Italia e Germania: che cosa ci divide, che cosa ci unisce (I parte)

di Julius Evola

tratto da “La Vita Italiana”, maggio 1937

Lo sviluppo della politica contemporanea sembra esser giunta ad un punto, nel quale una considerazione approfondita dei rapporti tra Italia e Germania si rende particolarmente attuale. Varie esperienze sono state fatte, tanto da aver dinanzi quanto occorre per una discriminazione positiva, per una separazione del «pro» dal «contro» e quindi per una determinazione del criterio di orientamento per un miglior futuro.

Parlando di rapporti fra Italia e Germania, qui, non intendiamo riferirci al piano semplicemente politico. Come, su tale piano, le cose stiano, è più o meno noto a tutti e, nel riguardo, a noi non occorrerà dire che qualche parola. Il vero problema si formula invece nei seguenti termini: dal giuoco dei fattori contingenti, al quale soggiace inevitabilmente ogni politica realistica e ogni mera «ragion di Stato», è sorto a vita, nell’ultimo periodo, qualcosa, che potrebbe ricevere anche una giustificazione superiore e divenire, allora, principio di una vera ricostruzione europea. Questo «qualcosa» è appunto ciò che noi già molto tempo fa chiamammo l’alleanza verticale (opposta a quella «orizzontale» definita dalla politica a morsa franco-russa) e che oggi è stato consacrato dalla nota formula mussoliniana «asse Roma-Berlino» (1).

A definire questa intesa, a tutt’oggi stanno soprattutto comuni interessi politici e comuni avversarii internazionali. Italia e Germania si trovano accomunate per via della loro attitudine rispetto alla Società delle Nazioni; si trovano poi accomunate dalla loro qualità di «popoli senza spazio» predestinati ad un dinamismo espansivo; infine, si trovano accomunate dalla loro attitudine anzitutto anticomunista e poi, in ispecie, antisovietica (antirussa). Queste ci sembrano le basi positive fondamentali dell’intesa. Il punto di discrepanza sarebbe invece costituito dal problema della riorganizzazione dello spazio centro-danubiano, con particolare riguardo al problema austriaco. Tale problema sembra però esser stato aggiornato di comune accordo, essendovi, per ora, motivi più forti a cui subordinarlo. Inoltre, è comune interesse dell’Italia e della Germania lavorare di concerto nello spazio centro-danubiano nel senso di sottrarre, intanto, questo dominio all’influenza delle potenze «occidentali» agente come Piccola Intesa e di frenare, poi, nella Cecoslovacchia, l’influenza sovietica che potrebbe trasformare questa giovane nazione in un pericoloso nucleo nel seno dell’Europa centrale.

Così stanno, più o meno, le cose dal punto di vista realistico. Se ciò può apparire già soddisfacente a chi si restringa a tale punto di vista, e non si preoccupi che del più immediato avvenire, chi, invece, si ponga scopi superiori «fazione deve affrontare una serie di altri problemi e, ad essi, misurare le possibilità vere dei due popoli e della loro intesa. Bisogna avere il coraggio della franchezza, riconoscendo la contingenza e l’instabilità di ogni congiuntura che sia definita dalla sola ragion politica. Come prova, ci si chieda, p. es. se uno Stato, pur avendo per sua base l’idea della Nazione, qualora per caso si trovasse preso da una morsa sul tipo di un potenziato sanzionismo, sarebbe sempre eticamente così forte, da respingere l’aiuto che la Russia fosse eventualmente pronta a porgergli; ovvero se l’antibolscevismo germanico avrebbe lo stesso vigore appassionato, quando, a parte la quistione interna di regime o l’azione sotterranea del Komintern, e dell’ebraismo, non entrassero in giuoco i problemi ben precisi relativi al pericolo di aver vicino una grande potenza in via di organizzarsi totalitariamente e costituente uno sbarramento per ogni espansione germanica verso Oriente. Affrontare in modo spregiudicato simile ordine di idee significa anche persuadersi a poco a poco che ogni salda intesa presuppone una affinità vera, una concordanza spontanea in sede di forme costitutive, di spirito e di principii, ancor prima che di ragioni tattiche e di congiuntura di interessi. Solo in questo caso una linea costante di condotta potrà esser mantenuta attraverso le forme varie, imposte dalle circostanze, e si potrà por fine allo scandalo di una opinione che varia dall’oggi al domani, solo perché necessità cosi vuole.

Il problema etico

Ora, giunti al punto attuale della politica europea ed essendosi stabilita su base politica una collaborazione italo-germanica, è appunto da domandarsi, fino a che grado le due nazioni abbiano sviluppato le condizioni necessarie a che viga quell’intesa di tipo superiore e interiore, cui or ora abbiamo accennato. Si impone cioè un esame che verta soprattutto sul lato strutturale e dottrinale sia delle realizzazioni dei due regimi, fascista e nazionalsocialista, sia delle tendenzialità più o meno latenti in tali regimi. E” evidente che un’analisi del genere richiederebbe uno sviluppo non consentito dallo spazio di un articolo. Noi ci limiteremo a qualche punto essenziale, basandoci non tanto su di una documentazione astratta, quanto sullo «spirito» proprio alle cose da considerare.

