama – Intervista ad A. Calabrese (seconda parte)

Proponiamo oggi la seconda parte dell’intervista esclusiva con Antonio Calabrese, dottore di ricerca in ermeneutica della storia ed autore del volume Fascismo e Tradizione tra cultura e potere – il contributo di «Diorama Filosofico»(1934-1943)” (Aracne Editrice, Roma, 2012), importante e dettagliato studio monografico sul Diorama Filosofico, rubrica curata da Evola sul quotidiano “Il Regime Fascista” di Roberto Farinacci. Dopo aver proposto nella prima parte dell’intervista un estratto dell’introduzione del libro e le prime domande sull’influsso concreto del Diorama sulle posizioni ufficiali del regime fascista, si passa ora ad analizzare con l’autore le illustri collaborazioni, nazionali ed internazionali, alla rubrica evoliana, con un riferimento ad uno dei temi forti in essa approfonditi: il mito metastorico di Roma.

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Le collaborazioni al “Diorama”

Evola, per costruire il mosaico ideologico-politico della Tradizione europea, si avvalse, durante l’esperienza del Diorama, di illustri collaboratori stranieri, gran parte dei quali provenivano dall’ambiente mitteleuropeo e, in particolare, dalle correnti della Konservative Revolution. Othmar Spann, il principe Karl Anton Rohan, Walter Heinrich, Wilhelm Stapel, Gottfried Benn, Friedrich Everling, sono solo alcuni tra i nomi di spicco. E non mancarono, nel 1939, i contributi di Ferdinand Clauss e di Heinrich Himmler. Come si inquadravano questi contributi nel contesto storico-politico dell’epoca? In particolare, quest’impronta “germanistica” data al Diorama, perlomeno su questo versante, poté urtare la suscettibilità di taluni ambienti fascisti ancora legati ad un certo provincialismo borghese antigermanico?

Karl Anton Rohan

Era indispensabile a Evola per la realizzazione del suo progetto un collegamento con i più importanti ambienti conservatori europei, anche in un periodo, come quello del 1934 anno di nascita del Diorama, non particolarmente felice per quanto concerne i rapporti tra Italia fascista e Germania nazista. Molti erano gli elementi di tensione tra i due paesi, in primis la questione austriaca. Tuttavia i contatti tra i tradizionalisti italiani e  i loro colleghi d’oltralpe si erano mantenuti costanti. Nel 1936 Julius Evola avrebbe tenuto un discorso presso il Kulturbund, l’«Unione Culturale» conservatrice-cattolica di Vienna, fondata da Rohan. Lo stesso Rohan avrebbe, un anno dopo, definito l’opera del filosofo italiano Rivolta contro il mondo moderno, un «libro significativo».

L’ostilità di settori del fascismo al taglio internazionale dato al progetto evoliano, di natura frammentaria ed effimera, non ha minimamente influenzato l’andamento dei lavori del giornale cremonese, tenuto conto del fatto che gli spiritualisti raccolti intorno a Evola, autorizzati da Farinacci, con l’approvazione da dietro le quinte dello stesso Mussolini, non avevano certo l’esigenza di raccogliere proseliti, essendo la natura stessa del progetto estremamente elitaria e aristocratica. C’è da precisare ancora che oltre alla presenza, tra le firme di Diorama, di protagonisti del tradizionalismo d’oltralpe come Guénon e Dodsworth, di esponenti della Konservative Revolution come Rohan, Stapel, Benn, Wolfskehl, degli organicisti-cattolici viennesi Othmar Spann e Walter Heinrich, degli aristocratico-conservatori Charles Petrie, Gonzague de Reynold, Friedrich Everling e di altri ancora, il foglio evoliano vede le firme di molti autorevoli esponenti del tradizionalismo e del conservatorismo nazionali, da Guido De Giorgio a Domenico Rudatis, da Guido Cavallucci a Massimo Scaligero, da Roberto Pavese a Carlo Rossi di Lauriano. Per quel che riguarda poi la formulazione di una versione esoterico-tradizionalista del razzismo fascista esiste il contributo degli “evoliani” Alberto Luchini, Giovanni Preziosi, Aniceto del Massa, Leone della Rocca, e di esponenti del “razzismo biologico” come Guido Landra e Aldo Modica. È particolarmente importante precisare questo specialmente per una questione come quella del razzismo rispetto alla quale, come già ricordato, spesso ad opera di settori della storiografia ufficiale  l’Italia fascista é considerata una sorta di mera emulatrice della sua alleata d’oltralpe.

