Julius Evola, l’opera e il testimone

(da Il Reazionario del 23/6/2004)

Come non avrebbe senso, per lo scopo ultimo del nostro foglio, stilare una fredda nota bibliografica fatta di luoghi e di date, altrettanto difficile sarebbe cercare di riassumere in poche righe chi fu, che cosa rappresentò e cosa rappresenta ancora oggi il nome di Julius Evola. Ci limiteremo quindi, con l’aiuto anche di alcune considerazioni dello stesso studioso a delineare il pensiero e soprattutto come esso debba essere interpretato e utilizzato dagli uomini dediti alla cerca, alla riscoperta dei valori tradizionali.

Sull’enciclopedia Garzanti si trova: “Julius Evola, pittore e filosofo. Rappresentante del Dada italiano, si diede poi a studi filosofico-esoterici”. Non che tutto ciò sia falso, ma è come definire Leonardo da Vinci come il pittore de “l’ultima cena” come se questo quadro fosse tutto ciò di importante che abbia prodotto!

Rigenerazione evola_logo2In realtà, oltre ad occuparsi di avanguardie pittoriche e ad appassionarsi di esoterismo, trattato del resto con testi di assoluta competenza come: Rivolta contro il Mondo Moderno, II mistero del GraalLa tradizione ermetica, II mito del sangue, La dottrina del risveglio, ecc., Evola fu, insieme a Mircea Eliade e a René Guénon, il più grande studioso tradizionale d’Europa moderna.

Il suo cammino speculativo cominciò con l’iniziale adesione al Fascismo verso il quale, poi, nutrirà un sempre più critico atteggiamento che lo condurrà poi addirittura ad allontanarsi dallo scenario politico e dal dibattito culturale dell’epoca: questa posizione egli la maturerà però solo nel momento in cui alla spinta rivoluzionaria e all’alto contenuto tradizionale si sostituirà una propensione verso il totalitarismo e il pedagogismo[1].

Ovviamente questo fu un tipo di critica di caratteristiche puramente dottrinarie, completamente slegata dalle contingenze proprie dell’epoca, in maniera spesso discordante dagli orientamenti generali e tesa a creare quel contributo ideale e costruttivo del quale ogni libero pensatore dovrebbe

assolutamente essere in possesso per poter definirsi tale. E nonostante tutto questo, solo in parte egli fu compreso.

Dopo la guerra dalla clinica in cui si trovava ormai paralizzato da più di tre anni, Evola scrive cosi ad un suo amico: “ … E se avessi il senso, che io fossi richiesto, se vedessi la possibilità di innestare le mie disponibilità interne in un’azione superindividuale, spirituale, davvero nulla vi sarebbe di mutato. Ma [- penso, a differenza di te -] io non vedo che un mondo di rovine, ove non è possibile che una specie di fronte delle catacombe, per il quale ho creduto di dare quel che di essenziale potevo dare”.[2]

Questo atteggiamento disilluso e scoraggiato è però solo temporaneo; venuto difatti a contatto con alcuni giovani della RSI, che avevano riscoperto alcuni suoi scritti, Evola intraprende quella che sarà la sua azione militante per tutta la vita: rendere organica e concettualizzare una visione del mondo eroica, virile, spirituale, una visione del mondo della destra tradizionale e radicale.

Evola, quindi in questa fase si pone come un punto di riferimento ideale per i giovani dell’immediato dopoguerra, chiarendogli che “le loro scelte e le loro ripulse non erano soltanto storicamente delimitate, ma si inquadravano nel modo di essere, nel carattere, di un particolare tipo umano, il quale a sua volta è segnato da forme che trascendono i dati contingenti[3].

