[INEDITO] Volo e Spirito (L’Ala d’Italia, gennaio 1935)

di Julius Evola

Trattare dell’aspetto spirituale dell’esperienza del volo non è cosa facile, perché già da lunghe epoche prima della conquista effettiva, tecnica, dell’aria l’uomo tanto aveva aspirato a portarsi di là dalle cose materiali e corruttibili, verso i liberi cieli, che il volare come simbolo ha finito con l’assumere carattere di luogo comune, di facile retorica.

Oggi, naturalmente, le cose si presentano sotto una luce assai diversa. Non si tratta del misticismo che sempre circonfonde tutto quel che ci è lontano e che ci sembra irraggiungibile, non si tratta di poetiche divagazioni, di slanci lirici e di mitologiche traduzioni di nostalgie confuse, ma si tratta di significati superiori da trarre da un’esperienza effettiva propiziata dalle ultime, più sicure conquiste della civiltà meccanica. Certo, negli antichi simboli e negli antichi miti si trova un alto contenuto spirituale, ma, nei riguardi dell’uomo moderno, esso resta per così dire allo stato latente. A che questo contenuto si renda manifesto, occorre che il simbolo sia vissuto, che il mito sia realizzato: realizzato attraverso l’azione e non attraverso le vie esangui della cultura astratta.

Aereo fascioE ciò, effettivamente, ci riporta allo spirito che più è caratteristico per le nuove generazioni dell’epoca fascista. È infatti proprio a tali generazioni un superamento dell’elemento romantico, un ritorno allo spirito epico: esperienze, in cui lo spirito sia azione e l’azione sia spirito, secondo uno stile di chiarezza, di virile realismo, di forza temprata e autocosciente. Mussolini ha già avuto l’occasione di richiamare l’attenzione sulla forza educativa in senso superiore che promana dal contatto con la libera natura e soprattutto col mondo delle altezze montane e con mondo del mare. Se nel prorompere dello spirito sportivo vi è spesso della deviazione e della materialistica, pure – quando siano i migliori che si hanno in vista – questo aspetto va considerato solo come una malattia dell’infanzia e si deve riconoscere che spesso nell’intimo, irresistibile impulso che oggi porta le nuove generazioni fuor dalla piccola vita delle città, in vicende di ardimento fra il libero mondo degli elementi, trova le sue prime espressioni un istinto che è anche di liberazione interiore e di realizzazione spirituale.

Ciò vale poi in modo eminente per coloro che da una voce sconosciuta sono chiamati verso le vie dell’aria. È difficile che essi possano giustificare con un banale “perché” la loro vocazione. D’altronde, in un primo momento l’uomo è troppo debole e troppo impreparato per comprendere questa vocazione nel suo aspetto più profondo. Così, e attraverso impressioni ed emozioni, inesplicabili slanci e inesplicabili gratuiti entusiasmi che egli vien portato verso le altezze. Egli non saprebbe dire perché abbia cercato orizzonti sempre più vasti, velocità sempre più vertiginose, perché di volo in volo, di altezza in altezza, di pericolo in pericolo, egli abbia visto svanire e fuggire misteriosamente dietro di sé e sotto di sé anche tutto quel che nella sua ordinaria vita egli sembrava più certo, più essenziale, più appassionante. È che in sede di subcoscienza egli si trovi inserito in una realtà più vasta di quella “terrena” e che da essa riceve trasfigurazione.

Airplane Sun Evola Julius Ala Littoria L’interrompere i contatti con la terra, lo slanciarsi fra le nebbie e le nubi, nelle loro correnti e nelle loro trasformazioni, e poi ritrovare gradi crescenti di trasparenza e di chiarezza fino a che tutto si semplifica e si risolve, e si sbocca in pieno azzurro, in mezzo al sole splendente, nel libero cielo; l’affrontare altezze alpine, l’affrontare venti e tempeste aeree, il sentirsi inaccessibilmente sé stessi, fra gli elementi e al di sopra degli elementi, lucidi signori di una forza inflessibilmente diretta verso il suo scopo; l’andare incontro alle aurore marine, quando tutto  vien ripreso in un elemento omogeneo, in una soffusa immateriale vaporosità e la stessa sensazione del vapore si dimentica , sembra di essere sospesi miracolosamente in una solitudine beata e non-umana,  nella quale la luce sorge gradatamente come in una fioritura – queste e consimili esperienze del cielo non possono trovare un animo così chiuso, da non agire su di esso in senso di interiore risveglio.