Quale fu il ruolo svolto nel Diorama dal metafisico René Guénon, uno dei più grandi autori tradizionali del Novecento? E cosa ci può dire sulla particolare figura di Edmondo M. Rubini Dodsworth, discendente dall’antica casa regnante di York, scrittore ed articolista, studioso di poesia, letteratura ed esoterismo, che fu anch’esso attivo collaboratore di Evola sul Diorama?

René Guénon

La collaborazione di Guénon a Diorama è collocabile temporalmente tra il 1934 e il 1940, all’incirca due terzi della vita complessiva del foglio evoliano. La sua organicità al progetto del Diorama è testimoniata dalla sua presenza sin dal primo numero del periodico, in cui entra prepotentemente nel pieno del dibattito sulla formazione dell’”uomo nuovo” fascista. Molto significativo in tal senso è il titolo del suo primo articolo Conoscenza spirituale e coltura profana, nel quale critica la cultura dominante contrapponendole la vera conoscenza, appunto quella tradizionale. A volte interviene con lo pseudonimo “Ignitus”, rivolgendo la sua attenzione ad una critica generale dell’Occidente a partire dai principi della metafisica della Tradizione.

Tra il 18 aprile e il 4 luglio 1934 pubblica, firmando con lo pseudonimo “Ignitus”,  una serie di articoli con un occhiello a guisa di rubrica dal titolo Oriente e Occidente. I suoi strali sono rivolti contro i concetti di «progresso» e di «scienza». La storia dell’Occidente è identificata con il materialismo, il Positivismo, il bergsonismo. Per Guénon i concetti di “progresso” e di “scienza” non vanno assolutizzati, essendo essi relativi, assolutizzati soltanto dalla propaganda e dalla strumentalizzazione politica “democratico-socialista” volta a “suggestionare e ipnotizzare le masse”.

L’altro falso mito dell’Occidente, secondo il collaboratore francese, la scienza, altro non è che una contro-religione, una sorta di sapere ignorante valido unicamente nell’ambito del mondo sensibile. La sua assoluta estraneità a qualunque conoscenza di tipo metafisico la rende, secondo Guénon, un’entità che è preferibile non definire, per non correre il rischio di farle perdere interamente il suo prestigio. La scienza ignora tutto quello che è fuori dal suo dominio e fa di questa limitatezza una regola.

Quasi assenti sono, nella collaborazione di Guénon a Diorama, i riferimenti alla politica. Secondo il metafisico francese infatti l’autentica élite non deve immergersi nelle lotte politiche. E quindi gran parte della sua attenzione è rivolta al concetto di élite, della genesi della sua involuzione, della possibilità di una sua indispensabile ricostituzione. Una volta costituita l’élite dovrà lavorare per se stessa tenendosi al punto di vista strettamente intellettuale, fino a condurre il corpo della civiltà occidentale ad un “ordine vero”, dominato dalla potenza trascendente dello spirito.

Dodsworth è, dopo Guénon, il collaboratore straniero più presente nella pagina culturale de Il Regime Fascista. Componente e ultimo rappresentante della casata dei Dodsworth, sir Edmund, conosciuto in Italia per la traduzione del libro di William Blake Il matrimonio del cielo e dell’inferno: canti dell’innocenza e altri poemi, si occupa, nella collaborazione a Diorama, del mito di Roma e della restaurazione tradizionalistica.

