Una intervista a Julius Evola del 1971

La presente intervista, rilasciata da Evola  a Gianfranco de Turris e pubblicata sul n.11 de “L’Italiano” del Novembre 1971, offre al lettore, che si avvicina per la prima volta all’opera evoliana, gli indirizzi necessari per un accostamento alla lettura degli scritti dell’Autore, secondo una successione e una gradualità indicati dallo stesso Evola. Pertanto, rappresenta anche un compendio per un’introduzione alla bibliografia essenziale.

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Nei suoi scritti ricorre il concetto di Tradizione. Vuol spiegare brevemente, in che senso speciale usa questo termine?

E’, essenzialmente, il senso ad esso dato da Renè Guènon e dal suo gruppo. Intanto, per “civiltà tradizionale” si intende una civiltà organica, tale che in essa tutte le attività sono orientate in modo unitario secondo una idea centrale e, propriamente, “dall’alto e verso l’alto”. “Verso l’alto” significa verso qualcosa di superiore a ciò che è naturalisticamente e semplicemente umano. Questo orientamento presuppone un insieme di principi aventi una immutabile validità normativa e un carattere metafisico. A tale insieme, può darsi il nome di Tradizione al singolare, perché i valori e i principi di base sono essenzialmente gli stessi nelle singole tradizioni storiche, a parte una varietà di adattazioni e formulazioni. Chi riconosce tali valori e li afferma, può dirsi “Uomo della Tradizione”.

Vi è chi ha chiamato la sua opera “Rivolta contro il Mondo Moderno” quella dello “Spengler italiano”. Crede che ciò sia giusto?

Non lo è, perché l’unico punto di incontro è la constatazione del “tramonto dell’Occidente”(però per lo Spengler questo tramonto riguarda solo uno dei molti cicli da lui considerati, non quello di un vasto ciclo che ha preso inizio in tempi remoti). Tutta la concezione dello Spengler si basa su una “filosofia della vita” non solo ignara dei valori della trascendenza ma perfino ostile ad essi. Vien dato risalto al sangue, alla razza, alla volontà, si parla delle due “caste originarie”, guerrieri e sacerdoti, ma senza nessuna prospettiva o dimensione metafisica. Si esalta il substrato istintivo, “materno”, legato alla terra, e perfino inconscio, dell’esistenza, contrapponendolo allo “spirito” e all’ ”esser desto”, nei quali si troverebbe già il principio della decadenza. Le idee a cui mi riferisco sono l’antitesi più netta di tutto ciò. Quel che Spengler dice su tradizioni, come il buddhismo, il taoismo, lo stoicismo, ecc. dimostra una incredibile incomprensione. E’ in varie considerazioni particolari, non nella sua filosofia generale, che in Spengler si trovano molte cose valide.

E’ stato detto che i suoi libri hanno avuto una maggiore risonanza all’estero e specialmente in Germania che non in Italia. Come spiega questo?

Se ci si riferisce all’Italia di oggi, la cosa è solo naturale, dato il clima generale e date le cricche imperanti. Forse è singolare solo che la congiura del silenzio con cui mi si vuol gratificare comprende anche certi elementi che vorrebbero essere anticonformisti e di destra. Il dilettantismo e l’indifferenza a pensare a fondo a certe posizioni ne dà forse la spiegazione (nei casi migliori). A parte l’oggi, la cultura italiana in genere non offre di certo il terreno migliore per l’accettazione e la comprensione di dottrine “tradizionali”. L’alternativa ad un pensiero liberale-borghese, agnostico e legato ai trivi accademici sembra essere soltanto il cattolicesimo col suo settarismo e i suoi ristretti orizzonti. In Germania, oltre alla presenza di resti di autentiche forme politico-sociali tradizionali (alludo ad un retaggio anteriore all’hitlerismo), molti ambienti avevano comprensione per tutto ciò che è simbolo, mito, “visione del mondo”. Ma ho detto “avevano”, perché la Germania attuale presenta, spiritualmente, un carattere ancor più squallido e vuoto e vuoto dell’Italia stessa (ove in questa si prenda in considerazione l’atteggiamento di parte della gioventù). Attualmente sembra che la Francia, più che la Germania, nutra interesse per le idee da me difese: lo prova, fra l’altro, il numero dei libri tradotti in francese nel dopoguerra- compresa la “Rivolta contro il Mondo Moderno” che dovrebbe uscire fra breve- mentre in Germania, dove essa a suo tempo aveva suscitato tanto entusiasmo, non si trova modo di ristamparla.

