La lotta fra principio uranico e tellurico nei miti delle origini di Roma

di Julius Evola

[titolo appositamente creato dalla Redazione di “Rigenerazione Evola” per questo frammento tratto da Rivolta contro il mondo moderno, parte seconda, § 9, il ciclo eroico-uranio occidentale, lett. b), il ciclo romano]

Ogni fase dello sviluppo di Roma si presenta (…) come una vittoria dello spirito eroico indoeuropeo, e nelle massime tensioni storiche e militari si ebbero i massimi lampeggiamenti di questo spirito, anche là dove, soprattutto per via di influenze esogene e del fermento plebeo, la vita di Roma appare già alterata.

Fin dalle origini il mito presenta elementi che racchiudono un significato profondo e indicano in pari tempo le due forze in lotta a Roma. Così è interessante la tradizione, secondo la quale Saturno-Kronos, il dio regale del ciclo aureo primordiale, avrebbe creato Saturnia considerata ora come una città ed ora come una fortezza, la quale sarebbe stata situata là dove poi Roma sorse, e che questo dio sia valso anche come una forza latente – latens deus – presente nel Lazio (1). Per quel che riguarda la leggenda della nascita di Roma, già in Numitore ed Amulio si annuncia il tema della coppia antagonista, ed Amulio sembra incorporare il principio violento in relazione all’usurpazione tentata nei riguardi di Numitore, che corrisponde in buona misura al principio regale e sacrale (2). La dualità si ripresenta nella coppia Romolo-Remo (3). Qui si ha anzitutto un tema caratteristico dei cicli eroici, in quanto la coppia sarebbe stata generata da una donna, da una vergine custode del fuoco sacro, con cui si congiunse appunto un dio guerriero, Marte.

Romolo e Remo raccolti da Faustolo-pietro da cortona-roma

“Romolo e Remo raccolti da Faustolo” (Pietro da Cortona, 1643). Va osservato che il nome “Faustulus”, il pastore che appunto raccolse ed allevò Romolo e Remo insieme ad Acca Larenzia, è da riportare al lat. “faustus”, cioé “fausto”, “favorevole”, “propizio”, “di buon augurio”, il quale a sua volta, al pari dell’aggettivo “fastus”, deriva da “fas”, che indica la legge divina che plasma lo “ius”

In secondo luogo, si ha il motivo storico-metafisico dei «Salvati dalle Acque».

In terzo luogo, l’albero di fico Ruminal(is), sotto il quale i gemelli si rifugiano, riporta – dato che nell’antica lingua latina ruminus, riferito a Giove, designava il suo attributo di «colui che nutre» – al simbolo generale dell’Albero della Vita e del nutrimento sovrannaturale che esso dà. Ma i gemelli vengono nutriti anche dalla Lupa. Già è stato accennato al duplice significato del simbolismo del Lupo: non pure nel mondo classico, ma anche in quello celtico e nordico l’idea di Lupo e quella della luce si trovano spesso associate, tanto che il Lupo ebbe relazione con lo stesso Apollo iperboreo. D’altra parte il Lupo esprime anche una forza selvaggia, qualcosa di elementare e di scatenato; e in questo senso si è visto che nella mitologia nordica l’«età del Lupo» è quella delle forze elementari in rivolta.

Questa dualità latente nel principio che nutre i gemelli corrisponde, in fondo, alla stessa dualità Romolo-Remo, simile a quella di Osiride-Set, di Caino-Abele ecc. (4). In effetti, Romolo traccia i confini della città nel senso di un rito sacro e di un principio simbolico di ordine, di limite, di legge. Remo, invece, oltraggia questa delimitazione e per tale ragione viene ucciso. Questo è il primo episodio, quasi il preludio, di una lotta drammatica, lotta interna ed esterna, spirituale e sociale, in parte nota, in parte chiusa in muti simboli: del tentativo di Roma, di far sorgere una tradizione universale di tipo eroico nel mondo mediterraneo.

Già la storia mitica del periodo dei Re indica l’antagonismo fra un principio eroico-guerriero e aristocratico e l’elemento connesso con i plebei, i «Pelasgi di Roma», come pure con la componente lunare-sacerdotale e, etnicamente, etrusco-sabina; antagonismo, che ebbe espressione perfino in termini di geografia: Palatino ed Aventino.

