Gioventù bruciata e gioventù dello spirito

Dopo “il dovere dei giovani”, riproponiamo oggi un altro articolo di Evola in materia di gioventù e dintorni, che si inserisce nel filone di cui abbiamo parlato nella presentazione del suddetto articolo. Lo scritto odierno uscì con l’intitolazione “Contro i giovani” sul quindicinale “Totalità” nel 1967; abbiamo preferito riproporlo, come fatto già in altre occasioni, con un titolo diverso, che renda maggiormente l’idea del contenuto dell’articolo rispetto al significato che il titolo originale poteva avere nel momento storico in cui Evola scrisse queste riflessioni. Il barone intendeva infatti, nell’epoca dei primi fermenti “rivoluzionari” pre-sessantottini, mettere in guardia circa il mito di un giovanilismo estremistico e becero, che metteva all’angolo chi non rientrasse anagraficamente (ed ideologicamente) entro un certo perimetro, e che alle macerie di una società borghese decadente opponeva il baratro di un vuoto nichilismo materialistico, il nulla esistenziale, egoistiche ed edonistiche rivendicazioni “sociali”, lo sradicamento da ogni riferimento o vincolo di carattere superiore. Già all’epoca Evola individuava nell’assenza di un “carattere”, nella “vuotezza” e nell’ “analfabetismo intellettuale”, nonchè nelle prime forme di promiscuità e confusione sessuale alcuni tratti distintivi di quelle nuove generazioni, che oggi trovano in quei tratti la loro massima espressione.

Nella seconda parte dello scritto, Evola, per evitare facili generalizzazioni, si soffermava sulle potenzialità positive di alcune frange giovanili, ancora all’epoca evidenti, distinguendo tra una gioventù biologica ed una spirituale, ed individuando l’essenza ultima dell’ “esser giovani” in una disposizione speciale dell’animo, del tutto distaccata dall’età biologica: tema già affrontato ne “il dovere dei giovani”.

Ancora una volta dedichiamo qualche parola alla rivista che ospitò questo scritto evoliano. “Totalità” fu un quindicinale fondato a Firenze nel 1967 da Barna Occhini (scrittore, storico dell’arte, giornalista, già caporedattore de “Il Frontespizio” con Soffici e Papini e poi fondatore con il solo Soffici  della rivista “Italia e “Civiltà” nel 1944, aderì alla RSI) e Sigfrido Bartolini (pittore, incisore e scrittore), che si rifaceva sia in termini grafici che contenutistici alle grandi riviste fiorentine dei primi del ‘900. L’assoluta indipendenza della rivista ed il rifiuto di finanziamenti esterni non le consentirono di durare di fatto che per soli tre anni, durante i quali comunque si fregiò di illustri collaborazioni, quali quelle di  Giano Accame, Fausto Gianfranceschi, Emilio Gentile, Roberto Melchionda, Giovanni Volpe, Vintila Horia, oltre allo stesso Evola.

E’ da ricordare che da alcuni anni la figlia di Sigfrido, Simonetta Bartolini, giornalista ed insegnante, già oggetto qualche tempo fa di un incredibile episodio di boicotaggio in ambiente universitario a causa del suo orientamento politico-culturale, dirige un magazine on-line che riprende proprio il titolo della storica rivista, che in qualche modo cerca di riprendere il filo di quell’esperienza editoriale tentata dal padre negli anni Sessanta.

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di Julius Evola

Tratto da “Totalità” del 10 Luglio 1967

Uno dei segni dello sfaldamento dell’attuale società italiana è costituito dal mito dei giovani, dall’importanza accordata al problema della gioventù unitamente ad una tacita svalutazione di chi “non è giovane”. Si direbbe che oggi il pedagogista e il sociologo abbiano paura di perdere contatto coi “giovani”, e non si accorgono di cadere, così, in un infantilismo. È la gioventù che dovrebbe insegnarci qualcosa, che dovrebbe additarci nuove vie (così si sono espressi perfino i parlamentari democristiani), mentre coloro che, per l’età, hanno una vera esperienza della vita dovrebbero mettersi da parte – all’opposto di quanto è stato sempre pensato, perfino fra i popoli primitivi. E si è vista la televisione accogliere compiacentemente le manifestazioni e le agitazioni di questi cosiddetti giovani, anche quando esse hanno raggiunto il limite dell’assurdo e del grottesco. Ne abbiamo uditi, ad esempio, alcuni deplorare che le scuole non sono ancora “democratiche” e prospettare qualcosa come dei soviet o delle “commissioni interne” al fine, probabilmente, di “pedagogizzare” e mettere sulla giusta via i docenti. Che come gli operai le fabbriche, del pari gli studenti occupino facoltà universitarie per l’una o l’altra loro “rivendicazione”, e che siano lasciati fare, che siano anzi protetti dalla polizia – ciò “fa molto Italia liberata”.

