Il Guardiano della Soglia

Francesco Waldner è stato uno dei più importanti astrologi italiani del Novecento. Uno studioso serio e rigoroso, dotato di reali poteri di chiaroveggenza manifestatisi fin dalla più tenera età, e non un ciarlatano o un fantoccio testimonial dei tanti neo-spiritualismi rovesciati del mondo moderno e contemporaneo, vere e proprie pietre d’inciampo per gli sprovveduti che cercano, sbagliando via, una fuga dalla tragedia nichilista del mondo senza senso in cui vivono.

Waldner nella prima metà del Novecento conobbe personalità importanti (oltre peraltro a Mussolini ed Hitler), anche se da un punto di vista strettamente tradizionale non sempre del tutto in ordine. Tra le più significative, sicuramente Gustav Meyrink, che lo indirizzò spiritualmente, e Karl Weinfurter. Ebbe tra l’altro modo di frequentare, quasi inevitabilmente, anche considerando l’attività praticata da Waldner e le commistioni fallaci che la medesima ha subìto nelle epoche più recenti, ambienti e personalità legati alla psicanalisi, nonchè lo stesso Sigmund Freud, di cui in ogni caso non sembrò aver subìto gli influssi più nefasti ed controtradizionali.

Francesco Waldner

Tra i tanti, Waldner conobbe Julius Evola, come lui stesso ricorda in questo scritto breve ma molto interessante, che ha trovato degno spazio dell’antologia “Testimonianze su Evola” e che riproponiamo ai nostri lettori. Un articolo in cui sono rievocati alcuni episodi particolari e molto significativi, ed in cui Waldner tratteggia il quadro astrologico di Evola. Tra i due ci fu un rapporto di rispetto e di sincera, reciproca stima, sia prima che dopo l’incidente di Evola a Vienna, tanto che il barone arrivò a fare a Waldner una richiesta molto particolare, come scoprirete leggendo lo scritto dell’astrologo altoatesino, alla quale non è peraltro dato sapere (ma qualche dettaglio della dipartita di Evola potrebbe farlo pensare, come commenteremo) se quest’ultimo diede risposta positiva.

La fama e la popolarità di Waldner crebbero nel dopoguerra, non solo in Italia ma anche all’estero, anche perchè egli non disdegnò di fare previsioni o di tracciare quadri astrologici per personalità importanti in vari settori, dalla politica al mondo dello spettacolo, e di collaborare a quotidiani, periodici o trasmissioni radiofoniche con rubriche che ebbero un grande seguito. La “democratizzazione”, la diffusione pandemica ed orizzontale di un fenomeno o di un sapere, come ben sappiamo, ne accentua i tratti nefasti o ne corrompe i tratti positivi, tanto più, in quest’ultimo caso, laddove si tratti di una dottrina con basi tradizionali. Tuttavia, quanto meno la serietà degli studi e la bontà della predisposizione naturale di Waldner non ne furono intaccate. In tal senso, fece particolarmente scalpore la previsione perfettamente esatta che egli fece circa la data della sua dipartita terrena, nel 1995, come ricordato sui giornali dell’epoca.

Prima dell’articolo di Waldner su Evola, riproponiamo la presentazione biografica, antecedente alla scomparsa dell’astrologo, che su “Testimonianze su Evola” introduceva il suo scritto.

