Fascismo e Tradizione, il contributo del Diorama – Intervista ad A. Calabrese (terza ed ultima parte)

Pubblichiamo oggi la terza ed ultima parte dell’intervista esclusiva rilasciata a RigenerAzione Evola da Antonio Calabrese, dottore di ricerca in ermeneutica della storia ed autore del volume Fascismo e Tradizione tra cultura e potere – il contributo di «Diorama Filosofico»(1934-1943)” (Aracne Editrice, Roma, 2012), importante e dettagliato studio monografico sul Diorama Filosofico, rubrica curata da Evola sul quotidiano “Il Regime Fascista” di Roberto Farinacci. In questa ultima parte dell’intervista, l’autore analizza le modalità di analisi e studio dell’esperienza del Diorama, per poi proporre delle interessanti riflessioni su conoscenza tradizionale e omologazione odierna, nonchè sulla situazione e sulle prospettive future della ricerca storiografica relativa alla multiforme galassia dei filoni culturali orbitanti intorno all’esperienza del fascismo italiano e non solo.

Segue dalla seconda parte

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Analisi del libro e prospettive

Dottor Calabrese, nel suo libro, come da Lei ha espressamente illustrato, il lavoro di ricostruzione e di commento dell’attività del Diorama è stato impostato secondo tre chiavi di lettura ben precise. Può descrivercene i tratti salienti? Quali altre possibili chiavi di lettura potrebbero a suo giudizio essere proposte, anche per futuri approfondimenti?

Dovendo trattare un argomento tanto vasto quale quello dei rapporti tra fascismo e tradizione, anche se mediato dal campo di indagine del foglio evoliano, ho ritenuto necessario procedere nel lavoro attraverso queste tre differenti chiavi di lettura. Sono stati intenzionalmente trascurati i contributi di Evola, curatore della pagina culturale del foglio cremonese, considerata l’abbondante attenzione di cui il filosofo italiano finalmente gode nella pubblicistica di settore.

Le tre parti dell’opera, che corrispondono ad altrettanti capitoli trattano differenti contributi.

Il primo capitolo analizza il contributo di alcuni pensatori stranieri, tutti di elevato livello e di altissimo riscontro a livello internazionale. Essendo l’elenco sterminato ho pensato di mettere in luce i diversi approcci di Diorama attraverso l’analisi di contributi il più possibile rappresentativi delle differenti istanze.

Innanzitutto un esoterista come Réné Guénon che ha fatto varie esperienze di tipo interiore e metafisico, giungendo persino ad entrare nel sufismo prima di rientrare all’interno della chiesa cattolica dopo il suo matrimonio nel 1912, autorevole rappresentante di numerose realtà che si richiamavano alla Metafisica della Tradizione.

Poi un pensatore come Edmund Dodsworth, per tutto quello che concerne l’analisi della natura del potere, della sua origine sacrale, del mito e dell’eternità di Roma.

Infine in rappresentanza di quel grande coacervo di energie tradizionali che furono gli ambienti della Konservative Revolution , il principe Karl Anton Rohan con i suoi preziosi contributi sui possibili scenari europei e con la sua analisi del particolare ruolo che avrebbe dovuto rivestire l’Italia, nella sua ipotesi di “Europa cavalleresca”. Interessante anche la sua analisi della seconda guerra mondiale, vista come «scontro di civiltà» tra la Germania nazista espressione di una «libera e virile organizzazione tra uomini» e lo «Stato formicaio» incarnato dall’Unione Sovietica.

Ho ritenuto che i tre collaboratori presi in esame rappresentassero uno spaccato autorevole del fermento che in Europa si richiamava alla Metafisica della Tradizione.

Il secondo capitolo riguarda i contributi italiani che abbracciano gli argomenti più disparati, dalla questione della classe dirigente ai rapporti tra i poteri all’interno dello stato, dalla concezione della natura e dello sport al rapporto tra «nazione» e «impero», dalla definizione di uno «stile fascista» al ruolo degli intellettuali. Gli autori degli interventi, tutti stretti collaboratori di Evola, spesso cercano nelle azioni concrete del fascismo al potere una legittimazione alle loro tesi, non disdegnando a volte di citare al proposito frasi e parti dei discorsi dello stesso Benito Mussolini.

