[INEDITO] Volo Invernale (L’Ala d’Italia, Aprile 1937)

di Julius Evola

L’umidità di questi giorni di curioso scirocco invernale ha trasformato il dolce paesaggio romano in una natura quasi nibelungica. All’Aeroporto del Littorio ondate di nebbia si susseguono rapidamente, trasformando i profili degli uomini, delle cose e degli apparecchi in ombre fantasticamente aureolate dalla luce mattudina. Si attendono notizie meteorologiche per la partenza per Venezia e Vienna. Le ultime, non sono per nulla buone. Nel Nord, predomina dappertutto nebbia fitta e bassa. L’attesa si prolunga, si diviene impazienti, vorremo che qui predominasse un po’ dello spirito di avventura e di amor del rischio proprio all’aviazione militare invece della nota, accurata preoccupazione per ogni misura di sicurezza. Son già le dieci, cioè due ore dopo l’ora stabilita per la partenza, e proprio quando stavamo per disporci pazientemente allo stato d’animo di rinviare il viaggio, si fa innanzi in fretta il pilota – un gigante veneto dal viso rude e glabro che nella sua enorme «salopette» di pelliccia sembra un’apparizione preistorica – lanciando un «Si parte».

In un minuto si è tutti nell’apparecchio. Si ultimano i rifornimenti e i controlli, rombano i motori, squilla la sirena di partenza dell’aeroporto, l’apparecchio si lancia fra la penombra nebbiosa, ondeggia, si stacca, s’innalza.

Cielo azzurro aereo evola esperienza voloSe delle vicende fisiche possono valere come  simboli e analogie per dei significati spirituali, poche di esse hanno, a tale riguardo, tanto valore quanto una ascesa simile per le vie dell’aria. Le confuse tinte brune e verdastre della terra balenanti fra la nebbia rapidamente si perdono in seno alla omogenea vaporosità delle caligini. L’apparecchio vi sembra sospeso, senza apparenza di moto. Le nebbie si infittiscono, si è al livello delle nubi vere e proprie, vi è come una crisi di luminosità, un rapido oscuramento, poi, a poco a poco, come in una trasfigurazione, subentrano gradi crescenti di chiarezza, di lievità, finché miracolosamente tutto si semplifica e si risolve – si sbocca in pieno azzurro, in mezzo al sole mattudino splendente, nel libero cielo.

L’apparecchio è già oltre le nubi. Con decisione trionfale ora si porta innanzi rombando, rigido nel suo volo come una freccia. Giù in basso si dispiega una favolosa fantasmagoria. Sono eserciti di nubi, sono armenti di nubi, sono turbini lenti di nubi ove la luce trasmuta in tutte le gradazioni di una incorporea vaporosità. Talvolta da questo tumultuoso mare bianco si slanciano mostruose arborescenze da «baobab», talvolta i più lontani orizzonti si perdono nostalgicamente in preziosi riflessi di verde-mare, di ametista, di turchese. L’indicatore di altezza, che va oltre i 3000 metri, e poi degli squarci nel mondo delle nuvole, attraverso i quali ci appaiono fuggevolmente lembi di una natura squallida e dirupata ci avvertono che stiamo sorpassando gli Appennini. Più oltre, già la visione dell’Adriatico, appena contesa da nebbie già rade. Le condizioni dell’atmosfera superiore sono ottime: non un contrasto di correnti aeree, non un’oscillazione dell’apparecchio, meravigliosamente equilibrato.

Venezia veduta aerea evola voloVolgendoci oramai verso Venezia, ci abbassiamo, seguiamo il limite fra la terra e il mare. I vapori dal basso a poco a poco ci raggiungono, ma essi non son più che una lieve caligine, attraverso la quale, nel senso di una cosa priva di vita, di decomposta natura, traspare la veduta panoramica delle paludi e degli acquitrini dell’estuario del Po: confusa promiscuità giallastro-nerastra di acqua e di terre. Scendiamo ancora. Non si è più che a 500 metri. Il senso della nostra velocità si rifà palese, case, campi, strade, canali, tutto è lasciato vertiginosamente indietro nella nostra scia. Ecco la laguna, ecco la visione confusa di ammassi di edifici. Di pinnacoli, di muraglie, di cupole fantasticamente emergenti dalle acque. Un ultimo tratto, un definitivo abbassamento di quota, discesa ferma e sicura su di un gran campo circondato da capannoni e da ridotte.

È l’aeroporto di Venezia. Già rombando, due apparecchi stanno in attesa: l’uno, con una grande croce uncinata, per Monaco, l’altro per  Vienna, il nostro. Si trasborda e malgrado che le notizie meteorologiche siano incerte, dopo pochi minuti ci stacchiamo di nuovo da terra, verso le Alpi, desiderosi di riguadagnare il tempo perduto.