Avendo accennato al cattolicesimo, come giudica il fatto che vari gruppi che si dicono “tradizionali”(nel senso suo) e di Destra e che avevano spesso seguito le sue idee si sono “cattolicizzati”? Tra l’altro spesso si tratta di giovani.

Pur senza dar troppa importanza al fenomeno, trovo che ciò è piuttosto sconfortante. Qui non è il caso che esponga le ragioni della affermazione da me ripetutamente fatta: “Chi si dice tradizionale per essere cattolico, non è tradizionale che a metà”, il che oggi, dato l’orientamento ultimo, post-conciliare e “aggiornato” della Chiesa vale più che mai. Intendiamoci: sono pronto a riconoscere e rispettare chi è sinceramente cattolico e per via di un qualche arrangiamento personale ha trovato, così, un senso della vita e una sicurezza. Io me ne guarderei dal disturbarlo, se resta nel suo dominio e se ne sta tranquillo. La cosa, è diversa nel caso di chi ha avuto occasione di conoscere più vasti orizzonti, a carattere non semplicemente religioso, ma metafisico. Allora si deve senz’altro parlare di una regressione o di un fallimento. Di nuovo, non ho nulla da obiettare quando si fa marcia indietro, riconoscendo l’insufficienza della propria qualificazione, ripiegando su vocazioni meno ambiziose. Ma nei casi in cui questo non appare ben chiaro in un sincero esame di coscienza e della propria possibilità, nei casi in cui, anzi, si assume un atteggiamento fazioso e si pretende perfino di giudicare dall’alto, la malafede è evidente e si sarebbe tentati di rimettere le cose a posto in modo energico – se ne vale la pena.

Lei ha conosciuto direttamente il movimento nazionale del precedente periodo non solo nella sua forma italiana fascista e in quella tedesca nazionalsocialista, ma nella forma romena (la Guardia di Ferro). Può tracciare un rapido confronto tra tali forme?

codreanuLa risposta può essere data da ciò che a suo tempo mi disse Codreanu, che ho già avuto occasione di riferire e che mi sembra giusto. Nel fascismo (classico, del ventennio) il centro stava nell’idea dello Stato, come forza formatrice, con rievocazione del simbolo romano. Nel nazionalsocialismo l’accento cadeva su una mistica del Volk (la parola è ambivalente, si può tradurre con razza-popolo), con forte risalto all’elemento biologico e con un Führer che non incarna una sovranità o dignità sovraelevata ma è un semplice membro del Volk, che guida. La Guardia di Ferro voleva affrontare il problema della ricostruzione della nazione su una base propriamente spirituale, mistica in senso quasi religioso (secondo le possibilità speciali offerte dalla chiesa greco-ortodossa, la quale ha un carattere nazionale): oltre all’elemento militare e “legionario”.

Se permette una domanda più personale: come è che non si è voluto mai iscrivere al partito fascista, eppure si trovò fra coloro che, dopo la sua liberazione, Mussolini incontrò per primi al Quartier Generale di Hitler, mentre una quantità di “iscritti al partito” aveva cambiato o stava per cambiare bandiera?

Sarebbe lungo narrare le circostanze per le quali mi trovai al Quartier Generale di Hitler. Quanto al resto, gli stessi concetti di “partito” e di “iscrizione al partito” erano per me, residui di democrazia e di organizzazione di massa. Non ammettevo che l’idea stessa di “partito”, che anche quando è divenuto “unico” non ha mancato di accusare, sotto vari aspetti, le origini. Se il fascismo avesse dato luogo a qualcosa come un Ordine, senza dualismi fra “partito” e organizzazione dello Stato, la cosa sarebbe stata diversa. D’altra parte – come risulta dal saggio critico “Il Fascismo” pubblicato da Volpe, ora anche in seconda edizione – su molti aspetti del fascismo avevo le mie riserve, e il mio intento era di dare un contributo (che purtroppo fu quasi inesistente, salvo nei riguardi della formulazione del problema della razza, che aveva incontrato l’approvazione di Mussolini) a che prevalessero, nel fascismo, le sue possibilità superiori. In genere, la fedeltà ad una idea mi fece restare su posizioni che altri disertavano. D’altronde, rivelerò che io feci, malgrado tutto,una domanda di iscrizione al partito fascista: solo per solo per superare certi ostacoli che alcuni “cari camerati” avevano frapposto alla mia domanda di prendere parte, col mio grado di ufficiale, alla campagna di Russia. Ma non se ne fece nulla.