Il Reichsführer delle SS Heinrich Himmler collaborò al Diorama di Evola con un articolo pubblicato il 15 giugno 1939, intitolato: “Principi per una nuova élite politico-razzista”

Il terzo capitolo tratta della concezione tradizionalista del razzismo. La tematica, che aveva suscitato sempre più attenzione e interesse a partire dal 1938 per i fatti che ci sono noti, era trattata in Diorama con una precisa intenzione: il razzismo nella sua versione tradizionalista è ascritto come originale e preesistente alle altre forme di razzismo che vengono attentamente analizzate e confrontate tra di loro: il razzismo biologico, caro ai tedeschi e il cosiddetto «nazionalrazzismo». Come già detto, cemento unificatore delle posizioni tradizionaliste del razzismo e di quelle «biologiche» è costituito dagli interventi di Aldo Modica. Non mancano i contributi di autori tedeschi, fra tutti quelli dello psicantropologo Ludwig Ferdinand Clauss e del Reichsführer delle SS Heinrich Himmler con un articolo sulle sue SS considerate dai collaboratori di Diorama l’élite migliore, l’«ordine» più esclusivo, la «sintesi perfetta» fra tradizionalismo e fascismo.

Questo il mio percorso. Ovviamente sono possibili differenti chiavi di lettura, essendo Diorama una fonte preziosa di spunti e riferimenti nel panorama complessivo dei rapporti tra fascismo e Tradizione.  Innanzitutto si potrebbero sviluppare i contributi di singoli autori, trattati durante il periodo della loro collaborazione a Diorama. Oppure si potrebbe sviluppare una determinata tematica attraverso i vari contributi degli autori che se ne sono occupati, evidenziando la presenza dei vari punti di vista e la maggiore o minore attenzione che determinati aspetti possono assumere alla luce del verificarsi di importanti eventi a livello storico. Non dimentichiamo che la pagina culturale evoliana vive il cataclisma del secondo conflitto mondiale che comporterà la definitiva chiusura dei suoi lavori.

Dopo aver studiato a lungo contenuti e collaboratori del Diorama ai fini della pubblicazione del suo libro, ci potrebbe indicare quali sono gli aspetti, le tematiche e le figure dei collaboratori che più l’hanno colpita, interessata o incuriosita a livello personale? Ritiene che oggi, ovviamente al di là dei differenti contesti storico-culturali, dei contenuti e delle divergenze ideologiche, un contributo di quel livello sarebbe significativo anche per spezzare l’appiattimento e l’omologazione culturale ormai indotta a tutti i livelli?

In un certo senso le due parti della domanda sono collegate e interdipendenti e necessitano di una risposta complessiva che ne soddisfi entrambi gli aspetti. Potrei dire che l’interesse è stato notevole innanzitutto per i contributi di studiosi come Guénon e Dodsworth che hanno messo in luce questioni di vario genere tutte riguardanti lo spirito e la consapevolezza dell’esistenza di un ordine “altro” rispetto a quello sensibile, appunto trascendente. Ma si allarga anche ad altri autori e ad altri contributi nel momento in cui si considera che, tutti questi, sono interamente accomunati dall’intenzione di raggiungere obiettivi al di là del sensibile, al di là di ogni contingenza e di ogni interesse materiale.

Fa riflettere il fatto che la pagina di un quotidiano, di un giornale alla portata di chiunque, di qualunque italiano dell’epoca che volesse aprire i fogli e leggere, si proponesse un progetto per formare una nuova figura nazionale, di definire una nuova personalità per tutti, di formare un «italiano nuovo», come recita l’editoriale del primo numero. Qui non siamo davanti ad un giornale che tenta di convincere qualcuno di qualcosa in particolare o che fa mera propaganda politica.

È una pagina culturale che invita il lettore a riflettere, a pensare al fatto che è possibile occuparsi di cose che vanno al di là del sensibile, dei comuni interessi, che esiste, ed ha una certa importanza, una categoria molto importante, quella dello spirito. E che secoli di storia hanno cercato di neutralizzarla, di zittirla. La fa conoscere al lettore e lo esorta a ricercarla e a risvegliarla in sé. Certamente non è poco. Non dimentichiamo di trovarci in un periodo storico tutt’altro che facile e in un paese come l’Italia non privo di problemi e preoccupazioni di vario genere. E qui viene naturale il riferimento ai giorni nostri.

Sarebbe quanto mai auspicabile che, oggi, intendendo con “oggi” il tempo attuale caratterizzato dal crollo di qualunque riferimento ideologico, di qualunque idea possibile di ordine geopolitico, di assoluto divieto dal riferirsi a categorie interpretative che richiamino questa o quella scuola di pensiero o questa o quella visione del mondo, nascesse qualcosa che, mantenendo fermo ogni proposito di rifuggire da qualsivoglia progetto politico, e chiarendo la genuina volontà di non guardare al mero interesse materiale, avesse la chiara intenzione di aspirare a ciò che va oltre il materiale, il sensibile, verso qualcosa di più alto. Nell’attuale società dei rapporti virtuali, della progressiva reificazione dei rapporti tra le persone rappresenterebbe sicuramente un potente efficace antidoto all’appiattimento e all’omologazione di cui parlate.