Egli, risalendo il corso della storia sino alla sua essenza metafisica, individua “due tradizioni ideali” che appaiono in tutte le religioni e in tutte le civiltà del continente eurasiatico come due componenti ideali nel loro simbolismo antagonista o complementare di Sole e Luna, di Maschio e Femmina, di Cielo e Terra. Una volte definite queste due tradizioni primigenie ne opera la distinzione in “Luce del Nord”, riferentesi a culto uranico-Mondo degli Eroi-Impero, e “Luce del Sud” riferentesi a culto demetrico-Mondo delle Madri-Matriarcato. Nei vari culti delle diverse civiltà, la figura divina femminile, l’Iside egizia, la Demeter greca, la Cibele frigia o l’Ishtar caldea, è sempre una figura dominante, laddove al principio maschile spetta invece, nella sua qualità di figlio, un ruolo subordinato, destinato a subire le comuni sorti del nascere e del perire. Gli esempi da lui proposti sono tanti: Adone, Osiride lacerato da Tifone, Zagreus divorato dai Titani, lo stesso Zeus del quale alcune fonti parlano di una sua tomba presso il monte Ida a Creta. È solo la “Madre cosmica”, in quella che Dodsworth definisce “tradizione meridionale” ad essere immortale, natura vivente senza fine e senza giustificazione. È questa la “Luce del Sud”. Il punto di vista a questa antagonistico o complementare, la “Luce del Nord” ha il suo cardine nel principio maschile che trova nel Sole la sua più adeguata rappresentazione simbolica, l’uomo trascendente che si contrappone alla Madre. Secondo Dodsworth, Roma è una delle più grandi civiltà di tipo “solare” che siano riuscite a costituirsi universalmente e a durare. I suoi caratteri prevalenti sono: eroismo, virilità, volontà, gerarchia, aristocrazia, impero. Il suo capo è il “Re” che si contrappone a quello della tradizione opposta, il “Pontefice”, tradizioni tra loro, secondo lo studioso inglese, legate e dipendenti sia idealmente che storicamente.

La decadenza e il crollo dell’impero romano sono visti da Dodsworth come uno stato di “sonno” nel quale Roma è immersa al quale dovrà seguire un risveglio, nel quale una nuova élite assumerà il ruolo di guida in una dimensione spirituale che vede una duplice “fides”, verso la patria terrestre, quella di appartenenza di ciascuno, e verso Roma, comune “patria spirituale”.

Come possiamo invece valutare, sia in termini di contenuto che di autorevolezza, l’apporto specifico dei collaboratori italiani al Diorama, quali Massimo Scaligero, Guido De Giorgio, Domenico Rudatis, Carlo Rossi di Lauriano, Guido Cavallucci, Aldo Modica (il “Clauss” italiano) e tanti altri, alcuni dei quali, come accennato, erano già presenti ai tempi dell’esperienza evoliana de La Torre?

Si tratta di collaborazioni estremamente autorevoli e particolarmente assidue nel corso dell’esistenza di Diorama Filosofico.

Massimo Scaligero

Innanzitutto Massimo Scaligero, autore di ben ventiquattro articoli tra il 1934 e il 1943. Scrittore ed esoterista, studioso di antroposofia e seguace di Rudolf Steiner, il filosofo esoterista austriaco fondatore di tali studi, fu autore di numerosi libri, tra i quali La razza di Roma, L’uomo interiore, Tecniche della concentrazione interiore, Guarire con il pensiero, Reincarnazione e Karma e di moltissimi articoli sul razzismo spirituale. Poteva definirsi un intellettuale integrale: pur provenendo da studi classici e da formazione umanistica, ebbe in gioventù un’esperienza logico-matematica e filosofica, integrata da una pratica empirica della fisica. Fu un convinto sostenitore dell’inadeguatezza discorsiva della dialettica, consapevolezza cui giunse attraverso acerrimi demolitori del dialettismo quali Friedrich Nietzsche e Max Stirner, e giunse alla pratica delle dottrine orientali attraverso la pratica dello yoga, coltivato nelle forme mahayaniche dell’Estremo Oriente. Da qui riuscì a conseguire una sintesi personale che gli diede modo di riconoscere in Occidente il senso riposto dell’Ermetismo e il filone di un insegnamento perenne, riconducente alla fraternitas dei Rosacroce.

I suoi interventi toccano vari aspetti del tema tradizionalista. Partendo da una difesa della dimensione interiore giunge per esempio a capovolgere gli assi e i riferimenti della filosofia estetica. Arriva persino a demolire due capisaldi fondamentali della cultura occidentale come l’Umanesimo e il Rinascimento: ponendo questi l’uomo al centro dell’Universo, lo avevano spogliato di ogni sorta di spiritualità e di ogni contatto con il trascendente che aveva invece caratterizzato l’uomo medievale. Stesso discorso sull’arte. Partendo dalla consapevolezza che l’arte sia innanzitutto espressione di una civiltà superiore che una volta raggiunto il suo punto apicale ha iniziato un processo di decadenza che l’ha ridotta a pura retorica, individua nel fascismo l’interprete ideale del recupero della vera arte, che opera una riconquista dello spirito, una “dignità umana” che riunisce ethos, autocoscienza, virilità.

