I pericoli dello “spiritualismo”

(tratto da “Il Conciliatore”, 15 maggio 1971)

Per «Spiritualismo» qui non intendiamo le teorie che, difendendo valori religiosi o morali, si oppongono alla concezione materialistica, positivista o scientista del mondo e dell’uomo, bensì quelle correnti l’interesse delle quali è diretto verso il sovra-sensibile e lo «psichico» e che, a parte le dottrine, cercano di prender contatto con esso in termini di esperienza.

Sigmund Freud, fondatore della psicanalisi, che, per Evola, proclama di essere una scienza positiva, ma opera sui bassifondi dell'Io, come una vera e propria organizzazione controiniziatica

Sigmund Freud, fondatore della psicanalisi, che, per Evola, proclama di essere una scienza positiva, ma opera sui bassifondi dell’Io, come una vera e propria organizzazione controiniziatica

Così a tale riguardo entrano in questione i molteplici gruppi ad orientamento teosofistico, spiritistico, «occultistico», neo-mistico e simili; i quali, dopo una prima fioritura nel periodo successo alla Grande Guerra, oggi hanno ripreso a pullulare a vari livelli, associandovisi la pubblicazione o la ristampa di una quantità di libri che hanno un non irrilevante smercio. Nello stesso contesto possiamo includere però anche la psicanalisi, la quale è, sì, lungi dal volersi presentare come uno «spiritualismo» e pretende di essere soltanto una disciplina scientifica e realistica, ma tuttavia praticamente concentra la sua attenzione sulle regioni buie dell’inconscio e del pre-personale psichico e finisce col propiziare delle aperture su tale regione.

Circa la genesi dello «spiritualismo», per spiegarla ci si può riportare in primo luogo ad una reazione, in sé comprensibile, contro lo squallore e la disanimazione della concezione scientifica del mondo affermatasi nell’ultimo periodo ed anche contro la pretesa della ragione astratta di bandire o irreggimentare tutto ciò che appartiene agli strati più profondi dell’essere (da tale punto di vista, lo «spiritualismo» presentandosi dunque come una varietà dell’irrazionalismo moderno). In secondo luogo, ci si deve riferire al fatto che la religione venuta a predominare in Occidente è sembrata ridursi ad un inerte edificio teologico-dogmatico, ad un devozionalismo confessionale e ad un moralismo piccolo borghese, tanto da non offrire nulla a chi cercava qualcosa appunto come esperienza del «sovrannaturale».

Tutto ciò potrebbe spiegare e in parte giustificare la nascita dello «spiritualismo» se la sua contro-parte non fosse costituita da pericolose confusioni e se in molti suoi aspetti esso non tradisse quello impulso all’«evasione» che in forme molteplici e inequivocabili agisce nel mondo contemporaneo. A tale riguardo, sarà bene fissare alcuni punti fondamentali di riferimento per una presa di posizione discriminatrice, la quale forse non sarà priva di interesse anche per una parte dei lettori di questa rivista.

Come abbiamo detto, a noi interessa ciò che nello «spiritualismo» non si riduce a teorie (quasi sempre scombinate e divaganti) ma comprende tendenze le quali, talvolta senza saperlo o volerlo, propiziano evocazioni o affioramenti di forze dell’«altra sponda» e portano individui e gruppi a contatti con esse, nel coltivare modalità estranormali della coscienza.

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Precisazioni necessarie, opera che raccoglie gli articoli scritti da Rene Guenon sul Diorama Filosofico, in alcuni dei quali il francese si sofferma sulla confusione tra psichico e spirituale, alla radice degli errori delle correnti neospiritualiste

La premessa per una analisi seria è, ovviamente, che queste influenze e queste modalità esistano cosi realmente, quanto le forme della realtà fisica e della psiche ordinaria. In un modo o nell’altro, ciò è stato sempre riconosciuto in ogni civiltà normale e completa, è stato denegato soltanto in qualche decennio di un superato «positivismo» occidentale. È evidente che senza questa premessa il problema del pericolo dello «spirituale» (e dello spiritualismo) e dell’estranormale non si pone o finisce col rivestire un carattere abbastanza banale. Si potrebbe parlare delle fisime, delle paranoie e delle fantasticherie di menti squilibrate e «svitate », per le quali non vi sarebbe da allarmarsi troppo, dando, se mai, la parola alla psichiatria.

Le cose però stanno altrimenti. E la causa principale della confusione è la mancanza di una concezione completa dell’essere umano. Prendendo come punto di riferimento (ed anche come criterio di misura) lo stato proprio ad un uomo normale, che è quello di una mente lucida e consapevole nel pensare, nel sentire e nell’agire, devesi rilevare che esistono due opposte regioni le quali si estendono l’una al disopra l’altra al disotto di questo stato e, a dir vero, non come semplici regioni «psicologiche» in senso astratto, ma con un carattere di realtà. L’ignorare questa distinzione sta alla base degli errori dello «spiritualismo» e dei pericoli a cui praticamente esso può esporre. Infatti lo « spirituale» ne diviene qui un recipiente in cui può trovar posto promiscuamente ogni sorta di cose e basta che alcunché presenti appunto il carattere dell’estranormale, e possibilmente del sensazionale, perché esso attiri l’attenzione ed acquisti un particolare significato, non badando alla distinzione fondamentale di cui si è detto or ora. Quanto alla psicanalisi, se essa si occupa dell’inconscio e degli stati sotterranei della psiche, rivendicando per sé il merito di averli scoperti e studiati, di ciò che potrebbe avere invece un carattere « supercosciente», cadendo parimenti fuor dai limiti della psiche comune, sembra non avere nemmeno un sospetto, per esso vale semplicemente come inesistente, tanto che nei trattati di psicanalisi non lo si trova mai nominato.

