Il discorso sull’estinzione buddhista che salvó la vita ad Evola

Com’è noto, Evola intorno ai ventitré anni raggiunse il culmine di una grave crisi esistenziale, dovuta alla potenza di quell’impulso alla trascendenza in lui congenito, che egli non riusciva ad incanalare nella giusta direzione. La lettura di un passo di un testo del buddhismo delle origini diede al giovane Evola l’illuminazione necessaria affinchè quella crisi ed i pensieri di un gesto estremo fossero superati, anche se sempre sarebbe rimasto in lui il problema di “controllare una forza ridestata non suscettibile ad esaurirsi nelle comuni attività“. Proponiamo ai lettori dapprima il passo de “Il Cammino del Cinabro” in cui Evola ci racconta in prima persona questo delicato momento della sua vita,  e quindi il celebre “discorso sull’estinzione” che lo aiutò a salvarsi.

***

“Presi parte alla guerra, dopo aver frequentato a Torino un corso accelerato per allievi ufficiali di artiglieria. A tutta prima fui assegnato a posizioni montane di prima linea, vicino ad Asiago. Anche là continuai come potei i miei studi. Dalle esperienze della guerra e della vita militare non trassi però tutto ciò che esse in altre circostanze avrebbero potuto darmi, anche perché non mi trovai impegnato in azioni militari di rilievo.
Rientrato a Roma, mia città natale, dopo la guerra, gli anni che seguirono furono per me quelli di una grave crisi. Col compiersi del mio sviluppo, si acutizzarono in me l’insofferenza per la vita normale alla quale ero tornato, il senso dell’inconsistenza e della vanità degli scopi che normalmente impegnano le attività umane. In modo confuso ma intenso, si manifestava il congenito impulso alla trascendenza. In questo contesto, vi è anche da accennare all’effetto di alcune esperienze interiori da me affrontate a tutta prima senza una precisa tecnica e coscienza del fine, con l’aiuto di certe sostanze che non sono gli stupefacenti più in uso, e l’impiego delle quali richiede anzi, nei più, il superamento di una naturale rivolta dell’organismo e un particolare controllo di esso. Mi portai, per tal via, verso forme di coscienza in parte staccate dai sensi fisici. Passai non di rado vicino all’area delle allucinazioni visionarie e fors’anche della pazzia. Ma una costituzione fondamentalmente sana, il carattere autentico dell’impulso che mi aveva condotto verso queste avventure e una intrepidezza dello spirito mi portarono oltre.
Specie in base a quanto doveva risultarmi in seguito, tali esperienze non furono prive di alcuni frutti positivi. Mi fornirono punti di riferimento a cui altrimenti forse con difficoltà sarei giunto; ciò, anche nel campo dottrinale, nei riguardi della comprensione di retroscena nascosti di alcune forme del neo-spiritualismo e del cosidetto occultismo contemporaneo. Su di ciò, tornerò più oltre.
Le ripercussioni di tali esperienze valsero però ad aggravare la crisi dianzi accennata. In alcune tradizioni si parla, a tale riguardo, dell’«essere morsi dalla serpe». È un bisogno di intensità e di assoluto, a cui nessun oggetto normale appare adeguato. Donde, anche, una specie dì cupio dissolvi, un impulso a disperdersi e a perdersi. Le cose giunsero a tal punto, che avevo divisato di porre liberamente fine alla mia esistenza – allora, avevo circa ventitré anni. Questa soluzione problematica – la stessa che, sia pure con uno sfondo assai diverso, aveva portato un Weininger e un Michelstaedter alla catastrofe – fu evitata grazie a qualcosa di simile ad una illuminazione, che io ebbi nel leggere un testo del buddhismo delle origini (Majjhimanikāyo, I, 1). È il discorso in cui il Buddha indica, in una sequenza a crescendo, le identificazioni che il «nobile figlio», avviato verso il Risveglio, deve recidere. Sono le identificazioni col proprio corpo, coi propri sentimenti, con gli elementi, con la natura, con le divinità, col tutto, e così via, sempre più in alto, verso l’assoluta trascendenza. Il termine ultimo della sequenza, corrispondente alla prova estrema, è dato dall’idea stessa dell’«estinzione». Nel testo è detto: «Chi prende l’estinzione come estinzione e, presa l’estinzione come estinzione, pensa l’estinzione, pensa all’estinzione, pensa sull’estinzione, pensa ‘Mia è l’estinzione’ e si rallegra dell’estinzione, costui, io dico, non conosce l’estinzione». Fu, per me, una luce improvvisa. Sentii che quell’impulso ad uscire, a dissolvermi, era un vincolo, una «ignoranza», opposta alla vera libertà. In quel momento deve essersi prodotto in me un mutamento, e il sorgere di una fermezza capace di resistere ad ogni crisi”.