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Francesco Waldner è nato nel 1913 a Marlengo (Bolzano). Sin da bambino dimostrò di possedere facoltà paranormali: le sue prime importanti visioni di chiaroveggenza risalgono infatti a quando aveva appena sette anni, tanto che a quattordici era già divenuto famoso lavorando in questo campo per tutta Europa. Durante una di tali esibizioni in pubblico Waldner conobbe lo scrittore austriaco Gustav Meyrink (1868-1932), famoso autore di romanzi fantastico-esoterici, ed esperto di problemi occulti, il quale lo guidò per un breve periodo, fino alla morte, e lo indirizzò decisamente verso lo studio e l’applicazione dell’astrologia. Gli fece infatti conoscere Pöllner di Monaco, che diede al giovane Waldner le basi di questa scienza tradizionale. In seguito, a causa dei suoi vari spostamenti, incontrò e frequentò: Sigmund Freud a Vienna (dove per altro soggiornò per diversi anni), e Karl Weinfurter a Praga, che lo introdusse in un gruppo di mistici da lui guidato. In quel periodo ebbe modo di conoscere anche Hitler e Mussolini, nonché altre personalità della politica e della cultura. Ritornò in Italia negli anni della seconda guerra mondiale e vi si stabilì definitivamente. Nel dopoguerra la sua fama di astrologo ha superato i confini del Vecchio Continente: le sue previsioni circa personaggi pubblici, come re Baldovino e Eisenhower, la principessa Margaret e De Gaulle, Kennedy e MacMillan e… Brigitte Bardot, ad esempio, hanno suscitato sempre molto scalpore. Attualmente Francesco Waldner collabora a vari quotidiani, settimanali e mensili italiani con rubriche astrologiche molto seguite: la sua popolarità è assai aumentata da quando ha parlato per  un certo tempo alla radio. Ha pubblicato vari volumetti sull’astrologia, diversi almanacchi astrologici, in Francia sono apparsi Votre destin e Mes aventures surnaturelles. Ha curato anche L’astrologo moderno, una opera enciclopedica a dispense della Ripalta Editrice.

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di Francesco Waldner

Tratto da “Testimonianze su Evola”

Una mia amica, Marianna Leibl, psicologa e autrice di una nota opera, La psicologia della donna, e di due volumi di grafologia, mi ha parlato in diverse occasioni di Julius Evola e dell’affascinante amicizia che la lega a lui. Ciò che maggiormente ha sempre colpito Marianna Leibl è la profonda cultura spirituale di Evola, la sua critica tagliente portata al limite estremo, tanto da indurlo a vivisezionare ogni cosa che vien messa a fuoco dalla sua mente fredda e ludicissima.

“Il mistero del fiore d’oro”, testo sapienziale della tradizione taoista. Nell’edizione da lui curata, Evola mise in evidenza l’interpretazione sviante fornitane da Jung

Marianna Leibl è una donna sentimentale, intuitiva e ricca di emozioni; è stata una buona allieva di Jung e non si è stupita quando Evola, anni or sono, ha lanciato le sue frecciate critiche al grande psicologo, per via della sua introduzione al volume Il Mistero del Fiore d’Oro, affermando che svisava il contenuto essenziale dell’opera. Evola non ha mai cambiato quel suo giudizio critico nei confronti di Jung, l’ha anzi riconfermato nella recente edizione dell’antico Trattato da lui curata e corredata da uno studio introduttivo di Pierre Grison (1).

Marianna Leibl ha sempre ammirato in Evola l’autonomia realizzata come conquista, unita ad un orgoglio luciferico e ad una forte carica vitale, ma ciò che più l’ha colpita è la sua natura inafferrabile e il suo totale distacco dalle cose. Dai miei colloqui con Marianna Leibl ho avuto l’impressione che Evola abbia rappresentato per lei una meta da raggiungere, soprattutto perché egli non era un maestro che insegnava al livello teorico, era un uomo che illuminava con pochissime massime essenziali.

In realtà, la forte personalità di Evola e le sue adamantine concezioni hanno influenzato numerosi spiriti, quando non hanno addirittura trasformato completamente la concezione del mondo dei singoli individui, cambiando cosi, in qualche modo, anche la loro esistenza. Un giorno, anni fa, Marianna Leibl mi invitò a casa sua con lui. Anch’io fui affascinato dal suo potente senso della realtà, dalla sua enorme capacità di sintesi, dal suo modo di vedere le cose e di sdrammatizzarle con sottile umorismo.

Uscimmo, io e lui, a notte alta e c’incamminammo a piedi verso il Centro: era tempo di guerra e c’era l’oscuramento, ma la luna piena illuminava la città. Parlammo a lungo di Gustav Meyrink e del suo orientamento spirituale. Proprio in quel periodo, Evola stava curando la traduzione di alcune sue opere: Il domenicano bianco, L’Angelo della finestra d’Occidente, La Notte di Valpurga. Io debbo molto a Meyrink che, nel periodo della mia giovinezza, diede un indirizzo al cammino della mia vita: mi fece così molto piacere ricordarlo attraverso lo scambio di opinioni che ebbi con Evola. Giunti al Pantheon, ci salutammo: le nostre strade, pur avendo una mèta comune, proseguivano in direzioni opposte.