Da questa confusione, che attesta una singolare limitatezza di orizzonti e un vero primitivismo, deriva una seconda confusione, praticamente assai più grave, che riguarda il non distinguere la possibilità di una apertura verso l’alto da quella di apertura verso il basso, o, per usare i termini di A. Huxley, un «autotrascendimento ascendente» da un «autotrascendimento discendente». Cosi non ci si accorge che possono esistere esperienze dello «spirituale» (sempre nel senso dell’estrasensibile e dell’estranormale) che, nonostante tutto, hanno un carattere regressivo, che rappresentano non un «più» ma un «meno» rispetto al livello della personalità normale, sana e cosciente presa come criterio di misura. Il caso più perspicuo è, a tale riguardo, quello della medianità. Esso rappresenta il caso-limite, ma in via di principio la stessa direzione discendente è ritrovabile in un quadro assai più vasto, comprendente anche certe forme «estatiche» ottenute con mezzi vari anche ai nostri giorni e associantisi spesso, in chi le coltiva, ad un sentimento mendace di liberazione.

Un maestro dei nostri giorni[1] ha dato una caratterizzazione classica della situazione attuale col dire che dopo che lo scientismo e il materialismo hanno provveduto a precludere le aperture dell’uomo verso l’alto, le nuove psicologie, che hanno la pretesa di essere «spiritualistiche», stanno provvedendo a realizzare o almeno a propiziare aperture verso il basso, e qui non entrano in questione soltanto le psicologie ma anche gli aspetti dello «spiritualismo» in genere definiti dall’accennata, fondamentale incapacità di discriminazione. Lo stesso autore ha parlato di «fessure della Grande Muraglia»[2], per questa Muraglia intendendo simbolicamente la cinta protettiva naturale rispetto al mondo dell’«altra sponda».

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Apocalisse, XX, 7: «Satana sarà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra.»

Ora, si sa bene in quanti altri settori della civiltà moderna massificata, traumatizzata e agitata incrinature analoghe stanno delineandosi. Si potrà obiettare che noi ci limitiamo ad una critica negativa che scoraggia chi aspirasse sinceramente ad un qualche superamento positivo delle comuni condizionalità dell’uomo: perché le due cause accennate, che hanno dato luogo al sorgere dello «spiritualismo», permangono. Allora bisognerebbe porsi il problema di ciò che sarebbe richiesto da quello che abbiamo chiamato l’autotrascendimento ascendente, anziché discendente e regressivo, mirando pertanto alla regione che si estende non al disotto ma al disopra del livello della comune personalità. Però se si dovessero specificare tali condizioni, si riuscirebbe di nuovo a scoraggiare i più, dato che il realizzarle è cosa ben altrimenti difficile che l’aprirsi confusamente alla regione inferiore e a evocarne le influenze.

Come sempre ed ovunque è stato riconosciuto, a tanto sarebbe richiesta una specie di «ascesi», ossia di rigorosa autodisciplina, alla quale soltanto una esigua minoranza può sentirsi vocata e qualificata, tanto da essere capace anche di un vero impegno. Nonostante le importazioni massicce di uno Yoga più o meno adatto e volgarizzato, nonostante la voga che hanno lo Zen e discipline analoghe, nonostante il circolare di «Maestri» di varia e quasi sempre dubbia estrazione proprio negli ambienti « spiritualisti» (assai spesso in quelli più snobistici), si trova ben poco di valido nel mondo d’oggi. In senso stretto, si dovrebbe parlare di un addestramento «iniziatico» ma allora si avrebbe il dovere di aggiungere che oggi in Occidente la tradizione iniziatica non in senso vago e parodistico ma con riferimento a organizzazioni regolari autentiche sembra essere del tutto scomparsa.

Comunque si possono anche lasciare da parte queste prospettive ambiziose, il livello delle quali, per parlar chiaro, non sarebbe inferiore a quello della mistica e ascetica, perché un progresso potrebbe essere già costituito dall’avere il senso di ciò che nello spiritualismo, di la da ogni apparenza, può costituire un pericolo, dal superarne le confusioni che gli sono proprie e dal sapersi orientare in base a quei punti essenziali di riferimento che qui abbiamo cercato di indicare sommariamente.

Note

[1] E’ a René Guénon che Evola si riferisce (N.d.R.).

[2] Cfr. R.Guénon, “Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi”, Adelphi, capitolo XXV, “Le fenditure della Grande Muraglia” (N.d.R.).



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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