Su una simile lunghezza d’onda si trovano i contributi di Guido Cavallucci e di Carlo Rossi di Lauriano, con particolari sviluppi sui concetti di “Nazione” e “Impero” e di una particolare analisi del Risorgimento italiano nel primo e con approfondimenti sulla questione dell’aristocrazia e sulla complementarietà del rapporto dittatura-monarchia nel secondo.

Domenico Rudatis. Esperto scalatore e già membro del Gruppo di Ur, fu uno dei massimi teorici e pratici di un alpinismo “metafisico”, in cui la montagna diventa via di liberazione interiore.

Guido De Giorgio, Domenico Rudatis e Aldo Modica si occupano delle questioni afferenti alle tematiche del razzismo tradizionalista. L’importanza della questione, accresciuta dalla promulgazione delle leggi razziali del 1938, è dimostrata dal cambiamento del nome del periodico, da Diorama Filosofico Quindicinale a Diorama Mensile e del sottotitolo, con l’integrazione del sottotitolo da Problemi dello Spirito nell’etica fascista a Problemi dello spirito e della razza nell’etica fascista. Rudatis nei suoi interventi pone l’accento, riguardo alla razza, sui collegamenti tra le sue manifestazioni esteriori e le forze superiori delle quali sono l’espressione, quelle forze superiori che informano e determinano la realtà. Secondo Rudatis solo un collegamento con queste forze superiori può garantire la realizzazione di un “razzismo di grado superiore” che permetta la difesa e il potenziamento della razza. È sua ferma convinzione che si possa postulare una sorta di “unità della razza” che consisterebbe nell’opera di armonizzazione delle forze determinatrici e informatrici della razza stessa, cioè la loro individualizzazione in un’entità spirituale superiore, simbolizzata nel “genio della stirpe”. Un’individualizzazione quindi costituita e garantita dall’alto, un “razzismo superiore” che possa guidare e informare le cause per produrre determinati effetti e che riesca ad ispirare ogni azione dall’interno verso l’esterno e qui è marcata la differenza con un semplice “razzismo di primo grado” quale è quello biologico che si esaurisce in una semplice “classificazione da scienza naturale”.

Molto interessante è il contributo di Aldo Modica, puntualmente da voi definito“il Clauss italiano”, considerato il particolare momento storico e le necessità politiche del periodo in cui opera. Egli giunge ad individuare delle relazioni tra caratteri psichici, intellettuali, spirituali di alcuni individui facenti parte di determinati “tipi razziali” e corrispondenti caratteristiche morfologiche e somatiche degli stessi, introducendo il concetto di «biotipo razziale». Per sostenere le sue tesi fa riferimento alle ricerche e alle analisi di studiosi stimati dell’epoca come Nicola Pende  e altri a questo contemporanei quali Migliavacca, Foà e Cucco. Vuole giungere a dimostrare l’esistenza di una corrispondenza tra la dimensione “animica” e “spirituale” e quella morfologica e somatica. Arriva addirittura ad affermare che “l’idea può farsi carne”. È evidente il tentativo, dato i particolari rapporti con l’alleato nazionalsocialista, di operare una sorta di accordo, una fusione tra le posizioni del razzismo spirituale e quelle del razzismo biologico tanto care alla maggioranza dei nazionalsocialisti tedeschi.

Le battaglie del “Diorama”: il Mito di Roma

Tra le tante tematiche affrontate dal Diorama, spicca quella relativa al mito di Roma, che doveva essere concepito in termini tradizionali, abbandonando le interpretazioni storiografiche moderne, appiattite su alcuni dogmi quali quello del progressismo e del positivismo, che non erano in grado di cogliere il significato ed il ruolo spirituale ed atemporale di Roma; un ruolo che avrebbe dovuto costituire la base di una vera rinascita spirituale in seno al fascismo. Può spiegarci meglio questo punto e indicarci quali collaboratori del Diorama si occuparono maggiormente di questa tema?