Quella conversazione, però, continuava ad articolarsi nella mia mente e, ad un tratto, mi parve di scoprire l’individualità di Evola. Egli era un intellettuale poderoso; la sua forte personalità era impegnata in una linea di ricerca magica sperimentale. Vicino a lui, provavo una sensazione irrazionale, una specie di terrore, sentivo in lui il mago operante, e un uomo che aveva davanti a sé una strada dura da percorrere, piena ancora di esperienze molto dolorose. Gustav Meyrink invece aveva, secondo me, una potenza interiore armoniosa, morbida, una chiaroveggenza spontanea, la sua linea di ascesi mistica era come guidata da un impulso naturale. Io non sono un intellettuale, mi affido più all’intuito che al pensiero, e quella notte mi addormentai tardissimo sotto l’impressione di qualcosa che aveva colpito nel profondo la mia radice.

Gustav Meyrink (1868-1932)

Nei primissimi anni dopo la guerra, in un viaggio da Vienna a Salisburgo, ebbi un colloquio casuale con un compagno di scompartimento. Se ben ricordo, era un medico; il discorso, non so come, cadde su questioni metafisiche, ed egli mi disse che s’incontrava spesso a Vienna con uno studioso molto evoluto che guidava un gruppo e aveva un vasto seguito di ammiratori: «È un italiano», aggiunse. Gli domandai chi fosse, ed egli mi rispose che era Julius Evola. Rimasi molto sorpreso. Mi raccontò che Evola era rimasto invalido per via di un bombardamento: mi parlò della sua infermità che, però, non aveva in alcun modo offuscato la sua piena lucidità mentale; mi disse che il suo magnetismo esercitava un grande potere sulle persone che facevano parte del gruppo; che era un uomo volitivo, di grande forza intellettuale, che conservava intatto il suo amore e il suo interesse per la vita. Poi il mio compagno di viaggio concluse dicendo che Evola, pur essendo un invalido, non lo era, perché partecipava in tutti i sensi alla vita, più di lui stesso. La notizia dell’infermità di Evola mi colpì; però mi fece piacere sapere che essa non l’aveva distrutto, che lui era rimasto un mago, ed un vero mago non può essere vinto.

Passarono diversi anni, e lo incontrai di nuovo a Roma. Parlammo del suo oroscopo; mi disse che alla sua morte voleva essere cremato e le sue ceneri sparse sui ghiacciai. Evola ama la montagna con tutte le sue forze, e io posso capirlo perché provengo dalla montagna. Mi domandò se potevo predirgli oroscopicamente l’epoca e il giorno della sua morte: mi sarebbe stato concretamente riconoscente per questo. A me non fa paura la morte, ma preferisco che, per chiunque, essa giunga in punta di piedi, inattesa (2).

Quando studio un oroscopo, mi si presenta ogni volta alla mente un’immagine diversa, a seconda della personalità che vi sta dietro. L’oroscopo di Evola suscita in me l’immagine di un albero: esso, infatti, ha sulla cima (nel mezzo del cielo) una forte corona di pianeti e in basso, alla radice, due pianeti molto potenti, Saturno e Urano in una larga congiunzione. Urano è il pianeta delle forti scosse, dei terremoti e, naturalmente, l’ha colpito rendendolo invalido; Saturno, il padrone della materia, in quarta casa, dà una radice molto profonda e forte e non ha permesso che venisse distrutto; ha voluto, anzi, che egli assolvesse i suoi compiti, perché doveva ancora dare molto di sé. Marte è in ottava casa, in buon aspetto con Saturno; questa casa rappresenta il campo magnetico della piccola morte, perciò il suo organismo è stato parzialmente distrutto, ma la sua forza vitale è rimasta intatta e continua a sostenerlo.

Qualche volta, in sogno, ho veduto questo albero in una atmosfera tempestosa e ogni volta ho potuto constatare che un’altra crisi si stava abbattendo su Evola. I due luminari, Sole e Luna, si trovano sul punto culminante del suo oroscopo, affiancati da Mercurio, da Nettuno e da Venere; essi gli danno le forze creative, artistiche e passionali indistruttibili di cui abbonda, ed una fervida immaginazione. Al momento della sua nascita si alzava all’orizzonte il segno del Leone, però, a mio avviso, il suo vero, invisibile padrone è Saturno: il Guardiano della Soglia.