Si trovò inoltre d’accordo con il fastidio e il disprezzo per il semplice benessere materiale e per un astratto umanitarismo, nella convinzione che il comfort macchinistico e tecnologico, comportasse una razzia di valori ben più pregnanti[4]. Teorizzò quindi, già nel 1952, il superamento di quelle forme esteriori e contingenti di azione politica del suo recente passato, riaffermando la permanente trascendenza dei valori tradizionali. Un altro passaggio fondamentale avviene dopo il 1968, quando le opere di Evola vengono ad assolvere nuovi e importanti compiti:

Purtroppo le possibilità che si delineassero, in relazione alla formazione di uno schieramento di destra sul piano ideale e spirituale che frenasse il processo di degenerazione politica e morale dell’Italia, non hanno avuto un concreto sviluppo. Tuttavia ho ritenuto opportuno che il libro (Gli uomini e le rovine, N.d.R.) esaminato, venga ristampato. Di fatto esso rappresenta – è deprimente constatarlo – l’unica esposizione di un pensiero ‘reazionario’, antidemocratico e antimarxista privo di attenuazioni e di concessioni che sia stata pubblicata dopo la 2a guerra mondiale non solo in Italia, ma anche in Europa[5].

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Inoltre sorge la necessità di una definizione propriamente etica e politica del militante scevro di ogni interesse personalistico, incarnazione anzi dell’impersonalità attiva, nonché della libera subordinazione, forte dello spirito legionario, della “radicalità dell’idea”, conscio della sacralità dell’azione.

Furono queste le risposte della gioventù di destra alla cultura materiale ed edonistica che si rifacevano alla dottrina marxista che si era impossessata dei salotti intellettuali e dei personaggi che ipocritamente contestavano il sistema essendone contemporaneamente, spesso, la parte peggiore (e che furono poi, con un termine molto indovinato, definiti radical-chic) e nel quale poi si sono perfettamente integrati.

A conclusione di questa esposizione riteniamo importante sintetizzare il contenuto di Evola  ma soprattutto evidenziare il fondamentale contributo che la sua opera ci offre, ponendosi davanti ai nostri occhi come una lente d`ingrandimento attraverso la quale guardare il mondo moderno e, parafrasando il titolo di una delle sue opere, trovandovi un “orientamento” in mezzo alle “rovine” spirituali che ci circondano.

L’accusa da me invitata ad uscire dalle generalità e a precisare quali siano specificatamente le ‘idee proprie del Fascismo’ la cui difesa sarebbe reato, ha avuto l’imprudenza di dichiarare che esse sono la monocrazia, la gerarchia e l’aristocrazia. Naturalmente é stato allora facile far rilevare, per chi non fosse accecato dalla passione di parte o dall’ignoranza, che insieme, come imputati dovrebbero stare un Platone, un Aristotele, un Dante e cosi via, fino ad un Bismark e a un Metternich: che ‘Fascista’ sarebbe stato più o meno tutto il mondo precedente la rivoluzione francese. Dopo di che io ho dichiarato che ‘idee Fasciste’ le ho difese e le difendo non in quanto esse sono Fasciste, ma in quanto continuano appunto questa grande tradizione politica, e che tale difesa l’ho fatta da uomo libero, partendo dalla pura dottrina, perché per principio non mi sono iscritto mai ad alcun partito[6].

Note

[1] Cfr. Fascismo e Terzo Reich (N.d.R.)

[2] Questo passaggio è estratto da una lettera scritta da Evola a Girolamo Comi il 20 aprile 1948 da Bad Ischl, in risposta ad una missiva inviatagli in precedenza dal poeta pugliese (N.d.R.).

[3] Si tratta di un’osservazione di Fausto Gianfranceschi, tratta da L’influenza di Evola sulla generazione che non ha fatto in tempo a perdere la guerra, in AA.VV., Testimonianze su Evola, ed. Mediterranee, II ed., Roma 1985, pp. 131-32 (N.d.R.).

[4] Cfr. ancora Fausto Gianfranceschi, ibidem (N.d.R.).

[5] Commento di Evola liberamente estratto dall’estensore del presente articolo dalla Nota alla seconda edizione de Gli Uomini e le Rovine (1967) (N.d.R.).

[6] Passaggio estrapolato da una lettera di Evola a Franco Servello, scritta dopo la terza udienza in Corte d’Assise nell’ambito del processo dei FAR, tenutasi il 12 ottobre 1951. In tale lettera Evola riassumeva quanto aveva avuto modo di esprimere nella celebre Autodifesa letta in aula, pubblicata all’epoca in L’Eloquenza n. 11-12, Roma, 1951 e successivamente nel “Quaderno di testi evoliani” n. 2 pubblicato dalla Fondazione Evola nel 1976.

 


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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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