I nostalgici, il Fascismo e l’Idea di Stato

di Julius Evola

(Tratto da Il Popolo Italiano, 8 maggio 1957)

Capitanul-Miscarii-Legionare-Corneliu-Zelea-Codreanu-guardia-di-ferro-655x1024-600x480Quando nel 1936 [1] a Bucarest prendemmo contatto con l’indimenticabile Cornelio Codreanu, il capo della Guardia di Ferro romena, intrattenendoci con lui nella “Casa Verde” dei legionari, ci ricordiamo che egli, parlando dei vari movimenti europei di ricostruzione nazionale, si espresse nei seguenti termini:

“Nell’essere umano possono distinguersi tre aspetti: l’organismo come forma, poi le energie vitali, infine il principio spirituale. Secondo me, il lato specifico dei principali movimenti nazionali di oggi – il fascismo italiano, il nazionalsocialismo e la Guardia di Ferro romena- ha relazione con questi tre aspetti, considerati in quel più grande individuo che è la collettività. Nel fascismo ha maggior risalto lo Stato come forma, ordine, principio gerarchico; nel nazionalsocialismo, lo ha il lato vitale e biologico, con riferimento alla razza, al sangue, alla Volksgemeinschaft; nella Guardia di Ferro, l’elemento religioso, spirituale”.

Secondo questo giudizio, al centro della ricostruzione fascista stava dunque l’idea di Stato. Non diversamente si presentavano le cose dal punto di vista tedesco. Negli ambienti nazionalsocialisti estremisti si concepiva addirittura una antitesi tra fascismo e nazismo, per il fatto che il primo avrebbe seguito la concezione “romana” di un principio di autorità che organizza dall’alto, mentre nel nazismo sarebbe stata l’unità razza-popolo raccolta intorno al suo Fuerher a darsi da sé un ordine corrispondente alle sue disposizioni congenite. Non diversa era l’impressioni di altri osservatori stranieri nello studiare il movimento di ricostruzione italiana nel periodo del Ventennio. Il fatto “dittatura” veniva messo in risalto quasi soltanto dai detrattori.

E questa impressione era legittima, aveva in base ciò che dallo stesso Mussolini era stato scritto nella sua Dottrina del Fascismo. Qui, egli aveva riconosciuto esplicitamente la priorità dello Stato di fronte alla “nazione” e a quella “misteriosa entità” che è il “popolo”. E’ lo Stato, scrisse Mussolini – a dar forma e coscienza alla nazione; è in funzione di Stato che una nazione giunge ad una forma superiore di esistenza e di potenza.

412Gvfm29wLSe questa concezione appariva dunque congeniale del fascismo agli occhi degli osservatori stranieri simpatizzanti (mentre quelli ostili, nel parlare di “statolatria”, sia pur deformandolo tendenziosamente, arrivavano a un non diverso punto), sotto tale riguardo riguardo il fascismo riprendeva una idea fondamentale della grande tradizione politica europea, oscuratasi soltanto con l’avvento delle teorie democratiche e societarie.

Secondo questa idea, esiste una opposizione fondamentale fra la concezione propriamente “politica” e quella “sociale”, fra ideale dello “Stato” e ideale della “società”. Finchè si parla di “società”, di “popolo” e di semplice “azione”, e in esse si vede l’elemento primario, ci si trova ancora su di un piano naturalistico, e la “democrazia” in senso lato e rappresentativo sarà la logica conseguenza. Come qualcuno ha suggestivamente detto, è necessaria una specie di trasformazione, di folgorazione (“esser colpiti dalla folgore di Apollo”) affinchè, quella condizione naturalistica, sia superata e di là dal vincolo degli istinti, delle passioni e degli ideali fisici del semplice benessere, della pace e della sicurezza borghese si affermi un principio superiore: quello propriamente politico del comando o imperium, della potenza, dell’ordine dall’alto in nome di valori diversi, guerrieri, aristocratici, gerarchici, antiegualitari. Solo a partir da tale momento una nazione diviene soggetto della grande storia.

