Gioventù universitaria tradizionale

Quando le università erano qualcosa di diverso, quando ancora corpi studenteschi universitari erano strutturati come corporazioni organiche, con propri codici d’onore, regole, rituali.  Evola ne parla in quest’articolo pubblicato sul “Roma” nel 1958 con il titolo di “Giovani di ieri e teddy boys di oggi” (per il fenomeno dei “teddy boys” e simili si rimanda all’articolo pubblicato qualche giorno fa). Come spesso accade con Evola, il commento in chiusura dell’articolo appare profetico, rispetto alle rovine della scuola e delle università attuali: riferendosi a quel poco di associazionismo studentesco rimasto (ed all’epoca ancora non eravamo di certo giunti al livello attuale), il barone osservava come le strutture della società e dell’ambiente in cui viviamo “possono esser tali da non offrire più nessun senso profondo dell’esistenza, nessuna esplicazione agli impulsi più profondi della vita”, facilitando così l’emersione di forme studentesche e giovanili degenerate. Quanto ci circonda oggi ne è una tragica conferma.

Nell’immagine in evidenza, studenti dell’antico Corps Borussia, fondato nell’università di Bonn nel 1821.

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di Julius Evola

tratto dal “Roma”, 14 novembre 1958

Ciò che è rimasto in fatto di tradizioni e di organizzazioni studentesche universitarie non è molto. Quel che ricordiamo personalmente dal tempo dei nostri studi, come usanze e costumi goliardici, non andava troppo oltre una esuberanza giovanile scherzosa, spensierata e un po’ carnevalesca. Volendo, vi si poteva aggiungere una coloratura patetica da «Addio giovinezza». Attualmente, la differenza da allora non dovrebbe esser grande. Si è saputo di «guerre» fra gruppi goliardici di diverse città. L’anno scorso la ripresa, a Bologna, di alcune gesta tradizionali studentesche, con le relative «libertà», ha suscitato – si dice – allarmate proteste conformistiche.

La Humboldt-Universität di Berlino in un’immagine del 1850 circa, quando era ancora intitolata a Federico il Grande (Friedrich Wilhelm Universität), per il cui fratello Enrico di Prussia l’edificio era stato costruito nel 1753

Comunque, si tratta, in tutto ciò, di residui assai scoloriti. E forse non sarà senza interesse rievocare alcune forme specifiche assunte, in altri tempi e in altri paesi, dalle organizzazioni studentesche. A tale riguardo, bisogna prender le mosse dal periodo in cui nacquero le maggiori università europee, ossia dal tardo Medioevo. Il sapere, allora, non aveva l’attuale carattere popolare, rappresentava qualcosa di qualitativo e di privilegiato; così, anche, il dedicarsi agli studi e l’appartenere ad una università.

È noto che quella fu altresì l’epoca delle corporazioni e degli ordini. Non esistevano «classi economiche» livellate ma corpi e associazioni chiuse, differenziate e organiche che univano gli individui in base ad una stessa vocazione e alla stessa attività, non nella sola occupazione e in vista dell’interesse materiale, ma in tutta la vita del singolo. Così ognuna di queste forme corporative aveva propri principi, un suo spirito di corpo, un suo «onore», una sua etica. Ebbene, anche gli studenti delle antiche università si erano organizzati spontaneamente in tal guisa. Al pari di molte corporazioni composte da «liberi», godevano spesso di franchigie e di speciali privilegi. Di rigore, ancor oggi alla polizia non sarebbe permesso penetrare nelle università: è un’eco del fatto, che quei corpi studenteschi non erano sottoposti all’ordinaria giurisdizione, che i loro membri non potevano essere perseguitati nelle loro sedi. Come conseguenza del principio, allora vigente, dello ius singulare, cioè di un diritto non uguale per tutti, vi erano cose che gli studenti delle grandi università, a differenza dei semplice borghesi, potevano permettersi. Come i nobili, potevano battersi in duello. Al pari di molte corporazioni o ordini, avevano loro costumi, e anche di ciò sono sopravvissuti dei residui, per esempio negli attuali berretti goliardici.

Nei tempi moderni l’area in cui tali tradizioni si sono conservate più a lungo e nelle forme più interessanti è stata quella dell’Europa centrale e settentrionale, essendo l’area che effettivamente fino ad ieri ha maggiormente resistito al processo di generale democratizzazione. Le antiche corporazioni, abolite per primo in Francia con la rivoluzione giacobina, se perdettero presto la loro personalità giuridica anche altrove, nell’area anzidetta si conservarono almeno come spirito. E in nazioni, quali la Germania, la Svezia, l’Austria, la Danimarca, gli accademici continuarono ad unirsi in corpi che godettero di un regime di privilegio, che furono gelosi delle loro prerogative e delle loro tradizioni, che ebbero un loro codice interno quasi da casta. È a queste diramazioni che è interessante accennare. Non sembra che qualcosa di simile abbia avuto molto riscontro nei paesi latini, specialmente in Italia, dove, in effetti, già per tempo si affermò l’indirizzo umanistico, parallelamente ad un orientamento comunale e borghese. Invece nell’area suaccennata lo stesso ambiente dell’università risentì ancora a lungo del modo di vivere e di sentire di un mondo feudale.