Roma-i sette colli

E dal Palatino che Romolo vede il simbolo dei dodici avvoltoi conferentigli il diritto contro Remo, il quale ha per suo monte l’Aventino. Dopo la morte di Remo, la dualità sembra risorgere, in forma di compromesso, nella coppia Romolo-Tazio: Tazio essendo il re dei Sabini, cioè di genti di culto prevalentemente tellurico-lunare. E alla morte di Romolo scoppia la lotta fra Albani (ceppo guerriero di tipo nordico) e Sabini. Peraltro, secondo l’antica tradizione italica, sul Palatino Ercole avrebbe incontrato il buon re Evandro (5) (che fonderà significativamente sullo stesso Palatino un tempio alla Victoria) dopo aver ucciso Caco (6), figlio del dio pelasgico del fuoco ctonio, innalzando nella sua caverna, situata nell’Aventino, un altare al dio olimpico (7); quell’Ercole che, come «Ercole trionfale», nemico di Bona Dea, sarà massimamente significativo – insieme a Giove, a Marte e poi ad Apollo quale «Apollo salvatore» – pel tema della spiritualità uranico-virile romana in genere, e sarà celebrato in riti, da cui le donne erano escluse (8). Peraltro, l’Aventino, il monte di Caco abbattuto, di Remo ucciso, è anche il monte della Dea, e su di esso sorge il tempio più importante di Diana-Luna, la grande dea della notte, fondato da Servio Tullio, il re di nome plebeo amico della plebe; in esso la plebe in rivolta contro il patriziato si ritira; su di esso si celebrano, in onore di Servio, le  feste degli schiavi; in esso si stabiliscono altri culti femminili come quelli di Bona Dea, di Carmenta, nel 392 di Juno Regina – portata da Vejo vinta e che i Romani originariamente avevano poco a grado – o culti tellurico-virili, come quello di Faunus.

Note

(1) Plinio dice: «Saturnia ubi nunc Roma est». Virgilio (Eneide, 357-358): «Hanc Janus pater, hanc Saturnus condidit arcem: Janiculum huic, illi fuerat Saturnia nomen» [«Questa rocca la fondò il padre Giano, quella Saturno: questa era stata chiamata Gianicolo, quella Saturnia»]. Diodoro (II, 1). Cfr. G. Sergi, Da Albalonga a Roma, Torino, 1934, p. 135-136.

N.d.R. –  Ad integrazione di quanto osservato da Evola, è interessante notare che il nome del Lazio secondo alcuni studiosi deriverebbe dal verbo latēre, “nascondere”: “quoniam latuisset” (Virgilio, En. VIII, 322): si tratterebbe infatti della terra che ove si sono occultati Saturno e le forze da cui germinerà la nuova età dell’oro (Cfr. Mario Polia, Il mistero imperiale del Graal, Edizioni Il Cerchio, Roma, 2007,  p. 44). A sua volta é da notare che il verbo latino latēre è connesso al greco λανθάνω, lanthano, “nascondersi”, “rimanere celato, nascosto” e precisamente alla radice λαθ/λήθ (lath/leth), da cui, peraltro, derivano termini odierni come “latenza”, “latente”, “latitanza”, ecc..

La Fondazione di Roma

“La Fondazione di Roma”, affresco a tempera di Giorgio Quaroni, 1939-1940

(2) L’etimologia di questi due nomi è estremamente significativa.

Numitor, il “Romolo ante-litteram” ha la medesima radice di numen, numinis, che indica volontà divina, potenza divina, ma anche volontà, autorità, ordine, da cui probabilmente deriva anche l’antroponimo del Re Numa, la cui figura (valutata negativamente da Evola, al contrario di altri studiosi) venne ricondotta da Rudolf Steiner, anche dal punto di vista antroponimico, a quella dei grandi legislatori primordiali delle varie tradizioni: il Manu della tradizione indù, il Menes primo faraone egizio, il Minos pelasgico, il Mannus della tradizione germanica.

A proposito del numen, ricordiamo come proprio Evola si soffermò molto sull’esatto significato di questo concetto: poiché il Romano concepiva il divino come pura azione, in esso era particolarmente viva la sensazione del numen come divinità che non è persona, ma potenza, attività, forza originaria atta a manifestarsi: un ente di cui non era la figurazione simbolica realizzata dall’uomo ad interessare al Romano, quanto la sua azione positiva: i numina venivano controllati e indirizzati tramite l’azione diretta, il rito, inteso come azione magica in grado di convogliare e caratterizzare oggettivamente la forza divina nel senso voluto. E’ la concezione romana del sacro come sacrum facere, azione diretta, esperienza diretta e non mediata.