Molti giovani acquistano e leggono indiscriminatamente i suoi libri. Cosa pensa a tale riguardo?

fascismo-e-terzo-reichPenso che la cosa può dar luogo a pericolose confusioni. Quando si tratta di giovani ad orientamento prevalentemente politico o politico-culturale, sarebbe bene che ci si limitasse a “Rivolta contro il Mondo Moderno“, per un quadro di insieme, per la conoscenza di ciò che fu il mondo della Tradizione e di ciò che è il mondo moderno, nonché per avere una idea di una “metafisica della storia”, opposta alla storiografia corrente. Si può aggiungere Il Mistero del Graal e Gli Uomini e le Rovine (anch’esso ristampato da Volpe tre anni fa) , tenendo presente, però, che il secondo fu scritto presso una congiuntura speciale, come eventuale orientamento per uno schieramento che poi non si costituì. Quanto a gran parte degli altri libri, trattanti l’una o l’altra “dottrina interna” tradizionale e “esoterica”, essa può essere letta solo per ampliare gli orizzonti, senza farsi illusioni sulla realizzabilità di certi fini che anche in tempi ben più propizi dei nostri ebbero un carattere eccezionale e richiesero specialissime qualificazioni. Per quel che riguarda non la dottrina, ma il piano pratico, gli unici compiti ragionevoli (ma già abbastanza alti) riguardano la formazione di sé. Da giovani, è facile entusiasmarsi per certe idee (che spesso vengono riposte in soffitta quando si fanno avanti le cosiddette “necessità della vita”); è anche facile fare i rivoluzionari a parole, dato che le possibilità di farlo in modo da rovesciare realmente la situazione attuale è minima; meno facile è darsi prima di tutto una disciplina, una linea ferrea di condotta per la vita di tutti giorni. A tale riguardo, è soprattutto la lettura di Cavalcare la tigre e in parte di L’arco e la clava che può essere utile. Per me, quel che essenzialmente importa in una persona è la usa “realtà esistenziale”. E qui il punto essenziale è essere in tutto e per tutto antiborghesi, insofferenti per ogni compromesso e conformismo borghese.

cavalcare la tigreIn altri tempi, Ernst Junger ebbe a scrivere queste parole, che oggi di certo non sottoscriverebbe più, perché anche lui, il combattente pluridecorato, si è normalizzato e rieducato: “meglio essere un delinquente che un borghese”. Naturalmente, è un paradosso. Tuttavia sono parole sul senso ultimo delle quali si dovrebbe riflettere. I giovani, li attendo al traguardo, almeno dei trent’anni. La prova se i loro entusiasmi e interessi di oggi(compresi quelli suscitati dalla lettura di opere “tradizionali”) hanno una radice profonda, sarà data dal loro aver tenuto ben fermo fino a allora, in tutti i domini.

Per concludere vorrei chiederle: ricorre spesso nei suoi libri e nei suoi articoli il riferimento ad un “tipo di uomo differenziato”, specie in quelli che trattano di “orientamenti essenziali”. Potrebbe dirci che cosa intende con una simile definizione?

Una risposta che esaminasse a fondo la questione ci porterebbe alquanto lontano: per essa sono costretto a rimandare al mio Cavalcare la tigre. Ma, con riferimento particolare al problema del sesso e dell’eros, può essere sufficiente dire che il “tipo di uomo differenziato” è quello che, come personalità, è in grado di assumere un atteggiamento attivo, anziché passivo, di fronte a tutto ciò che in lui è istintualità, passione, impulso, affettività, “natura”. E’ colui che, almeno in parte, ha in sé quel principio che un’antica filosofia chiamò il “sovrano interiore”, l’Egemonikon. Nel campo del sesso, come in altri campi, per lui dovrebbe valere la norma: “Ti sia lecito fare ciò di cui sai che, se vuoi, puoi astenerti.


Gianfranco De Turris

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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