Italia e Germania: che cosa ci divide, che cosa ci unisce (II parte)

di Julius Evola

tratto da “La Vita Italiana”, maggio 1937

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segue dalla prima parte

Il problema economico

Passiamo al dominio economico-sociale. Dove stia la concordanza, è noto a tutti. Fascismo e nazionalsocialismo si pongono come superamento del marxismo e dichiarano guerra al comunismo. Vi è altrettanta concordanza nell’assetto positivo e ricostruttivo dei due movimenti? È lecito porsi questo problema. Certo, bisogna tener presente che la situazione dei due paesi, in fatto di economia, è assai diversa. Il marxismo, e conseguentemente la lotta di classe, in Italia non hanno mai avuto lo sviluppo e la profondità che stavano per assumere nella Germania, paese altamente industrializzato, dopo il crollo dell’antico regime: e ci si può dunque chiedere se delle diversità dipendano più da ciò, che non da una divergenza vera di principii. Inutile ripetere cose note a tutti.

L’economia fascista, come corporativismo, è una sintesi equilibrata fra l’elemento privato e quello pubblico, fra capitalismo e giustizia sociale, fra solidarietà nazionale, interesse particolare e idea sindacale. Le velleità «pancorporative» di alcuni intellettualoidi semi-fascisti possono ormai considerarsi definitivamente liquidate.

Il fascismo non imbocca la via di Mosca, in nessuna guisa, né come economia «sociale» che scala lo Stato e si identifica alla politica, né come una statizzazione burocratica dell’economia. La legislazione tedesca del lavoro ha in comune con quella fascista l’esigenza di giustizia sociale e l’articolazione corporativa: solo che le soluzioni ad essa relative contengono, a loro volta, un problema, una doppia possibilità. Questa legislazione, come è noto, non tiene nessun conto dell’elemento sindacale e classista: vuol ricostruire in seno alla stessa azienda l’unità lesa attraverso una specie di militarizzazione di questa, giacché l’imprenditore e le maestranze vengono concepite nello stesso rapporto di un capo (Leiter, Führer) e del suo seguito (Gefolgschaft), stretto al primo da un rigido vincolo di «fedeltà». Il marxismo sembrerebbe dunque saltato a piè pari, per un verso. Ma attraverso i cosidetti consigli di azienda, nei quali delle rappresentanze operaie sono direttamente ammesse ad assistere i dirigenti (una assistenza che, in determinate circostanze, potrebbe ben trasformarsi in un sindacare ogni loro iniziativa), il nemico cacciato dalla finestra potrebbe benissimo rientrar per la porta.

La nuova legislazione tedesca del lavoro presenta dunque tanto una possibilità, diciamo così, di riorganizzazione «feudale» o corporativa non nel senso nostro, ma in quello antico; quanto una possibilità «socialistica» – ed è significativo il fatto che, per considerare appunto l’aspetto di latente «socializzazione» dell’azienda, i pancorporativisti nostrani abbiano voluto vedere nell’organizzazione nazista dell’economia un passo avanti rispetto a quella fascista. D’altra parte, in molti ambienti intellettuali tedeschi non mancano spunti polemici contro il corporativismo fascista: ad esso si muove il rimprovero di aver semplicemente riformato e moderato il sistema capitalistico, restando entro l’orbita di una idea «romana» e «occidentale» (in «occidentale» si legga: franco-britannica). Da qui, una differenza fondamentale rispetto alla rivoluzione nazista che, rifacendosi ad una idea germanica strettamente sociale, lotterebbe per realizzare una economia comune nazionale, allo stesso modo che un «diritto comune», distinto da quello romano.

Queste sono, naturalmente, delle tendenzialità: delle quali però si deve tener conto, anche per il fatto che, come subito vedremo, esse derivano da una attitudine generale inerente al nazismo propriamente «rivoluzionario». Di contro a tale aspetto del nazismo sta però l’intero fronte dell’industria pesante tedesca, con le sue connessioni con la Reichswehr (1), e questi due elementi a tutt’ora mantengono in modo sufficientemente saldo le loro posizioni, professando però idee conservatrici.

