“La preghiera è un elemento decisivo per ogni vittoria”: così diceva Codreanu

Dopo aver riproposto lo scorso anno, in occasione dell’anniversario dell’uccisione di Corneliu Codreanu e di altri tredici legionari, l’articolo-reportage che Evola scrisse per le colonne de “Il Regime Fascista” nel marzo del 1938, pochi mesi prima del tragico epilogo terreno della battaglia del Capitano, quest’anno pubblichiamo, in occasione del medesimo anniversario, un articolo di Evola apparso vent’anni dopo sul “Roma” sempre in ricordo di Codreanu e del suo movimento (Evola si soffermò più volte, com’è noto, sull’esperienza del legionarismo romeno). Nel riprendere e riproporre diversi particolari già emersi in precedenza circa l’incontro con Codreanu, Evola aggiunge in questo scritto anche altri dettagli, compreso, proprio nel finale, il ricordo toccante del modo particolare in cui il Capitano si accomiatò dal barone.

Nell’immagine in evidenza, ai lati di Codreanu sono ritratte due importanti figure della tradizione religiosa romena del Novecento: Arsenie Boca (1910-1989), mistico, asceta e teologo, esperto e traduttore dei testi della Filocalia, uno dei più grandi esponenti della Chiesa Ortodossa Romena, ed Ileana di Romania (1909-1991),già Principessa di Hohenzollern-Sigmaringen, figlia di Ferdinando I di Romania e sposa dell’arciduca Antonio d’Asburgo, principe di Toscana (arruolato nella Luftwaffe durante la guerra); figura di grande carisma, Ileana fondò in esilio negli Stati Uniti, dopo l’avvento del Comunismo in Romania, il monastero ortodosso della Trasfigurazione, di cui divenne poi badessa dopo aver ricevuto la tonsura monacale.

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di Julius Evola

Tratto dal “Roma”, 12 dicembre 1958

Fra le molte figure di dirigenti di movimenti nazionali da noi conosciute nei nostro viaggi in Europa, poche – per non dire nessuna – ci fecero una impressione più viva di Cornelio Codreanu, il capo della «Guardia di Ferro» romena. Ricordiamo l’incontro con lui, nel marzo 1938, nella «Casa Verde», sede centrale che i legionari si erano costruita con le proprie mani, a Bucarest. Egli ci si fece incontro: un giovane di alta statura, aitante con una espressione di nobiltà, di lealtà e di coraggio impressa nel volto dai tratti del puro tipo daco-romano, cui si mescolava qualcosa di contemplativo, di ispirato. Fra noi due si stabili subito una spontanea simpatia; in effetti, molte delle nostre idee concordavano, specie quanto all’esigenza di dare ai movimenti di rinnovamento nazionale una autentica base spirituale. Il livello dell’organizzazione che Codreanu aveva creato e con la quale si proponeva di rinnovare la Romania, era notevolmente alto. Il movimento complessivo aveva un orientamento originale; si affiancava idealmente ai movimenti nazionali allora affermatisi in Italia e in Germania, ma con una propria, specifica fisionomia.

In un colloquio, lo stesso Codreanu ci indicò questa direzione particolare, usando una immagine. Egli ci disse: «L’essere umano è composto dal corpo, dall’energia vitale e dall’anima. Così anche ogni nazione, e un moto di rinnovamento può far leva sull’uno o sull’altro di tali elementi e investire il resto partendo da esso. Ora, il fascismo italiano mi sembra che parta dall’elemento forma, riprendendo l’ideale romano dello Stato quale forza formatrice. Il nazionalsocialismo tedesco col risalto dato a tutto ciò che è razza e sangue, parte invece dall’elemento vita. Quanto alla Guardia di Ferro romena,  essa per raggiungere lo stesso scopo vorrebbe agire partendo dall’elemento spirituale, dall’anima». Nel caso del movimento di Codreanu, questa ultima espressione assumeva però un significato peculiare.

Ion Moța, caduto nella Guerra di Spagna il 13 gennaio 1937

Per Codreanu, più che di una lotta politica per la semplice conquista del potere,  si trattava di creare un uomo nuovo. Egli riteneva che la sostanza del popolo romeno fosse così guasta, che senza un rinnovamento dall’interno, da profondo, nulla di valido avrebbe potuto esser raggiunto. L’opera di formazione doveva realizzarsi a tutta prima in una minoranza, a che essa poi facesse da spina dorsale alla nazione. L’orientamento spirituale, religioso, come controparte di quello militante, si palesava già nella designazione che la prima organizzazione aveva avuto: «Legione dell’Arcangelo Michele». Quando questa divenne la «Guardia di Ferro», vi si mantennero tratti di una specie di ascetismo guerriero, analoghi a quello di alcuni antichi ordini cavallereschi. Così per gli appartenenti ad un speciale corpo che  si fregiava dei nomi di Moza e Marin (due capi della Guardia caduti nella guerra di Spagna) vigeva la clausola del celibato; nessuna cura mondana e familiare doveva diminuire, in loro, la capacità di consacrarsi assolutamente alla causa. Ci si doveva anche astenere dal frequentare balli e cinematografi, si doveva evitare ogni sfoggio di ricchezza e di lusso, Doveva essere amata una certa tenuta spartana di vita. In più, era contemplata la pratica del digiuno, due volte alla settimana. Codreanu era il primo a sottoporvisi. Particolare importanza veniva poi attribuita alla preghiera, intesa come una invocazione.