Non vi è dubbio che si vive in un’epoca di dissoluzione, e che la condizione che tende sempre più a prevalere è quella di colui che è “sradicato”, di colui per il quale la “società” non ha più un significato, sicché non l’hanno nemmeno i vincoli che regolavano l’esistenza: vincoli, è vero, che per l’epoca che ci ha preceduti, e che in varie aree persistono, erano soltanto quelli del mondo e della morale borghesi. Per cui era naturale e legittimo che per la gioventù sorgesse qualche problema. Ma la situazione dovrebbe venire considerata nel suo complesso; ogni soluzione valida dovrebbe investire tutto il sistema; il resto, anche per quel che riguarda la gioventù, non essendo che una conseguenza.

Ma che qualche spunto positivo possa venire dalla gran maggioranza dei “giovani” dell’Italia di oggi, si può senz’altro escludere. Quando costoro affermano di non essere capiti, l’unica risposta da dar loro è che non vi è nulla da capire e, se esistesse un ordine normale, si tratterebbe di metterli a posto per le vie brevi, come si fa coi bambini, quando la loro stupidità diviene fastidiosa, invadente e impertinente. A che cosa si riduca il loro anticonformismo, la loro “protesta” o “rivolta”, oggi si vede. Non vi è nulla di comune con quegli sparsi anarchici di qualche decennio fa, che almeno pensavano, che sapevano di un Nietzsche e di uno Stirner, o di coloro che sul piano artistico e della visione del mondo si entusiasmavano per il futurismo, per il dadaismo o per lo Sturm und Drang promosso dal primo Papini. I “ribelli” oggi da noi sono i “capelloni” e i beat, il cui anticonformismo è il più a buon mercato possibile e che a prescindere dalla sua banalità segue una voga, una nuova convenzione, passivamente o provincialisticamente, perchè il movimento beatnick o hipster in America è già cosa del passato; d’altra parte qualche riflesso nella letteratura esso l’aveva avuto, vie spesso pericolose e distruttive erano state tentate, mentre di ciò, fra noi, non è il caso di parlare: la vuotezza e l’analfabetismo intellettuale stanno in primo piano.

Così fra i rappresentanti di questa “gioventù” si trovano i fanatici di entrambi i sessi per gli urlatori, pei cosiddetti “cantautori” epilettici, pel marionettismo collettivo delle ye-ye-sessions e dello shake, per le une o per le altre “incisioni” di dischi. Esaminate i volti presentati quasi senza eccezione da costoro: non ve ne è quasi uno che non sia melenso, che rechi i segni di un “carattere” – e per primi vengono, a tale riguardo, proprio i propri idoli: ci si può riferire, a questo proposito, proprio ai due cantanti e alla cantante che oggi mandano più in estasi i beats nostrani (che, fra parentesi, al 95% ignorano perfino il senso dato in America a questo termine).

In tema di “rivolta” ideologica, noi li udiamo per esempio cantare, questi “giovani”, che essi vogliono “combattere la guerra con le loro chitarre”. Lo slogan, di cui sembra sia responsabile il mediocrissimo filosofo pacifista B.Russell, “non fate la guerra, fate l’amore”, li ha entusiasmati. Ebbene: se si trattasse di una rivolta seria (seppure “senza una bandiera”, senza la controparte di punti positivi di riferimento da opporre), se, come fra gli hipsters americani, la civiltà attuale venisse davvero considerata “marcia e senza senso”, fatta di “noia, putrido benessere, conformismo e menzogna”, non intravvedendosi per ora via di uscita, cotesti “ribelli” non dovrebbero piuttosto assumere, come slogan, la formula del bravo Marinetti “Guerra, solo igiene del mondo”, e girare con scritte: “Viva la guerra atomica”, tanto da far finalmente tabula rasa?

Si vuole che in occasione dell’alluvione in Toscana i “capelloni” si siano “prodigati”, e vi è chi ha indicato in ciò un segno che, in fondo, “quei ragazzi sono a posto”. Ci sembra piuttosto, se la cosa è vera, che l’episodio li distrugga. Un vero “ribelle”, un autentico beat o hipster si sarebbe limitato ad una smorfia sarcastica di fronte alle distruzioni, anche di beni di cultura (che non sono certo quelli in nome dei quali i beat nostrani insorgono contro la società moderna). Ovvero si sarebbero “prodigati” nel quadro di un’azione “gratuita” del tipo di quella dei delitti gratuiti di certi esponenti della beat generation d’oltre Oceano. Invece così dietro la maschera carnevalesca si scoprirebbe il bravo ragazzo!

