La recezione internazionale di Rivolta (II parte)

di Giovanni Monastra

(segue dalla prima parte)

Gottfried Benn
L’incontro con il poeta e medico tedesco Gottfried Benn [27], esponente della Rivoluzione Conservatrice [28], risale al 1934, anno del primo viaggio di Evola in Germania [29], dove tenne una conferenza in una università di Berlino, un discorso al prestigioso Herrenklub della stessa città e un’altra conferenza a Brema, in un convegno internazionale di studi nordici. Negli ambienti aristocratico-conservatori trovò il suo “ambiente naturale”. Recensendo, in chiave assai positiva, Rivolta contro il mondo moderno [30], «libro esclusivista e aristocratico», lo scrittore tedesco individua un duplice merito. L’opera, di «importanza eccezionale», amplia nel lettore «gli orizzonti di quasi tutti i problemi europei secondo nuove direzioni finora ignorate o rimaste nascoste, per cui leggendolo si vedrà in modo diverso l’Europa» e inoltre combatte efficacemente ogni “filosofia della storia”, quella forma di pensiero da tempo egemone proprio in Germania, di cui solo Goethe e Nietzsche furono immuni. Benn mette in luce con particolare vigore lo sforzo evoliano teso a denunciare ciò che ha caratterizzato la vicenda umana successiva al distacco dalla essenzialità e dal rigore del mondo primordiale, cioè l’abbandono del Centro metafisico e la spinta verso la periferia realizzati con l’alibi della “storia”.
Contro lo sfrenato orizzontalismo della moderna concezione del mondo e della vita, concezione riduttiva, a una dimensione, Benn accoglie e fa sua in pieno la dottrina verticale delle “due nature”, essere e divenire, tipica di ogni società tradizionale, formalizzata da Evola nel suo affresco metastorico.

gottfried benn

Gottfried Benn

Chi conosce il Benn nichilista, ateo, attratto talora dagli aspetti più mostruosi e deformi della realtà, al limite della necrofilia [31], potrà rimanere sconcertato da questa adesione piena e completa alla visione “tradizionale” del mondo, dove Divino e Trascendenza costituiscono gli aspetti ontologici, fondanti il tutto. Ma non bisogna dimenticare, da una parte, il rifiuto della storia, dell’utilitarismo, della scienza quantitativa, del meccanicismo, in lui già presenti da tempo, in parte per l’influenza di Nietzsche, dall’altra quello che Ferruccio Masini ha definito il «trapasso, maturato agli inizi degli Anni Trenta, dal Benn ‘dionisiaco’ […] al Benn ‘apollineo’ del konstruktiver Geist (spirito costruttivo)» [32] come esito del suo processo interiore, vissuto, di “superamento del nichilismo”. Avvenne un approfondimento trasfigurante che portò alla inversione di segno di molti aspetti propri all’universo benniano: attraversati gli inferi si protendeva verso l’Olimpo. Cosicchè negli scritti teorici e nelle poesie si comincia a scorgere al posto dell’esaltazione degli elementi infrarazionali, mostruosi e ctonii, una sempre più chiara percezione di un luminoso ordine metafisico, non-teistico, dove forma e stile costituiscono gli elementi centrali, strutturanti, in un contesto di forti suggestioni eckhartiane, se non addirittura taoiste (vedi la tematica del saggio distaccato dal mondo).

Il suo studio su Goethe e le scienze naturali [33], del 1930, costituisce un esempio significativo di questo nuovo interesse per la morfologia trascendentale, il pensiero tipologico-archetipico, la visone olistica della realtà. Sono tutti aspetti propri al pensiero goethiano, ma che Benn fa suoi, riconoscendo la Natura nella sua vera essenza, dopo le mistificazioni positiviste: realtà dinamica fatta di immanenza in cui diviene attiva e operante la trascendenza [34]. Tutto viene trasfigurato e la stessa esistenza, lungi dall’essere solo una somma di orrori e deformità malate, aspira a qualcosa che la trascenda. «Ogni vita vuole più che la vita» [35], esige armonia, stile, misura in senso qualitativo. È l’archetipo dorico che ritorna, con sua essenzialità, tra l’acciaio e le alte temperature dell’interregno dello spirito. «L’epoca di cui parla Benn, chiamandola orestea, non è propriamente un’epoca storica, bensì un trascendimento del tempo per effetto del quale il mondo diventa una costruzione spirituale, un’appercezione trascendentale» [36].