E qui si tratta di ben altro, che non di lirismi o di sentimentalismi: anche a prescindere dal fatto che in chi è aviatore una strenua disciplina di autocontrollo, di sangue freddo, di lucidità ha già valso a render assai difficile ogni gratuita evasione. Si tratta piuttosto di esperienze profonde e indelebili, le quali gradatamente vanno a dar forma quasi ad una seconda natura. Non è azzardato affermare che qui sta il segreto delle più grandi imprese di volo, di quelle che sembrano aver davvero violato i limiti dell’umanamente possibile e il cui clima naturale è più quello di una semplicità di tipo superiore che non quello di un fumoso e coreografico entusiasmo. Ma qui sta anche la conquista di chi, nell’amare un mondo immateriale, puro, libero dagli uomini, dagli orizzonti prodigiosamente ciclici, come è quello che si rivela nel volo, non è l’amore di un giorno che ha vissuto: tanto che il cielo e il volare gli si trasformano poco a poco in elementi di un “modo d’essere”. Per costoro, ogni volare, ogni ascendere, ogni osare, ogni conquistare, diviene solo un mezzo contingente di espressione di una realtà interiore, la quale ne potrebbe avere infiniti altri. Costoro, in fondo, anche tornando alla terra  e alle pianure, alla vita grigia delle città con le sue piccole lotte, i suoi piccoli interessi, e le sue piccole passioni, mai lasciano il cielo. Per essi non vi è più l’ascendere o il discendere, l’essere in terra o in volo. Il volare sta nel loro spirito. Il simbolo è divenuto realtà. Essi si sono accresciuti di una forza nuova e strana, di un nuovo sguardo, di una nuova intrepidezza, che non si perdono più, che sono una conquista supermateriale, presente in qualsiasi momento e in qualsiasi vicenda della loro vita.

È allora che anche un antico, sepolto mondo di miti tradizionali può parlarci secondo parole viventi. Nell’Oriente ariano, ad esempio, si parlava di una gerarchia degli elementi: prima la terra, poi le acque, poi il fuoco, poi l’aria e infine l’aria che si risolve in etere – e l’etere veniva assimilato all’intelletto puro, “che è luce”. Si direbbe che questa gerarchia corrisponda alle singole tappe di una conquista umana nella storia, solo oscuramente consapevole dei valori di corrispondenti conquiste immateriali. Dopo che l’uomo si è reso signore della terra, delle acque, del fuoco, volgendo verso le vie dell’aria egli sta sulle soglie dell’ultima conquista e dell’altra conquista: quella dell’interna luce.

Apoteosi di Claudio julius evola volare simbolo aquilaIl volare ebbe sempre una naturale connessione con il simbolismo dell’Aquila. Un tale simbolismo ha carattere universale e i significati varii che esso comprende ci riportano parimenti ad un piano di pura spiritualità. Infatti all’Aquila si attribuiva, nell’antichità, la virtù di poter fissare intrepidamente il sole, simbolo di un indomabile ardire. L’Aquila nella tradizione iranica esprimeva la “gloria”, concepita non come un concetto astratto, bensì come una forza mistica oggettiva dall’alto viene a consacrare e a trasfigurare i duci e i dominatori. L’Aquila nella tradizione indù fu considerata come la portatrice del “soma”, cioè di una bevanda simbolica datrice di un’ebbrezza, che è anticipo di immortalità. Infine nelle nostre tradizioni classiche l’Aquila veniva riferita alle anime “regali” e “solari”, e il librarsi di un’Aquila dalle fiamme del rogo funerario , in fermo volo verso la solarità dei cieli valeva, nella romanità imperiale, come rito dell’”apoteosi”, cioè del divenire “divino” e immortale del Cesare morto.

Oggi, che il simbolo del volare è divenuto realtà, occorre che la realtà a sua volta in un certo modo divenga simbolo. Attraverso l’esperienza delle vicende del cielo bisogna saper trovare sempre  più consapevolmente le vie che conducono allo spirito. Allo spirito non come astratta cultura, o sentimentalità, o lirismo, ma come senso di qualcosa di trascendente, da tradursi i uno stile di virilità, di calma dominatrice, di intrepidezza: in una parola, in un nuovo stile epico. Allora i miti, cui abbiamo or ora accennato, riveleranno forse il loro segreto, in corrispondenza ad esperienze vissute, e sorgerà anche il presentimento di una relazione essenziale fra l’Aquila quale segno dei dominatori del cielo e l’Aquila quale simbolo imperiale. Poiché nell’Impero la nostra tradizione sempre concepì una realtà politica e in pari tempo superpolitica, qualcosa di superumano, di giustificato da una forza dall’alto: creazione di una stirpe di dominatori, che nella potenza uniscono quell’irresistibile vocazione per le distanze, per la culminazione dell’umano vivere, per le libere altezze e per gli orizzonti dall’oceanico respiro, la quale nelle vicende lungo le vie dell’aria trova oggi una delle sue più caratteristiche espressioni.


Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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