Fra fascismo e nazionalsocialismo esiste anzitutto un largo margine di affinità strutturale sul piano etico. L’etica sia fascista, sia nazista, è recisamente antidividualista, antiborghese, antiliberale. E’ un’etica dell’azione. È un’etica della subordinazione del singolo a principii e interessi che lo trascendono. Un sano e metodico dispiegamento di giovinezza e di forza fisica viene a superare il lato soltanto «sportivo» e ad integrarsi in un’attitudine eroica e in una nuova coscienza politico-nazionale. È inutile nascondersi che, se presi nella vita privata, l’Italiano come latino ha ben poco in comune col Tedesco: il modo di sentire, di reagire, di comportarsi è molto diverso: col Brennero e le Dolomiti un mondo finisce e un altro prende inizio. Negli strati schietti del popolo italiano, non in qualche gruppo di intellettuali, una inclinazione spontanea per i Tedeschi non si lascia sentire. E, quanto ai Tedeschi, le loro nostalgie per il Sud di goethiana tradizione non debbono ingannare: esse hanno un carattere prevalentemente umanistico, quindi artificiale; e quando non è più della natura, del mare e dei monumenti che si tratta, vengono a galla, nei Tedeschi, non pochi residui dell’attitudine di chi ci considerava, sì, con curiosità e interesse benevolo, ma non con vera serietà. Perciò il fattore che ad una intesa positiva può esser dato spontaneamente dall’istinto e dalla razza manca, in buona misura, fra Italiani e Tedeschi: onde, notiamolo di passata già a questo riguardo, l’accentuazione dell’elemento etnico proprio alla tendenza razzista è uno degli aspetti per i quali questa tendenza non è certo fra quelle che possono favorire la formazione di una salda base comune.

L’affinità che difetta sul piano etnico è invece visibile, come dicevamo, sul piano etico-formativo. Non solo le forme delle organizzazioni fasciste e naziste, a partir da quelle che riprendono la gioventù, sono similari, ma le nuove generazioni che vi confluiscono anche nel loro spirito sembrano dar luogo ad un unico tipo, al tipo di una nuova gioventù eroico-sportiva, attivistica, disciplinata, animata da un «credo» nazionale e politico-militare.

Così lo squadrista fascista, benché latino, può benissimo sentirsi a fianco dell’ S.S. Mann nazista. Volendo però considerare con piena oggettività le cose, dobbiamo riconoscere i limiti di questa concordanza. Non è un caso che il termine «fascista» nella stampa internazionale, soprattutto di sinistra, venga usato correntemente non solo nel riferimento ad Italia e Germania, ma anche a designare movimenti di molte altre nazioni, che presentino caratteri, più o meno, come quelli ora accennati: e non è uno scherzo, ma un fatto che ci è stato riferito, che in Palestina certi elementi ebraici, i quali difendono la « maniera forte» e vogliono organizzare in modo corrispondente la gioventù, son detti correntemente «nazisti». Vogliamo dunque dire che, nei vari popoli, si presenta in termini sempre più netti la necessità di organizzarsi in forme totalitarie, etiche, politico-militari, attiviste e diciamo pure «fasciste»: ma ciò non dice ancora nulla circa l’affinità, o meno, delle idee che saranno a base, via via, del sistema risultante e di questo nuovo modo di vita antiborghese. La piattaforma ora indicata, dunque, da per sé, non basta, per il problema che ci siamo posti: essa ha valore, ma non può condurci oltre un certo limite.

Note

(1) Evola fa riferimento ovviamente al primo patto formale di alleanza sancito tra Italia e Germania il 24 ottobre 1936, che fu definito in realtà “Asse Roma-Berlino” solo alcuni giorni dopo, come osserva Evola stesso, proprio sulla base di un’espressione utilizzata da Mussolini in un discorso da lui tenuto pochi giorni dopo a Milano (1 novembre 1936), in cui, a proposito del patto, osservava: “Questa verticale Berlino-Roma non è un diaframma, è piuttosto un asse attorno al quale possono collaborare tutti gli Stati europei animati da volontà di collaborazione e di pace“. Parole molto significative, ed infatti poste in risalto da Evola, in cui emergeva l’idea mussoliniana di un’alleanza italo-germanica verticale, assiale, che avrebbe costituito il cardine, il principio superiore su cui si sarebbe potuta fondare una nuova ricostruzione unitaria europea “imperiale”, in senso realmente tradizionale (N.d.R.).

Segue nella seconda parte



Julius Evola

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