Come si può vedere, quindi, esistevano già diverse premesse positive per la piena accettazione da parte di Benn delle idee esposte da Evola. Possiamo ragionevolmente pensare, piuttosto, che la lettura di Rivolta contro il mondo moderno abbia contribuito a rafforzare questo processo di chiarificazione e riorientamento verso l’Alto in corso nell’animo del poeta tedesco durante gli Anni Trenta.

D’altra parte non si trattò di un interesse momentaneo e superficiale: infatti leggendo la prosa di Benn troviamo altri espliciti riferimenti positivi al pensiero di Evola. Così egli riconosce il suo debito nei confronti di Rivolta, alle cui idee si era ispirato scrivendo un saggio in onore del poeta Stefan George [37], o richiama “la sintesi ghibellina” propugnata da Evola, quando dice che «le aquile di Odino volano incontro alle aquile della legione romana» [38], efficace metafora della sintesi del germanesimo e della romanità, due aspetti complementari del mondo indoeuropeo nella visione dello studioso italiano.

Mircea-Eliade

Mircea Eliade

Mircea Eliade
Ancor più vicino di Benn agli interessi evoliani fu certo il famoso storico delle religioni romeno Mircea Eliade [39], anche se egli non aderì mai in pieno alla concezione del mondo “tradizionale”, a differenza di Guénon e Coomaraswamy. Infatti ebbe a scrivere di Evola: «Ne ammiravo l’intelligenza e, soprattutto, la densità e la chiarezza della prosa. Proprio come René Guénon, Evola presupponeva una tradizione primordiale alla cui esistenza io non potevo credere, giudicandola di carattere fittizio, non storico» [40].

Il rapporto Evola-Eliade iniziò prima della partenza di quest’ultimo per l’India, dove si trattenne dal 1928 al 1931. La loro corrispondenza epistolare sarebbe durata per molti anni [41], anche se in seguito avvenne un parziale distacco, almeno su certi temi. Già da studente Eliade [42] aveva letto alcuni libri di Evola e nel 1927 era stato colpito da un articolo evoliano, apparso su Bilychnis, rivista da lui ben conosciuta. Si tratta de Il valore dell’occultismo nella cultura contemporanea [43], che commentò sulle pagine del quotidiano “Cuvântul”[44], dimostrando così in modo ufficiale il suo interesse per le tematiche trattate dallo studioso italiano, interesse che fino agli Anni Quaranta fu molto più vivo che successivamente, quando, o per convinzione, o per strategia di sopravvivenza, modificò alcune posizioni e nascose certi riferimenti dottrinari precedenti [45]. La loro conoscenza personale risale al 1938, in occasione di un viaggio di Evola a Bucarest, dove il filosofo Nae Ionesco, maestro di Eliade, propiziò l’incontro [46].

Nonostante la generale correttezza della recensione di Rivolta contro il mondo moderno, «spiegazione del mondo e della storia di una affascinante grandezza», condotta con rigore da “filosofo” [47], non si può fare a meno di notare come sia inesatto affermare che «Evola si situa sulla linea culturale di Gobineau, Chamberlain, Spengler, Rosenberg», dato che la sua morfologia della storia risulta abissalmente lontana dalla visione irrazionalista e vitalista, se non addirittura positivista e biologista, che caratterizza gli scritti degli autori ora citati. D’altra parte Eliade mette in luce molto chiaramente che Evola aderisce a una visione “tradizionale” della vita, dove il fine vero è costituito dall’integrazione in una dimensione che trascende la semplice “vita”, cioè nella dimensione del Sacro che permea tutta la realtà. Per cui la genealogia di cui sopra appare ancor più fuori luogo, anche se è forse caratteristica di certa incostanza e incongruenza nei passaggi logici che talvolta emergono nell’opera eliadiana.