(da “Il Cammino del Cinabro” – ‘Il fondo personale e le prime esperienze’).

***

Discorso sull’estinzione

(da “I discorsi dei Majjhimanikâyo di Buddha Gotamo”, Laterza, Bari, 1921)

I Parte – I Discorso

Principio

Questo ho sentito. Una volta soggiornava il Sublime presso Ukkaţţhā, nel parco, al piede d’un albero magnifico. Là or si volse il Sublime ai monaci: “Voi monaci!” – “Illustre!” replicarono attenti quei monaci al Sublime. Il Sublime parlò così:

“Il principio di tutte le cose voglio mostrarvi, o monaci: ascoltate e fate bene attenzione al mio discorso”.

“Sì, o Signore!” replicarono allora attenti quei monaci al Sublime. Il Sublime parlo così: “Ecco uno, o monaci, che niente ha conosciuto, ch’è un uomo comune, senza intendimento per ciò che è santo, alla santa dottrina estraneo, alla santa dottrina inaccessibile; senza intendimento per ciò che è nobile, alla dottrina dei nobili inaccessibile. Egli prende la terra come terra e, quando ha preso la terra come terra, pensa ‘Mia è la terra’ e si allegra della terra: e perché? Perché egli non la conosce, io dico. Egli prende la natura come natura e, quando ha preso la natura come natura, allora egli pensa natura, pensa alla natura, pensa sulla natura, pensa ‘Mia è la natura’ e si allegra della natura: e perche? Perché egli non la conosce, io dico. Egli prende gli déi come dèi e, quando ha preso gli déi come déi, allora egli pensa déi, pensa agli déi, pensa sugli déi, pensa ‘Miei son gli déi’ e si allegra degli déi: e perché? Perché egli non li conosce, io dico.

Egli prende il Signore della generazione come Signore della generazione e, quando ha preso il Signore della generazione come Signore della generazione, allora egli pensa il Signore della generazione, pensa al Signore della generazione, pensa sul Signore della generazione, pensa ‘Mio è il Signore della generazione’ e si allegra del Signore della generazione: e perché? Perché egli non lo conosce, io dico. Egli prende il Brahmā come Brahmā e, quando ha preso il Brahmā come Brahmā, allora egli pensa il Brahmā, pensa al Brahmā, pensa sul Brahmā, pensa ‘Mio è Brahmā ‘ e si allegra del Brahmā: e perché? Perché egli non lo conosce, io dico. Egli prende l’Ultrapossente come Ultrapossente e, quando ha preso l’Ultrapossente come Ultrapossente, allora egli pensa l’Ultrapossente, pensa all’Ultrapossente, pensa sull’Ultrapossente, pensa ‘Mio è l’Ultrapossente’ e si allegra dell’Ultrapossente: e perché? Perché egli non lo conosce, io dico.

Egli prende l’illimitata sfera dello spazio come illimitata sfera dello spazio e, quando ha preso l’ illimitata sfera dello spazio come illimitata sfera delle spazio, allora egli pensa illimitata sfera dello spazio, pensa all’ illimitata sfera dello spazio, pensa sull’illimitata sfera dello spazio, pensa ‘Mia è l’illimitata sfera dello spazio’ e si allegra dell’illimitata sfera dello spazio: e perche? Perché egli non la conosce, io dico. Egli prende il pensare come pensato e, quando ha preso il pensato come pensato, allora egli pensa pensato, pensa al pensato, pensa sul pensato, pensa ‘Mio è il pensato’ e si allegra del pensato: e perché? Perche egli non lo conosce, io dico. Egli prende il conosciuto come conosciuto e, quando ha preso il conosciuto come conosciuto, allora egli pensa conosciuto, pensa al conosciuto, pensa sul conosciuto, pensa ‘Mio è il conosciuto’ e si allegra del conosciuto: e perché? Perché egli non lo conosce, io dico. Egli prende il tutto come tutto e, quando ha preso il tutto come tutto, allora egli pensa il tutto, pensa al tutto, pensa sul tutto, pensa ‘Mio è il tutto’ e si allegra dei tutto: e perché? Perché egli non lo conosce, io dico. Egli prende l’estinzione come estinzione e, quando ha preso l’estinzione come estinzione, allora egli pensa l’estinzione, pensa ‘Mia è l’estinzione’ e si rallegra dell’estinzione: e perché? Perché egli non la conosce, io dico.