Ferite riportate da due studenti dopo una “Mensur” (“Akademisches Fechten” nei paesi di lingua tedesca), combattimento rituale tradizionale a colpi di sciabola praticato nelle confraternite accademiche dell’Europa centro-settentrionale ed ancora in uso in alcune associazioni studentesche, soprattutto in Germania, Austria e Svizzera.

Da qui, il fenomeno caratteristico costituito dai cosiddetti Korpsstudenten. Si trattava di organizzazioni assai chiuse di universitari, le quali, per reazione al tipo del semplice studente confinato fra i libri e dedito ad immagazzinare una mera «cultura», si conformavano ad uno stile militare e ad uno speciale codice di «onore», in opposto alla condotta del borghese e dell’uomo qualunque. Per far parte di queste corporazioni si doveva passare attraverso una specie di iniziazione, abbastanza diversa dalla attuale consacrazione scherzosa delle matricole. Ogni nuovo elemento veniva assegnato ad un anziano, a cui doveva assoluta obbedienza, che lo sottoponeva a prove varie, non tutte di tipo ineccepibile. Così rientrava fra esse il darsi ad eccessi, specie nel bere, però senza perdere la linea né i controlli. Particolare fama ebbe, a tale riguardo, colui che doveva divenire il cancelliere di Ferro Bismarck. Chi non era da tanto, non veniva considerato abbastanza «uomo»  per essere un Korpusstudent.

Ancor più importante era però dimostrare la qualità virile sostenendo duelli tanto da recarne visibilmente in volto i segni, le cicatrici. Si trattava della cosiddetta Mensur: scontri alla sciabola in cui i duellanti avevano il corpo protetto in tutte le parti vitali, e il viso esposto solo parzialmente. Di tali duelli, le cause erano spesso meri pretesti, perché, appunto, si trattava essenzialmente di prove. Ma potevano anche darsi casi di duelli veri e propri, dettati dal concetto tutto speciale dell’onore della corporazione, per quali vigeva anche un codice rigoroso. Per esempio, all’appartenente ad una di tali corporazioni non era lecito battersi con un commerciante, con un professionista o perfino con un banchiere, ma solo con un suo pari, con un laureato, con ufficiali, con nobili e via dicendo.

I Corpsstudenten sono ancora vivi nei paesi mitteluropei. In quest’immagine risalente a pochi mesi fa alcuni studenti tedeschi del Corps Silesia montano la guardia al monumento eretto a Rudelsburg (Sachsen-Anhalt) in ricordo degli studenti appartenenti ai corpi accademici caduti in guerra.

Al pacifico cittadino, essi apparivano spesso come un elemento pericoloso, provocatorio e tracotante. Da parte sua questa gioventù si considerava invece come una specie di élite e come il seminario di una classe superiore e virile della nazione. In effetti, il tutto non finiva col periodo degli studi universitari. Le connessioni sussistevano. L’appartenenza ad una di quelle organizzazioni era spesso la via migliore (oltre il semplice titolo di studio e la sola cultura) per assicurarsi speciali, ambite carriere, come per esempio quella della diplomazia. Siffatte tradizioni si sono mantenute in Germania fino all’avvento dell’hitlerismo.

Né si può negare che esse abbiano costituito un fenomeno interessante di speciale incanalamento di energie che di solito, specie da noi, si disperdono in pura, disordinata e rumorosa esuberanza o che si degradano nell’infatuazione sportiva. Naturalmente, vi è anche l’altra, più recente possibilità, quella politica. Così si sa di organizzazioni universitarie che nei periodi precedenti dettero magnifica prova di sé. Ancor oggi settori non trascurabili dello schieramento nazionale sono costituiti da solerti associazioni di studenti. Ma non è la stessa cosa, già per il fatto della presenza di un tipo tutto diverso di ambiente e di società. Le strutture di tale società possono esser tali da non offrire più nessun senso profondo dell’esistenza, nessuna esplicazione agli impulsi più profondi della vita: ed allora ecco che, proprio nella gioventù di oggi, spesso fra studenti, per reazione o per compensazione prende piede la cultura dei «fusti» e dei teddy boys, per tacere di forme anche più estreme sufficientemente attestate soprattutto di là dell’Atlantico.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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