La conclusione di queste considerazioni è chiara. Da parte nostra, non vale la pena di rilevare che accuse, come quelle sopra accennate, fatte all’economia fascista, cadono nel vuoto: noi non difendiamo il capitalismo come tale né stipuliamo dei compromessi, ma teniamo fermo ad un sistema, sia economico, sia giuridico, nel quale interesse generale e esigenza sociale si concilino con le premesse indispensabili per tutelare il valore e la dignità della personalità umana: senza di che, si avrà solo un fac-simile di bolscevismo. L’affinità fra i due regimi sarà dunque sempre più sostanziale, nella misura in cui le tendenzialità «sociali» del nazismo rivoluzionario trovino negli elementi conservatori la loro rèmora, tanto che il momento propriamente corporativo (ständisch nel senso della scuola di Othmar Spann) venga a prevalere su quello collettivistico-nazionale nello sviluppo della Germania di domani. Il 30 giugno, del resto, ebbe anche il significato di una eliminazione di tendenze estremistiche, accusate già dal von Papen, le quali volevano preparare la cosidetta «seconda ondata» avendo nel loro programma, ha l’altro, la socializzazione della proprietà. Il fatto che la Germania abbia oggi essenzialmente il suon centro di gravità nella politica estera e gli elementi più importanti per questa (Reichswehr e diplomazia) restino essenzialmente conservatori, ci può valere per una garanzia contro ogni tendenza economica radicalista nella Germania attuale.

La concezione dello Stato

Passiamo al campo della concezione generale dello Stato. La teoria del rapporto fra nazione e Stato costituisce un punto di divergenza fra fascismo e nazismo. Secondo il fascismo, è lo Stato che crea positivamente la nazione. Lo Stato è il portatore attraverso una minoranza eroica e autoritaria – di una idea costituente l’esenza della nazione, epperò ha il senso di una aristotelica entelechia, di un principio spirituale formatore e organizzatore dall’alto su di una sostanza che, senza di ciò, resterebbe caotica e disgregata, sarebbe quella «misteriosa e mitica entità», che è il «popolo» della concezione demoliberale.

Almeno in teoria, al nazionalsocialismo è invece propria una svalorizzazione della personalità e della sostanzialità dello Stato. Per esso, è la nazione (Volk) che crea lo Stato e che ne condiziona la forma. Lo Stato è il mezzo, la nazione o popolo è lo scopo. Lo Stato, inteso come un potere centralizzato autonomo munito di vita propria, è avversato dalla teoria razzista quasi quanto lo è dal marxismo o dal giusnaturalismo. Gli estremisti del nazismo van poi tanto oltre, da accusare nello Stato così concepito, di nuovo, una idea «romana», antigermanica e (per taluni) perfino … ebraica. Curioso – poiché questi epiteti allora dovrebbero applicarsi, e a più forte ragione, anche all’idea prussiana dello Stato, allo Stato degli Asburgo e degli Hohenzollern. E infatti questi estremisti non esitano a rinnegare il miglior passato tedesco, ovvero a falsificarlo, mettendone in luce solo gli aspetti che si accordano con le loro fisime social-rivoluzionarie. Ed essi inclinano anche a stabilire una analoga opposizione per quel che riguarda la concezione del Capo.

Mentre nel Duce fascista emergerebbe, secondo loro, la figura dominatrice del Cesare, nel Duce nazista si avrebbe piuttosto il padre e il fratello del suo popolo, il « milite ignoto» che esce dal suo incognito e si pone alla testa della sua razza, pronto al sacrificio, se la Provvidenza così vuole (espressioni testuali e recenti di Heinz Marr).

Anche prescindendo da siffatti estremismi, la divergenza sussiste. Il fascismo sostiene una concezione etica dello Stato, mentre il nazismo ne sostiene una che, in fondo, è naturalistica. Ciò appare di tanto più chiaro, se si pone mente che, una volta subordinata l’idea di Stato a quella di nazione o popolo nel senso di una specie di «democrazia germanica» (Hitler), la nazione o popolo, nell’ideologia nazista, viene poi identificata alla razza. La razza è il contenuto, è l’essenza – dice lo Hitler – lo Stato è solo il contenente. Uno Stato ha valore solo se la razza ha valore ed è pura. Come autorità, esso ha senso solo se si intende a proteggere e potenziare la razza nel popolo. Vien dunque presupposto che il popolo, come razza, abbia già una sua forma e tutto quel che occorre per valere: bisogna solo toglier di mezzo ogni ostruzione, prevenire ogni alterazione, ed allora ogni ideale politico sarà realizzato e il popolo avrà le forme che si confanno al suo naturale sviluppo. Il centro, dunque, si sposta dal piano etico-politico a quello biologico. Si sa bene quali effetti miracolistici si attendono, in Germania, per tutti i domini, da una cultura di tipo quasi zootecnico della razza. Tutto ciò è naturalmente estraneo quanto mai al pensiero fascista, come lo è, del resto, anche a tutta la precedente tradizione tedesca.