Occorre innanzitutto ricordare nel mito di Roma i quattro nodi concettuali che Julius Evola individua come via per un ritorno del fascismo alla Tradizione: la regalità, la religione, l’ascesi guerriera e l’arianità. A tal proposito abbiamo già accennato a Dodsworth e al suo importantissimo contributo su Roma come archetipo della civiltà solare. Il progetto culturale di Diorama era volto, da un verso ad un’orientazione tradizionalista da imprimere al regime al potere, da un altro a ricercare in questo elementi apprezzabili, concrete conferme che andassero in tale direzione. In questo senso non va tralasciata l’importanza dell’apporto del già citato Massimo Scaligero.

Scaligero critica aspramente l’adozione esterna di vestigia romane, che con disprezzo definisce «pseudofascismo», qualcosa che aderisce superficialmente alla tradizione romana. Secondo Scaligero occorre scandagliare nel profondo la vera essenza della civiltà romana. Occorre uscire dall’equivoco che considera la civiltà romana come una civiltà che ha ignorato un’esperienza di ordine trascendente, considerando le concezioni romane del divino alla stregua di semplici superstizioni circoscritte a termini esclusivamente terreni. La morale dei Romani non era fine a sé stessa, come la morale moderna, ma era poggiante su dinamismi supernormali.

L’idea tradizionale romana, quindi, intesa come qualcosa di universale e di costantemente identico, con la quale cercare di ristabilire un contatto. Per far questo, secondo il collaboratore di Diorama, non è sufficiente una mera esperienza «libresca», una semplice analisi dei fatti accaduti. Occorre bensì giovarsi di una sorta di «intuizione» che permetta di risalire alla ragione irrivelata di tali fatti, spesso rifiutata dagli storici in quanto si presenta spesso sotto veste non razionalistica. In tal modo, sostiene Scaligero, si giungerebbe alla consapevolezza che l’organizzazione dello stato romano non si compì attraverso ragioni economiche e materiali ma attraverso un senso univoco della vita spirituale. Fu questa «superiore volontà», fu questa adesione ad un mondo superfisico che determinò quella coesione che si espresse nella famiglia e poi nella manifestazione supernazionale dell’impero, che ne costituiva la corrispondente esteriore.

Secondo Scaligero, l’«æternitas Romæ», il suo essere eterna non era motivato da piani di grandezza o da mire egemoniche ma era espressione attiva di un’esperienza il cui contenuto la rendeva partecipe di un mondo «olimpico». Tale eternità era avvertita diversamente fra coloro che erano più vicini alle «cose divine» come Duci e Sacerdoti, che la intendevano con maggiore immediatezza rispetto alla massa del popolo che la intendeva come mito e presentimento. Questo è, secondo Scaligero, da far risalire al motivo dell’esistenza di due diversi aspetti che nelle civiltà tradizionali assumevano i temi di ordine trascendente: l’aspetto esoterico, iniziatico e riservato a pochi e quello exoterico, profano, rituale e allegorico per le masse. I due aspetti erano collegati, il primo giustificava il secondo dandogli ragione di vita. Tutto ciò che era profano si lasciava guidare da volontà superiori alle quali si affidava.

La storiografia ufficiale, intrisa di progressismo e di positivismo, ha tramandato unicamente gli aspetti esteriori e profani di Roma e della tradizione romana. Quindi, sostiene Scaligero, pensare di risalire alla vera essenza, al vero contenuto della Tradizione partendo dalla storia profana è cosa estremamente difficile in quanto ciò che per sua natura è «segreto» e incomunicabile non veniva trascritto e «scolasticamente tramandato». L’antica connessione tra sacro e profano sarebbe ormai venuta meno essendo i due termini, nella moderna società, praticamente coincidenti. La soluzione che Scaligero propone è quella di capovolgere il rapporto esistente tra spiritualità e vita, per permettere all’uomo moderno di raggiungere le vette dell’antico civis romanus  e di conseguire il traguardo che fu di Roma, di essere fuori dal tempo, appunto «eterna». Da qui l’attualità dell’Imperium, guidato da un capo trascendente, l’imperator. È qui evidenziata, nel riferimento alla tradizione esoterica di Roma, la figura della guida, dell’autorità, Re o Dux che sia, giustificata da principi di ordine «superiore».

segue nella terza parte



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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