Il nome Amulius, vale a dire il “Remo ante litteram”, che spodestò Numitore, deriva invece, in modo altrettanto significativo, da aemulus, cioè “contendente”, “rivale”, “avversario”, “antagonista”, “colui che cerca di imitare/uguagliare (un altro)”, da cui l’odierno termine “emulo” (N.d.R.).

(3) Romulus è ovviamente da collegare a Roma, con tutte le connessioni etimologiche possibili (Rumon, probabile accrescitivo di Ruma, “mammella”, da cui derivano: l’aggettivo ruminalis, che designò, tra gli altri, l’albero di fico selvatico nei pressi del Tevere, ai piedi del Palatino, sotto il quale Romolo e Remo furono allattati dalla lupa; l’aggettivo ruminus, che sarebbe stato anche uno degli attributi di Giove, designato come «colui che nutre», come ricordato anche da Evola; la dea Rumina, la dea dei lattanti, venerata in un tempio vicino al ficus ruminalis; ecc.).

Nel nome Remus è decisiva la radice rem– , da cui rĕmŏr, remŏris: lento, tardo; rĕmŏra, rĕmŏrae: ritardo, indugio, ostacolo, impedimento (in italiano infatti “remora” mantiene questo significato). Derivati risultano sostantivi quali rĕmŏrāmĕn, (impedimento), rĕmŏrātǐo (indugio, ostacolo) e rĕmŏrātŏr, chi ritarda, tardo, lento.  L’idea è dunque quella di colui che ostacola, che costituisce un impedimento: l’antagonista di Romolo, il suo alter ego negativo.

Da notare che proprio Rĕmŏra era il nome proposto da Remo per la città da edificare, che sarebbe dovuta sorgere, significativamente, sull’Aventino, anziché sul Palatino (Enn., Ann.. 82) (N.d.R.).

ercole e caco (Baccio Bandinelli)

“Ercole e Caco” di Baccio Bandinelli (1530-34)

(4) Set, che è il fratello che uccide Osiride, e detto anche Tifone, e Plutarco (De Iside et Osiride, XLIX) spiega: «Si dà a Tifone il nome di Set, che vuol dire violenza, dominio, frequente ritorno brusco». A Set vengono associati i nemici del principio solare, di Râ, detti mesu-betesh, cioè «i figli della rivolta impotente».

(5) Infatti il nome Evander, Evandrus, re arcade trasferitosi nel Lazio sul colle Palatino, deriva dal greco Εὐάνδρoς: Eu-ándros, cioè letteralmente “buono, giusto, retto, valoroso (έὐ, eu) uomo (ᾰνήρ,  anér, andros)”. Da notare che anér è il vocabolo greco corrispondente al latino vir, virii, mentre άνϑρώπος, anthropos, il cui significato probabilmente è “aspetto – ώψ-  d’uomo – άνδρoς, gen. di ᾰνήρ -”, che indica un’accezione generica, indifferenziata di uomo (mera somiglianza, parvenza, apparenza d’uomo), corrisponde semanticamente, seppur non etimologicamente, al latino homo, espressione che, del pari, indica l’uomo in un significato più inferiore (etim. da humus). Secondo altra interpretazione, άνϑρώπος, anthropos, significherebbe “sguardo -ώψ-  rivolto – dal verbo αθρεω- verso l’alto – ανα,” mettendo in rilievo dunque la natura anagogica, destinata ad andare verso l’alto, dell’uomo. In realtà, entrambi le interpretazioni convergono nel derivare ᾰνήρ, anér e vir dalla radice indoeuropea -NR, da cui il sanscrito nara, uomo, radice che rimanda ad -AR, da cui il latino virtus ed il greco arethé.  (N.d.R.).

(6) Anche il tal caso, decisivo risulta l’etimo: il nome Cacus, il predone ucciso da Ercole, in greco Κακóς, deriva infatti chiaramente dal noto aggettivo κᾰκoς, cioè “cattivo”, “brutto”, “meschino” (da cui in italiano parole come cacofonia, cacografia, cacosmia, ecc.) (N.d.R.).

(7) Pel Piganiol (Essai, cit., p. 15) il duello di Ercole e Caco potrebbe essere una trascrizione leggendaria della lotta fra un ceppo ario o affine agli Arî, che finì col trionfare di un ceppo aborigeno di tipo pelasgico.

(8) Cfr. Macrobio, Saturnalia, I, 12, 27.



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