Dottor Calabrese, il suo libro si concludeva con una frase significativa: “a tutt’oggi, una trattazione esauriente, uno studio condotto con rigore scientifico e con una serenità adeguata sul contributo della critica tradizionalista al fascismo, sull’apporto di coloro che affermavano di voler opporre ‘asceti’ e ‘guerrieri’ ai ‘mercanti’ e ai ‘plutocrati’, continua ad esserci sorprendentemente sottratta”. A distanza di qualche anno dalla sua uscita, la situazione non è certamente cambiata. Cosa ci può dire più nello specifico circa la situazione della ricerca filologico-storiografica relativa non solo all’esperienza del Diorama evoliano, ma più in generale al vario e composito “universo culturale” del fascismo italiano, minata irrimediabilmente da ciò che il professor Donno, nella prefazione al suo libro, chiama “interpretazionismo”, intriso di pregiudizio ideologico e “moralismo antifascista”?

Per fortuna la ricerca comincia ad uscire dal ghiaccio del silenzio dei passati decenni e a compiere i primi passi della propria maturità storica e filologica. Fino a poco tempo fa le uniche uscite erano appannaggio di ristrette aree facenti molto spesso capo a specifiche estreme realtà politiche che avevano quasi unicamente scopi celebrativi o addirittura apologetici. Ma non sempre. Chi ha fatto ricerca negli anni passati sa che si potevano fare, nel coacervo del materiale su fascismo e tradizione o su questioni similari, degli opportuni distinguo.

Le difficoltà non mancano, innanzitutto perché i “mercanti” e i “plutocrati” sono sempre più in sella ed egemonizzano culturalmente un mondo che sembra addormentato nella propria indigestione telematica e nel generale assopimento mediatico. Troppe informazioni. Tutti sanno o credono di sapere e conoscere tutto, di essere al corrente di tutto, tanto sanno che è sufficiente scaricare la relativa applicazione… e altro ancora, si potrebbe continuare a lungo. Tutto ciò sicuramente non costituisce un retroterra ideale per l’accoglienza di istanze che guardano oltre il sensibile e per proporre pensatori “scomodi” e non politicamente corretti come qui ci si accinge a fare. Sicuramente la storia per decenni è stata la storia che i vincitori della seconda guerra mondiale hanno ritenuto opportuno raccontare, tenuto conto delle varie compatibilità a loro congeniali, ragion di stato in primis. Soltanto da poco si sta facendo storiografia e ricerca in modo rigoroso sulla questione giuliana delle foibe, ad esempio. Oppure si può pensare al vero e proprio ostracismo che Julius Evola ha subito, quando per decenni tutto ciò che lo riguardava, qualunque cosa, era senza possibilità di appello scaraventato insieme a tutto ciò di cui non si può parlare perché sa di fascismo e di nazismo, nei più remoti cestini del comune dimenticatoio. La questione fondamentale è ribadire la necessità del recupero della dimensione della complessità. Se, trattando le questioni storiche, non si procede analizzando le varie questioni in maniera complessa e problematica e si accettano le facili lusinghe delle analisi “politicamente corrette” che accontentano tutti e che fanno stare tutti bene, non si va granché avanti. Occorre diffidare delle chimere delle facili letture dei vari fenomeni, delle polarizzazioni giusto/sbagliato, colpevole/innocente, bianco/nero, così care alla moderna società appiattita nella normalizzazione del sistema binario, imposto dall’attuale tirannia telematica. In storia non vale, né deve mai valere il cui prodest. Non si deve decidere aprioristicamente chi deve alla fine essere assolto e chi condannato. I fatti storici vanno trattati nella loro totalità e complessità, evitando di tracciare linee di demarcazione per poi assolvere e condannare. Gran parte della ricerca si appresta a demolire vecchi tabù e a mettere fine a vecchi silenzi. La moderna storiografia è concorde, per esempio per una lettura del Risorgimento italiano diversa da quella che si è fatta in passato, scevra da falsi miti e da leggende “garibaldine”, pronta ad analizzare pacatamente e con rigore storico le questioni da varie angolazioni, tenendo conto che chi ha taciuto per centocinquant’anni adesso incomincia a parlare. È soltanto l’inizio per ora, in questa fase in cui sembriamo sospesi in una transizione verso l’ignoto. Magari l’inizio di una nuova stagione per la ricerca storica. O l’inizio di una nuova éra. Credo dipenda da tutti noi la possibilità di accelerarlo.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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