Julius Evola ed Alfred Rosenberg

Non si può parlare di razza ignorando l’ereditarietà, così come non ha senso parlare di famiglia senza considerare la discendenza genetica

di Luca Leonello Rimbotti

(tratto da Linea del 16/05/08)

La saga evoliana si arricchisce oggi di un nuovo capitolo. I tenaci “evolìadi” quei particolari cultori del pensiero di Evola interessati a edulcorarne l’aspetto razzista – compiono un nuovo prodigio per convincerci che il razzismo di Evola non era… razzista. Che, in ogni caso, nulla aveva a che vedere col razzismo “biologista” e “materialista” dei fascisti e dei nazionalsocialisti, a cominciare dal terribile e innominabile Rosenberg. Stavolta, a misurarsi con l’improbabile è il libro di Marco Rossi Esoterismo e razzismo spirituale. Julius Evola e l’ambiente esoterico nel conflitto ideologico del Novecento (Name Edizioni), con introduzione dell’implacabile Giorgio Galli. La tesi è nota: il “razzismo spirituale” di Evola – o di altri esoteristi come la Blavatsky, Steiner o Scaligero – sarebbe una nobile variante di filosofia trascendentale, mentre le asserzioni dei contemporanei razzisti italiani e tedeschi, al contrario, non sarebbero state che ignobili speculazioni deterministe, unicamente interessate alla volgare materia fisica. Di quanto il primo sarebbe ricco di rimandi mitici e simbolici, di tanto le seconde sarebbero invece espressione di primitivo genetismo.

scudo-eroismo-arditi-guerra-razza-tradizioneCome i più sanno, si tratta in realtà di un falso problema, innescato già da Evola stesso fin dagli anni Trenta, quando elaborò l’astratta ma fortunata distinzione tra razzismo dello spirito e razzismo del corpo. Un equivoco poi inopinatamente rinforzato negli anni Sessanta anche da De Felice che, giudicando gli estensori fascisti del Manifesto della razza del 1938 dei gretti ripetitori del metodo nazista, li separava da Evola, da lui apprezzato se non altro per certi suoi arricchimenti culturali della vile materia razziale. In verità, noi affermiamo che se il razzismo evoliano non fosse stato prima di tutto e precisamente un razzismo, avrebbe avuto almeno l’accortezza di chiamarsi in un altro modo. Non vediamo come le sue insistite invocazioni circa la razza “aria”, “nordicoromana”, eccetera., o la sua costante polemica con altre razze da Evola giudicate inferiori – come la negra – o distruttive – come l’ebraica si differenzino in maniera sostanziale, e non solo nel flebile dettaglio, da quelle di un Rosenberg.

Noi sappiamo per altro che il tentativo di Evola di smarcare il razzismo italiano da quello nazionalsocialista dipendeva essenzialmente da motivazioni politiche, prima ancora che antropologiche o metafisiche. E dipendeva, probabilmente, anche da un certo dispetto di Evola nei confronti di quanti in Italia erano giunti tardi al problema-razza, sul quale il barone poteva vantare un primato temporale. Inoltre, si trattava di far passare l’idea che tutto il popolo italiano fosse “ario”, comprese certe nostre popolazioni meridionali non esattamente “nordiche”. Di qui la necessità di pestare di più sul tasto “spirituale”. E si trattava di dimostrare che in Italia c’era stato su questi temi un percorso autonomo, non imposto dall’emulazione della Germania. Bisognava, infine, privilegiare un razzismo “solare”, “virile”, distinguendolo da quello di alcuni teorici nazionalsocialisti, giudicati troppo legati a concezioni “telluriche”, “materne”, del tipo Blut und Boden. Per questo, Evola fu a un certo punto molto più vicino agli ambienti delle SS che non a un Rosenberg o a un Darré. Per questo, inoltre, gli piacevano più un Wirth o un Clauss che non un Günther o un Klages. Gusti personali, punti di vista del tutto legittimi. Ma fatti valere all’interno di un’unica, accomunante ideologia: quella di un razzismo schiettamente e apertamente affermato, privo delle paure, le reticenze e i distinguo dei deboli epigoni.