Seguendo questa visuale, è stato giustamente detto che tutto ciò che ha semplice significato di popolo, di demos, di nazione (ethnos) e di razza non rappresenta che l’elemento “materia” di fronte al qual lo Stato rappresenta invece l’elemento “forma”– forma, come idea e potere individuante e differenziante: e che questo elemento sia al primo come principio maschile sta a principio femminile. E’ stato altresì detto che alla luce di questa concezione, conferente al principio politico dello Stato una realtà propria e sopraelevata, ogni “democrazia”, ogni semplice ideale “sociale” ha il significato regressivo di una materia che tende ad emanciparsi dalla “forma” e ad assolutizzarsi. Del che, la conseguenza naturale sarà il prevalere di un ordine inferiore di valori e di energie: i valori dell’economia, le energie irrazionali e passionali su cui si esercita l’arte dei demagoghi e dei fabbricatori dell’ “opinione pubblica” e delle maggioranze democratiche.

La relazione fra idee del genere e la concezione specifica del fascismo del ventennio è innegabile. La corrispondenza non sarà stata assoluta, ma la linea fu la stessa; non diversa fu l’aspirazione “romana” che tanta parte ebbe nel pensiero di Mussolini, se liberata dai suoi lati più esteriori e riportata al suo nucleo più severo quale traspare dalla stessa, ben nota formula fascista: “Autorità, ordine, giustizia”.

fascismo-e-terzo-reich-evolaEbbene se tutto ciò è vero, bisogna ben dire che qui ci si trova ad un retaggio abbandonato. Fra coloro che oggi vengono accusati di “nostalgismo” e che non vogliono dimenticare quel che l’Italia era divenuta, ad opera del fascismo, nel concerto delle grandi potenze europee, è raro trovare chi si rifaccia a quelle idee e, mettendo da parte miti e sentimentalismi, le costituisca a centro di una dottrina rigorosa dello Stato. Al contrario, sembra che non pochi si lascino sedurre da una dottrina semplicemente “sociale”, dottrina di cui poco su abbiamo indicato il carattere regressivo di fronte a quella gerarchica statale. E si è gi unti a forgiare l’immagine ingiuriosa e assurda di un Mussolini che per tutto il Ventennio sarebbe stato poco più che uno strumento del capitalismo e della borghesia “reazionaria”. Dipende però da ciò che, a parte la fedeltà al passato e l’azione polemica e opposizionale spicciola, i “nostalgici” oggi non si trovano sempre a possedere principi veramente antitetici a quelli che potrebbero essere anche professati da una “democrazia”, da un liberalismo e perfino da un socialismo che si dicessero “nazionali” in senso generico e evitassero soltanto le estreme conseguenze derivanti dalla negazione della superiore idea, puramente politica e gerarchica, dello Stato.

Beninteso, noi non vogliamo indicare la via a nessuno. In queste note abbiamo semplicemente indicato uno stato di fatto, in relazione ad un retaggio per ora abbandonato, senza riprendere il quale però è assai difficile che si possa porre un saldo argine alla crisi attuale e rimettere in piedi una nazione.

Note:

[1] Evola in occasioni diverse nel dopoguerra ha indicato anni differenti per questo incontro. Secondo la ricostruzione molto precisa di Claudio Mutti esso avvenne nel 1938. Cfr. Julius Evola, Lettere a Mircea Eliade, Fondazione J.Evola- Controcorrente, Napoli 2011, p. 21.  N.d.r. – si vedano al riguardo i due articoli presenti nella sezione “Interviste e memorie” del nostro sito: Julius Evola e Mircea Eliade, breve storia di un’ “amicizia mancata”, prima parte (§ 2, ‘contatti e citazioni prima della guerra’) e seconda parte6.’ Le incomprensioni e la rottura finale del 1963′).



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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