Ma chi, o monaci, come lottante asceta, con petto pugnante cerca di conseguire l’incomparabile sicurezza, anche a lui vale la terra come terra e, gli è valsa la terra come terra, allora egli deve non pensare terra, non pensare alla terra, non pensare sulla terra, non pensare ‘Mia è la terra’, non allegrarsi della terra: e perché? Perché egli impari a conoscerla, io dico. Acqua, fuoco, aria, natura e déi, unità e molteplicità, il tutto vale a lui come tutto e, gli è valso il tutto come tutto, allora egli deve non pensare il tutto, non pensare al tutto, non pensare sul tutto, non pensare ‘Mio è il tutto’, non allegrarsi del tutto: e perché? Perché egli impari a conoscerlo, io dico. L’estinzione vale a lui come estinzione e, gli è valsa l’estinzione come estinzione, allora egli deve non pensare all’estinzione, non pensare ‘Mia e l’estinzione’, non allegrarsi dell’estinzione: e perché? Perché egli impari a conoscerla, io dico.

“Ed al Compiuto, o monaci, al Santo, perfetto Svegliato vale la terra come terra e, gli è valsa la terra come terra, allora egli non pensa terra, non pensa alla terra, non pensa sulla terra, non pensa ‘Mia è la terra’ e non si allegra della terra: e perché? Perché il Compiuto la conosce, lo dico. Acqua, fuoco, aria, natura e dei, unità e molteplicità, il tutto vale al Compiuto come tutto e, gli è valso il tutto come tutto, non pensa sul tutto, non pensa ‘Mio è il tutto’ e non si allegra del tutto: e perché? Perche il Compiuto lo conosce, io dico. L’estinzione vale al Compiuto come estinzione e, gli è valsa l’estinzione come estinzione, allora egli non pensa l’estinzione, non pensa all’estinzione, non pensa sull’estinzione, non pensa ‘Mia è l’estinzione’ e non si allegra dell’estinzione: e perché? Perché il Compiuto la conosce, io dico.

“Ed al Compiuto, o monaci, al Santo, perfetto Svegliato vale la terra come terra e, gli è valsa la terra come terra, allora egli non pensa terra, non pensa alla terra, non pensa sulla terra, non pensa ‘Mia è la terra’ e non si allegra della terra: e perché? ‘Diletta è radice di dolore‘: questo egli ha scoperto; ‘il divenire genera, il divenuto invecchia e muore‘. Perciò dunque, voi monaci, io dico, che il Compiuto, ad ogni sete di vita morto, svezzato, divelto, sfuggito, svincolato, è risvegliato nell’incomparabile perfetto risveglio. Acqua, fuoco, aria, natura e dei, unità e molteplicità, il tutto vale al Compiuto come tutto e, gli ò valso il tutto come tutto, allora egli non penso il tutto, non pensa al tutto, non pensa sul tutto, non pensa ‘Mio è il tutto’ e non si allegra del tutto: e perché? ‘Diletto è radice di dolore”: questo egli ha scoperto; ‘Il divenire genera, il divenuto invecchia e muore’. Perciò dunque, voi monaci, io dico, che il Compiuto, ad ogni sete di vita morto, svezzato, divelto, sfuggito, svincolato, è risvegliato nell’incomparabile perfetto risveglio. L’estinzione vale al Compiuto come estinzione e, gli è valsa l’estinzione come estinzione, allora egli non pensa l’estinzione, non pensa all’estinzione, non pensa sull’estinzione, non pensa ‘Mia è l’estinzione’ e non si allegra dell’estinzione: e perché? ‘Diletto è radice di dolore”: questo egli ha scoperto; ‘Il divenire genera, il divenuto invecchia e muore’. Perciò dunque, voi monaci, io dico, che il Compiuto, ad ogni sete di vita morto, svezzato, divelto, sfuggito, svincolato, ê risvegliato nell’incomparabile perfetto risveglio”.

Così parlò il Sublime. Contenti si allegrarono quei monaci sulla parola del Sublime.



Altri Autori

A proposito di...


'Il discorso sull’estinzione buddhista che salvó la vita ad Evola' has no comments

Vuoi essere il primo a commentare questo articolo?

Vuoi condividere i tuoi pensieri?

Il tuo indirizzo email non verrà divulgato.

"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

Tutto quanto pubblicato in questo sito può essere liberamente replicato e divulgato, purché non a scopi commerciali, e purché sia sempre citata la fonte - RigenerAzione Evola