sintesi dottrina razza - razzismo-evolaComunque sia, chi si desse la pena di osservare il razzismo nazionalsocialista nel suo insieme, lasciando perdere i soliti luoghi comuni, con tutta la buona volontà non potrebbe riscontrare alcuna sostanziale differenza da quello teorizzato da Evola. Visti da vicino e senza subire i ricatti del pensiero attualmente dominante, Rosenberg e Evola appaiono per ciò che sono: due studiosi razzisti che si muovono all’interno dello stesso mondo ideale, che utilizzano il medesimo arsenale culturale e simbolico, e che vogliono in fondo la stessa cosa, la difesa e il potenziamento della razza bianca “aria” in tutti i suoi aspetti: etici, estetici, antropologici e culturali. Il resto è sofisma bizantino, inteso a compiere l’inutile e servile gesto di proteggere Evola da accuse oggi ritenute infamanti. Ma è uno sforzo patetico, oltre che storicamente infondato. Uno sforzo che diventa grottesco, quando – come fa per ultimo Marco Rossi – si giunge ad affermare che forse… allora… Evola, così nemico del razzismo biologico… a ben guardare era quasi anti-razzista: «La proposta evoliana sembrava proprio una posizione mascherata, una specie di razzismo “anti-razzista”…», scrive Rossi a proposito di certe polemiche tra Evola e la rivista Civiltà Fascista. Questi esilaranti approdi della mistificazione, figli del condizionamento esercitato dal pensiero unico sui nostri contemporanei, rendono un pessimo servizio alla memoria di Evola, castrato e depotenziato da così inefficaci zelatori, e alla fine ridotto a innocuo rappresentante mondialista di una sorta di globalizzazione teosofica.

Nulla viene in questo campo risparmiato. Si pensi che persino Scaligero – insieme a Evola collaboratore della radicale La difesa della razza di Interlandi , per via del suo elogio dell’universalità di Roma antica (che ovviamente nulla aveva a che fare con il melting-pot), tra le mani di Rossi diventa una specie di profeta dell’etnopluralismo attuale… E dire che Scaligero, nel suo libro La razza di Roma del 1938, aveva parlato chiaro: «Il sistema perfetto è dunque quello realizzato in Italia da Mussolini… il riconoscimento dell’avvento di una razza diversa che rende attuale quanto di più costruttivo e di più nobile si trova nella Tradizione allo stato di potenzialità». Dunque, Scaligero giudicava il razzismo di Mussolini nel 1938 (l’anno, ricordiamolo, del deprecato Manifesto) perfettamente in linea col tradizionalismo spiritualista… Affermazioni come questa dispiaceranno forse a Rossi e a tutti quelli che dicono essere stato il razzismo di Evola e Scaligero cosa diversissima da quello fascista, ma non possiamo farci niente…

Alfred Rosenberg, teorico del razzismo nazionalsocialista

Alfred Rosenberg, teorico del razzismo nazionalsocialista

Poi apriamo un libro dell’epoca e leggiamo: «I caratteri razziali fisici e psicologici di tutti gli italiani oscillano quindi intorno ad un tipo ideale… le stigmate caratteristiche della nostra razza non devono tanto essere ricercate in caratteri puramente quantitativi, quanto e soprattutto in caratteri qualitativi…»: la razza come ideale, il “tipo” razziale come qualità di valore. La convinzione di Evola, insomma. Solo che a scrivere queste parole fu Guido Landra, il “famigerato” estensore del Manifesto, l’impresentabile antropologo capofila della tendenza “biologista”, “materialista”, eccetera., di cui dubitiamo che anche De Felice avesse letto Antropologia e psicologia pubblicato da Bompiani nel 1940. Si tratta dello stesso Landra che asseriva che la razza ideale degli Italiani la si poteva riconoscere dal volto dei grandi geni nazionali… ma non intendeva Evola la stessa cosa – rispondenza di tratti fisici e qualità interiore – quando, in Sintesi di dottrina della razza del 1941, corredava il suo libro di un’appendice iconografica con svariati volti di antichi romani, di cui sottolineava il tipico tratto “nordico”? Perché mostrare volti, se si parla di spirito?