Il razzismo

Qui, naturalmente, non possiamo pensare a fare un’analisi del fenomeno razzista e dei suoi miti. Per l’indole del problema che ci occupa importa soprattutto esaminarne la logica in termini di azione politica, cioè precisare le finalità che ad esso, come «mito», son proprie. Si dice che il razzismo conduce fatalmente ad un pluralismo e ad un particolarismo. In sede di dottrina, ciò è verissimo. Il razzismo integrale riconosce una legittimità solo a quegli ordinamenti politici, a quei valori etici, a quei principi giuridici, a quegli ideali estetici, a quelle concezioni religiose che corrispondono ad un dato sangue e non ad un altro, cessando così di esser valide e vere là dove un ceppo etnico dà luogo ad un altro ceppo etnico, ed avversa, tale razzismo, ogni idea universale, ogni valore super-razziale, super o extra-nazionale, ogni pretesa, da parte di una verità o principio, di valere in sé e per sé. La razza è un destino, e nessuno può sottrarvisi senza degenerare. Allora si avrebbe divergenza piena rispetto al fascismo, dato che il fascismo, per lo stesso fatto di non ridurre la nazione alla razza e condizionare la nazione ad una idea spiritualmente (extra-biologicamente) organizzatrice, è inclinato ad assegnare a questa idea compiti di un’organizzazione ancor più vasta, giungendo così a rievocare l’idea e la vocazione supernazionale e romana dell’Imperium.

Venendo però al fatto pratico, la divergenza non si presenta proprio in questi termini di universalismo romano e di particolarismo razzista. Le cose andrebbero così, se il nazismo potesse riferirsi ad una razza pura ben determinata e chiusa in un dato Stato. Esso invece, dopo aver ricondotto la nazione alla razza, finisce poi col riportare la razza ad un concetto assai più vasto e indeterminato, che è il Deutsches Volkstum, o popolo di ceppo tedesco, nel quale il razzismo è costretto a riconoscere la mescolanza di almeno cinque razze distinte e che dalla legislazione nazista per la protezione della razza resta definito solo negativamente, per esclusione di ebrei e di razze di colore. La parola d’ordine «Blut ist Schicksal» (2) dà luogo allora all’altra «Ein Volk, ein Reich», nella quale, come Volk, si intende il «popolo tedesco» in genere, dovunque esso si trovi. A questa stregua il razzismo appare più o meno come la tattica di un imperialismo sui generis: col razzismo la nuova Germania cerca di ravvivare la coscienza di una fatale comunanza e di una necessaria unità di tutti i ceppi tedeschi, intesa a preparare il loro riassorbimento nell’unico Reich. È qui che la stessa teoria nazista dello Stato subordinato alla razza svela forse la sua vera finalità, che è di prevenire, scalzare o limitare la ragion politica ovunque elementi tedeschi si trovino sotto Stati non tedeschi.

Da noi, di tutto ciò si sa poco. E qui sta la divergenza, a parte il lato soltanto dottrinale dell’ideologia. Nei termini ora dindicati, il razzismo potrebbe alimentare un nuovo pangermanesimo semi-collettivista volgendo in una direzione, sulla quale la Germania mai potrebbe incontrarsi, col fascismo, né idealmente, né politicamente. Un incontro sarebbe ancora possibile quando i due popoli riconoscessero entrambi una superiore missione di impero e aspirassero ognuno a realizzarla oggettivamente, nell’ordine delle possibilità proprie ad ognuno, in una corrispondente suddivisione di compiti, previa una intesa su alcuni punti fondamentali.

Come il Papa cessa di esser l’uomo in una data nazione quando assume la sua funzione, così, nel modello dell’Impero medioevale, l’imperatore affermava la sua autorità non in quanto principe di una data stirpe, ma in quanto imperator romanus e la sua funzione, effettivamente, nella storia fu assunta successivamente da esponenti di varie nazioni. Insomma, aspirare all’impero non si può senza elevare fino al piano di un universalismo dello spirito il proprio elemento nazionale.

Note

(1) Con il termine Reichswehr (letteralmente “Difesa del Reich”) vennero indicate le forze armate tedesche dal 1919 al 1935. Dal 16 marzo 1935 esse furono poi rinominate dal regime nazionalsocialista, com’è noto, Wehrmacht (“potenza, forza di difesa”) (N.d.R.).

(2) In tedesco, “Il sangue è destino” (N.d.R.).

segue nella terza ed ultima parte



Julius Evola

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