Quel che gli Appennini ci avevano risparmiato, se lo son preso come rivincita le Alpi. Subito dopo la pianura veneta, al pieno dispiegarsi della prossima prospettiva nervosa alpina, siamo avvertiti dalla radio che la rotta ordinaria verso Tarvisio è impossibile, perché, più oltre, il cattivo tempo e le nebbie basse rendono problematico ogni orientamento, ma soprattutto la possibilità di un eventuale atterraggio. L’apparecchio si volge allora verso Cortina, penetra in un mondo sconfinato di vette, di nevi, di ghiacci, un panorama « ciclico » di centinaia di chilometri, un fantastico mare, le cui onde sono catene di alpi gradatamente emergenti dalle caligini delle valli o dalle nubi, susseguentesi all’indefinito.

Ma al punto di raggiungere la valle della Drava, per poi riprender la direzione di Vienna, ci troviamo improvvisamente di fronte ad un branco di grosse nuvole nerastre spingentesi tumultuosamente innanzi dall’Est. Ed ora si tratta di nubi vere e proprie, promananti nembi ostili di pioggia sferzante frammista a ghiaccio, sottese da un vento a strappi contro cui l’apparecchio deve impegnare tutte le sue forze. La salda, « olimpica » drittezza di volo ha fine. Investito dal vento, l’apparecchio a momenti sembra immobile nell’aria; poi, passata la folata, riprende il suo slancio. Ora esso, come sollevato da un’onda, va in alto bordeggiando a destra e a sinistra; ora discende improvvisamente già, quasi come aspirato da un risucchio, per riprendere più a bassa quota la sua corsa. Vediamo dall’indicatore delle altezze che ci portiamo a sempre più alta quota, ma ciò non vale ancora a farci riguadagnare il libero cielo. La pioggia batte insistentemente sui finestrini, più che pioggia è nevischio, e lungo le scanalature delle ali cominciano a formarsi delle placche gelate.

Alpi dall'alto evola voloIl contrasto non potrebbe essere più singolare. Siamo in una specie di piccolo salotto azzurro stile novecento, elegante, confortevole, riscaldato, su comode poltrone di cuoio, in sei fra tutti, comprese due giovani signore dall’insidioso profumo e un radiotelegrafista dinanzi, che sembra un amatore alla ricerca di musiche corrispondenti all’una o all’altra lunghezza d’onda. E questo piccolo, tepido, intimo  mondo vivente si trova sospeso nel vuoto a più di quattromila metri, sulle altezze nevose delle selvaggie Alpi tirolesi, fra la pioggia e il vento. Difficilmente « noi » fra gli elementi e al di sopra degli elementi, un esser « noi », lontani da tutte le cose laggiù, liberi, signori di una forza più forte fermamente diretta verso il suo scopo.

Così ci è venuto di pensare al valore più profondo che può avere l’andar per le vie dell’aria anche in coloro che più son stati resi ottusi dalle « routines » della vita pratica quotidiana e da forme inferiori, materiali, di attività. Da simili esperienze, quasi malgrado loro, possono esser ridestati presentimenti di significati superiori. Il viaggio aereo può effettivamente avere un valore educativo nel senso più alto del termine, perché ricco di esperienze le quali, nella loro forza suggestiva, non possono non agire sulle forze più profonde dell’animo, in un piano già più intimo ed essenziale di quello che è solo « emozione ». Ma, di ciò, avemmo già a scrivere in queste stesse colonne, trattando del « Volo e  Spirito ». Ora che la navigazione aerea ha raggiunto un massimo di sicurezza, più grande sarà il numero di coloro che preferiranno le vie dell’aria, più grande sarà anche il numero di coloro che porteranno con loro nella vita ordinaria una nuova forza, che ridiscenderanno arricchiti da un nuovo sguardo, da una nuova interna libertà, da un elemento imponderabile spiritualmente vivificatore.

Julius evola meditazione esperienza volo invernale ala littoria jakob alt ballonfahrt ueber wien aquarell 1847Sulle Alpi, a tentare l’un valico aereo dopo l’altro, abbiamo poi saputo che si è perduto molto tempo: un tempo, trascorso come un attimo. Oltre i ghiacci del Gross-Glockner, la calma ritorna nell’atmosfera. L’apparecchio scende di quota, riprende il suo volo dritto vibrato fra una tenue azzurrina vaporosità, verso Oriente. Incerto sul luogo del migliore atterraggio, il radiotelegrafista chiede e riceve ininterrottamente risposte. Ad un tratto, si scende rapidamente, riaffiora la visione della pianura preziosamente grigio-cenere col conglomerato biancastro sparpagliato di una grande città e una grande indolente spira argentea che, in fondo, fra i riverberi di questo pallido sole pomeridiano, sembra fluida luce: il Danubio. È Vienna. Ultimo abbassamento, ripresa di contatto con la terra, rallentamento, breve corsa, arresto. Subito la porta semigelata della carlinga viene aperta da un uomo in uniforme militare che scatta sugli attenti e ci dà il benvenuto della terra straniera col saluto tradizionale austriaco: « Grüss Gott! ».



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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