Quanto, poi, a “fare l’amore”, invece della guerra, li vorremmo proprio vedere. È difficile immaginarsi gli slanci dionisiaci e frenetici che possa destare nelle ragazze la vista di questi tipi squallidi e grotteschi, spesso sudici e trasandati per principio, e, nei giovani, la vista delle ragazzette in calzoni maschili, stivali o minigonne destinate a “socializzare” e banalizzare parti del corpo muliebre che solo in sede privata e funzionale possono avere un potenziale erotico. Si sa della storiella di un sacerdote che dovendo sposare due di questi giovani, chiede: Di voi due, chi è la sposa? In realtà, il presupposto perché l’amore, anche il puro amore sessuale, abbia un interesse e una intensità, è la massima polarità, cioè la massima differenziazione dei due sessi: proprio il contrario di ciò che presenta questa gioventù con la sua promiscuità, con le propensioni addirittura da terzo sesso, e tutto il resto. “Rivoluzione sessuale!” – vi è chi dice; per che farsene, poi, di codesta libertà – come delle altre! Da quanto ci è stato talvolta riferito, perfino in questo campo i “giovani” dovrebbero cominciare ad andare a scuola.

D’altra parte è certo che col passare degli anni, con la necessità, per i più, di affrontare i problemi materiali ed economici della vita, questa “gioventù” divenuta adulta si adatterà alle routines professionali, produttive, sociali e matrimoniali, con il che, peraltro, passerà semplicemente da una forma di nullità ad un’altra. Nessun problema degno di questo nome viene a porsi.

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Sarebbe ingiusto, tuttavia, ridurre l’intera gioventù italiana a quella ora caratterizzata. A parte i giovani che seguono tranquillamente l’andazzo borghese senza porsi problemi e senza agitarsi, vi sono, in Italia, giovani la rivolta dei quali ha un aspetto politico. Essi si ribellano contro l’attuale regime democratico e anche attivisticamente scendono in campo con coraggio quando si tratta di rintuzzare le manifestazioni provocatorie degli elementi di sinistra. Essi attestano la presenza di una diversa Italia e, di più, alcuni di loro sono perfino sensibili alle idee e alle discipline che noi, in un senso speciale, usiamo chiamare “tradizionali”. Così nei loro riguardi non si può parlare più di “ribelli senza bandiera” ne di uno stupido anticonformismo di maniera.

Il problema principale che si pone per questi giovani ha attinenza con la distinzione fra una gioventù puramente biologica e un’altra a carattere spirituale, superiore. Nei giovani di buona razza sono spesso ravvisabili attitudini positive, non diciamo di “idealismo”, perchè il termine è ormai abusato, ma nel senso di una certa capacità di entusiasmo e di slancio, di dedizione incondizionata, di intransigenza, di distacco dall’esistenza borghese e dagli interessi puramente materiali e egoistici, con una aspirazione ad una superiore libertà. Ora, è importante rendersi conto che spesso queste disposizioni sono, in fondo, biologicamente condizionate, cioè legate all’età. E allora il compito sarebbe di assimilare tali disposizioni, farle proprie in modo che diventino qualità permanenti, atte a resistere alle influenze contrarie cui si è fatalmente esposti col passare degli anni e nell’affrontare i problemi concreti della vita di oggi.

Può essere interessante, a tale riguardo un riferimento tratto dall’antica civiltà arabo-persiana. Essa ha conosciuto il termine futàva che, derivato da fatà = giovane, indicava la qualità di “esser giovani” proprio nel senso spirituale ora accennato, non definito dall’età ma anzitutto da una disposizione speciale dell’animo. È così che i fityàn o fityùh (=”i giovani”) potettero venire concepiti come un Ordine, l’appartenenza al quale comportava un rito connesso ad una specie di solenne giuramento, quello di mantenere sempre la detta qualità di “essere giovane”.

Un simile riferimento indica in primo luogo il compito che dovrebbero assumersi i giovani che professano un anticonformismo e una ribellione positivi, perché per esperienza personale sappiamo di troppi casi nei quali passata la gioventù biologica anche quella spirituale, coi suoi superiori interessi, è più o meno venuta meno ed è subentrata una banale “normalizzazione”. Al traguardo, diciamo, dei trent’anni purtroppo ben pochi restano sulle posizioni. In secondo luogo, quel riferimento può anche servire per farla finita col mito della “gioventù”. La qualità autentica della gioventù in nessun modo può venire riconosciuta a quella generazione di cui abbiamo detto al principio in questo scritto (ed è per tale ragione che abbiamo usato le virgolette per le parole “gioventù”, “giovani”): per essa, se mai, è di un infantilismo da ritardati psichici che si può parlare. E quando non si tratta di una sostanza umana che fin da principio attesta la patologia di una civiltà in dissoluzione, ossia nei casi migliori, mantiene tutto il suo valore quel che disse una volta Benedetto Croce, cioè che l’unico problema del giovane è quello di divenire adulto. Il resto è sciocchezza, e chi vuol pensare alle cose serie, è al problema di una presa di posizione di fronte a tutta la nostra società e civiltà che dovrebbe portare l’attenzione, nel segno di una vera radicale rivoluzione ricostruttrice.



Julius Evola

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