Ma prendiamo un altro caso. Chi consideri la razza dal punto di vista politico «non si domanda quale sia la forma del cranio, l’angolo facciale, il colore della pelle e dei capelli di un gruppo etnico, ma quale sia il suo modo di pensare e di agire, quale sia il suo stile personale». Evola non sottoscriverebbe? Ma è un’affermazione di Giuseppe Maggiore, altro collaboratore de La difesa della razza, altro esponente del razzismo fascista “biologista”, che pubblicò il suo Razza e Fascismo nel 1939. Questi gli italiani. Se poi prendiamo in mano un libro a caso tra quelli dei razzisti tedeschi, vedremo con chiarezza che il cosiddetto “razzismo biologico” semplicemente non esiste. Ce ne fu, invece, uno che riuniva i significati fisici e spirituali in un unico archetipo. Nessun autore nazionalsocialista, solo a leggerlo, si fermò mai all’elogio dei capelli biondi o del profilo “greco”… il famoso Mito del XX secolo di Rosenberg – in cui si fa della razza per l’appunto un mito e non un reperto fisiologico -, oppure Rassenkunde di Günther o Deutsche Gottschau di Hauer, pullulano di riferimenti alla razza come espressione del Geist e della Seele (lo spirito e l’anima), parlando in continuazione di Begeisterung (l’ispirazione), di Selbstverständnis, (l’autocoscienza), di Vorsehung (la provvidenza celeste), richiamando una concezione magica, mitica e divinizzante dell’uomo, senza la quale non era possibile per quei teorici parlare compiutamente né di uomo, né di popolo né di razza. E vi troviamo continui richiami alla mistica, a Meister Eckhart, al corpo metafisico di luce, alla “nostalgia del cuore”, alla libertà interiore, alla religione della vita, alla sacralità del corpo come dono divino. Tanto che papa Pio XI – che non a caso percepì il razzismo nazionalsocialista come un pericoloso nemico del cristianesimo sul terreno religioso condannò proprio questa divinizzazione della razza e questa mistica del sangue: che, evidentemente, sono il contrario del materialismo. Del resto, oggi è comune tra gli storici richiamare il razzismo tedesco nei termini di una religione di tipo neopagano. Giulio Cogni, nel 1937, riassunse bene questa concezione nazionalsocialista della razza fisica come manifestazione puramente esteriore della più profonda razza dell’anima, citando le parole di Günther: «Non si può definire il pensiero nordico, né d’altra parte il razzismo, che come idealismo».

Dove sta dunque l’opposizione tra “razza del corpo” e “razza dello spirito”? Non siamo forse di fronte a un imbroglio dialettico, sul quale oggi gioca chi vuole assolvere Evola da una colpa che non ebbe?

razza-ario -breker-arteLa stessa parola “razza”, per altro, è generica e indicativa, esattamente come stirpe o ceppo. Non è termine scientifico né dogmatico, ma riferimento al gruppo etnico comunque lo si intenda. Ma, in ogni caso, non è possibile parlare di razza senza presupporre l’eredità, così come non avrebbe senso parlare di famiglia senza considerare la discendenza genetica da cui essa scaturisce. L’idea dei razzisti dell’epoca considerava l’uomo un’unità di corpo, anima e spirito. Semplicissimo. Alla maniera di Aristotele e dei fisiognomici antichi. Quanto alla divinizzazione del sangue operata dai teorici nazionalsocialisti, si nota facilmente che essi furono preceduti su questo terreno da una lunga tradizione mistica. Da Santa Caterina, fanaticamente devota al preziosissimo sangue di Cristo, non come metafora ma proprio come sostanza materiale vivente, fino a Rudolf Steiner, che in una conferenza del 1906 parlò diffusamente della «realtà spirituale che vi è dietro il sangue», affermando che «l’uomo nasce in un nesso determinato, in una razza, in un popolo, da una serie di antenati, e ciò che da essi eredita trova la sua espressione nel sangue». E dunque, ecco qua un bell’esempio di quel “determinismo biologico” che Rossi o altri prima di lui deplorano nei “materialisti” fascisti e nazionalsocialisti…

Sarebbe troppo lungo enumerare gli sfondoni in cui cadono libri come quello di Marco Rossi, nel loro esito di avvilire il pensiero evoliano – che fu potente ideologia identitaria a divagazione erudita per corretti esoteristi liberal-democratici. Per dirne solo una in conclusione, si difende Evola dall’accusa di “determinismo razziale”, lo si dice estraneo al legame di ferro che l’interpretazione razzista “alla nazista” attribuisce alla catena ereditaria… ma non si tace che il tradizionalismo evoliano elogia ad esempio la dottrina indoiranica circa le determinazioni del karma e il succedersi delle generazioni: il che costituisce, come noto, la concezione razzialista geneticamente ed ereditariamente più intransigente e radicale della storia, direttamente connessa con l’immutabile stato delle caste e con la rigida discriminazione sociale su base razziale. Non diciamo Landra, ma neppure Rosenberg o Günther arrivarono mai così lontano.



Luca Leonello Rimbotti

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'Julius Evola ed Alfred Rosenberg' 1 Commento

  1. 26 marzo 2016 @ 20:08 Sacrum Imperium

    Rimbotti, sempre il migliore. Uomo di grande cultura e grande sintesi, niente sofismi e cerchiobottismi. Uomo di razza.
    <> Il cerchio si chiude, la superrazza, la razza dello spirito ha la sua forma, la sua essenza nelle razze arie antiche, in quel sangue antico, nella sua genetica. La razza aria era già una derivazione della razza iperborea che ha potuto mantenere una tradizione fino al trauma subito e poi imposto del mescolamento delle varie razze umane. Mescolamento che ha portato alla abissale decadenza odierna, costituita da società di atomi esattamente totemiche nel senso evoliano.

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