Note

(1) Il mistero del Fiore d’Oro, a cura di Julius Evola, Edizioni Mediterranee, Roma 1971.

(2) Come osservato nell’introduzione, non è dato sapere se Waldner effettivamente accolse la richiesta di Evola. Data l’amicizia tra i due e la disponibilità dell’astrologo altoatesino, nulla lascerebbe escluderlo, anche se l’accenno di Waldner circa il fatto che sia opportuno che il trapasso giunga inatteso, potrebbe essere letto in chiave contraria. Se si pensa, tuttavia, a come Evola sembrò andare incontro, prepararsi e quasi “cercare” la sua dipartita terrena nei suoi ultimi giorni di vita, si potrebbe ipotizzare che in qualche modo egli sapesse, o intuisse che il suo momento solenne era vicino. Forse per una percezione, per un sentore irresistibile, fenomeno che poteva essere tutt’altro che sorprendente in una personalità straordinaria come la sua. O forse anche perchè qualcuno, presumibilmente Waldner stesso, poteva avergli accennato qualcosa al riguardo, forse non all’epoca della richiesta di Evola ma successivamente. Si tratta comunque di pure e semplici ipotesi, non suffragate da alcun dato concreto. Rievochiamo in ogni caso, significativamente, dal racconto di Mario Coen Belinfanti, classe 1925, combattente della RSI, che insieme alla moglie strinse con Evola una buona amicizia e che fu tra coloro che lo aiutarono e lo assistettero negli ultimi tempi, quel “prepararsi” al percepito momento solenne.

Andai a visitarlo più volte senza riscontrare alcun miglioramento. Mi era grato per l’interessamento che avevo per lui, ma non mi chiese mai nulla di particolare. Una domenica mattina, era il 9 giugno, con mia moglie ancora una volta salii al quarto piano e vi trovai la signora Antonietta Fiumara, che come sempre si prodigava nella sua assistenza, e la governante verso la quale più volte mi aveva manifestato completa sfiducia. Lo stato di prostrazione era arrivato al punto tale da impedirgli di parlare. Non aveva più voce. Ad un certo punto la governante si accostò al letto con una tazza di tè. La rifiutò con le poche forze che gli erano rimaste facendo intendere che da lei in specie non avrebbe accettato nulla. Mi avvicinai quindi a cercare di convincerlo. Mi guardava con un’espressione che definirei ironica. Alla fine sorbì una mezza tazza di tè e gli ritornò la voce. A questo punto ci chiese una cosa che ci parve subito come difficile da realizzare. “Vestitemi e portatemi alla scrivania”. Non so come ma ci riuscimmo e sostenuto lo portammo alla scrivania. La finestra della sua camera era aperta e dalla medesima si scorge il Fontanone del Gianicolo. In piedi, appoggiato al tavolo e sostenuto da me, restò qualche momento fissando il Gianicolo, poi mi chiese di essere nuovamente adagiato sul letto. Confesso che tutta questa manovra ci restò incomprensibile. Mia moglie ed io dovevamo lasciarlo e ai saluti aggiunsi la preghiera di non rifiutare il cibo. Dissi: “Professore non si abbandoni così. Abbiamo ancora bisogno di lei”. Non dimenticherò mai il suo sorriso disarmante al quale aggiunse come commiato questa frase: “Non si preoccupi. Avremo ancora occasione di vederci e continueremo insieme le conversazioni sui temi che tanto ci interessano…”. Non compresi che quello era un “addio” ed era un appuntamento nel “futuro”. Due giorni dopo ero andato con mia moglie a trovare Alessio Borracino a cui era nato il primo figlio, quando ci giunse la notizia della morte di Julius Evola. Aveva chiesto di ripetere l’operazione alla quale avevo contribuito due giorni prima. Essere portato “in piedi” davanti alla finestra di fronte al Gianicolo e lì la sua forte fibra aveva ceduto. Sono certo che così intenzionato si fosse lasciato morire“.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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