«La preghiera è un elemento decisivo per ogni vittoria – diceva Codreanu – Vince chi sa attrarre dall’etere, dai cieli, le forze misteriose del mondo invisibile ed assicurarsene il concorso». Per lui, fra tali forze vi erano le anime degli antenati e dei morti. E nei «nidi» (così venivano chiamati i centri della guardia) ogni riunione s’iniziava e terminava con una preghiera invocativa rivolta a coloro che lungo i secoli erano caduti per la difesa della patria e della fede e che si riteneva essere rimasti invisibilmente uniti alla stirpe. Ciò, per deformazione, fece perfino nascere la diceria che la Guardia di Ferro si dedicasse anche allo spiritismo, se non pure alla negromanzia.

Ricordiamo come Codreanu ci dicesse: «Lo scopo è sviluppare al massimo tutte le possibilità di grandezza umana che sono state seminate da Dio nel sangue della nostra razza». E ancora: «Se la mistica ha per fine l’estasi, cioè un contatto dell’anima con Dio mediante un salto di là dalla natura umana, la mistica nazionale non è che il contatto dell’uomo e delle folle con l’anima della stirpe mediante un salto di là dagli interessi particolari e materiali, fino al mondo eterno che sovrasta la storia». Egli parlava anche di una specie di luce, di esaltata ed illuminata coscienza collettiva, che irradiandosi da una élite fino alla periferia dell’organismo nazionale doveva essere analoga a quella delle grandi esperienze religiose. Tale stato dello spirito lo chiamava «ecumenicità nazionale». Per esso, un popolo nella sua totalità è trasformato e «arriva alla coscienza di sé, del suo significato, del suo destino. È uno stato che nella storia dei popoli si è manifestato solo in lampeggiamenti. Vi si manifesta la nazione eterna». Codreanu voleva creare le premesse pel suo popolo.

“Non praevalebunt!”

Si sa della tragedia della Guardia di Ferro e della tragedia di Codreanu. Per opera di influenze oscure, nacque una funesta tensione fra la monarchia ed il movimento legionario, che pure ad essa non era avverso (Codreanu diceva: «La monarchia è sempre buona: non bisogna confondere l’uomo con l’istituzione, traendo conclusioni sbagliate»). Alla fine, Codreanu fu arrestato e processato. Allora le forze a lui fedeli si dettero ad azioni terroristiche di rappresaglia, entrò in azione un «battaglione della morte», si costituì un tribunale segreto inteso a giudicare e colpire coloro che, dal punto di vista legionario, si erano resi maggiormente colpevoli di tradimento verso la nazione. Temendo il peggio, si tagliò corto e si ricorse all’assassinio mascherato. Un laconico comunicato governativo annunciò che Codreanu insieme a tredici altri capi del movimento, parimenti arrestati e condannati, era stato ucciso in un tentativo di evasione.

Il crollo della Romania dopo il regime di Antonescu e la seconda guerra mondiale, e la sua aggregazione violenta al blocco sovietico-comunista, non hanno soffocato del tutto il messaggio di Codreanu. Horia Sima è stato considerato come il successore, e fra gli esuli romeni sono numerosi gli antichi appartenenti alla Guardia di Ferro oltre ad elementi nuovi che hanno ripreso le idee del Capo ucciso secondo la stessa mistica e che sperano nella liberazione della Romania. Anzi questi elementi all’estero sono, forse, i più organizzati e i più attivi nella lotta contro il comunismo e le altre forme della sovversione mondiale, fra tutti quelli delle nazioni controllate dalla Russia.

Talvolta essi fan parte di movimenti nazionali di altri paesi, e ve ne sono stati – ci si dice – che non sono stati estranei allo stesso pronunciamento militare che ha dato luogo all’attuale rivolgimento verso destra della Francia. Il ricordo del loro capo permane, vivissimo. E noi stessi lo ricordiamo, quando, nel punto di prender congedo da lui a Bucarest, ci dette il distintivo della Guardia di Ferro – un piccolo cerchio nero con una grata argentea – formulando un augurio con le stesse parole della Chiesa: «Non prevarranno».



Julius Evola

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