Ananda K. Coomaraswamy
Mentre i rapporti tra Evola e i precedenti recensori sono abbastanza documentati, quelli tra lo studioso italiano e il dottrinario tradizionalista angloindiano Ananda Kentish Coomaraswamy [48] sono di difficile ricostruzione. Ne Il Cammino del Cinabro Julius Evola non fa alcun riferimento a Coomaraswamy, autore che, tra l’altro, non cita quasi mai nei suoi scritti, pur essendo un rigoroso esponente del pensiero tradizionale. Eppure, leggendo regolarmente Etudes Traditionnelles, dove apparvero numerose traduzioni di testi di Coomaraswamy, Evola doveva conoscerne abbastanza bene il pensiero. Rimane incomprensibile tale silenzio su di lui, anche in considerazione di quanto diremo più avanti.

Ananda-Kentish-Coomaraswamy

Ananda Kentish Coomaraswamy

Sull’altro versante, in prima istanza, possiamo fare riferimento alla biografia, attenta e documentata, dedicata da Roger Lipsey alla vita del grande esegeta dell’arte tradizionale, Coomaraswamy: His life and work [49]: questo libro, nonostante informi il lettore sulle più marginali conoscenze, anche solo culturali, dello studioso angloindiano, ignora qualsiasi rapporto con Evola. Tale mancanza assoluta di contatti sarebbe stata molto strana, in quanto ambedue avevano in comune alcune conoscenze, come René Guénon o sir John Woodroffe (Arthur Avalon), che potevano fare da tramite, considerato che l’ambiente dei “tradizionalisti” era numericamente modesto e quindi risultava utile tenere una rete di relazioni fra tutti i componenti di tale area.

Di recente, una informazione dataci dal figlio di Ananda Coomaraswamy, il dottor Rama, un chirurgo affermato, ma anche un battagliero tradizionalista cattolico, ha colmato questa lacuna: abbiamo così saputo che, come era logico, Coomaraswamy ed Evola intrattennero una corrispondenza epistolare, oggi purtroppo perduta o introvabile. Inoltre Evola gli inviò negli Anni Trenta, oltre a Rivolta contro il mondo moderno, anche La Tradizione ermetica e Il mistero del Graal. Lo studioso angloindiano li lesse sicuramente con interesse, specie Rivolta, con le cui tesi di fondo talora polemizza, talora concorda. Esempi si trovano in What is civilization? [50], Autoritè spirituelle et pouvoir temporel dans la prospective indienne du gouvernement [51], Il Grande Brivido [52], mentre nel suo epistolario, Selected letters of A.K. Coomaraswamy, invita un amico, Martin D’Arcy, sacerdote cattolico, futuro capo dei Gesuiti d’Inghilterra, a leggere Rivolta contro il mondo moderno [53] e segnala un giudizio di Evola, in una lettera del 1941 al giornale londinese New English Weekly [54].

Infine, nella rivista fondata e diretta dal noto poeta indiano Rabindranath Tagore, The Visva-Bharati Quarterly, Coomaraswamy fece pubblicare, nel 1940, la traduzione, eseguita dalla moglie Luisa Runstein, nota anche con lo pseudonimo di Zlata (o Xlata) Llamas, di un capitolo di Rivolta, intitolato Uomo e Donna, traduzione che costituisce il primo scritto evoliano presentato nell’area culturale anglofona [55]. Coomaraswamy aggiunse alcune note esplicative al testo [56] e stese anche una breve presentazione, che rappresenta il suo unico commento organico – e lusinghiero – dell’opera di Evola, avanzando solo due obiezioni. Egli critica lo studioso italiano per aver sottolineato, inopportunamente, la appartenenza di Freud al popolo ebraico e per aver sopravalutato il ruolo della funzione regale rispetto a quella sacerdotale, invertendo anche, al fine di supportare la sua tesi, il significato di un passo del testo indù Aitareya brahmana. Ma ciò non gli impedisce di presentare Rivolta come un libro fondamentale ed essenziale, adatto sia per lo studente di antropologia che per l’indologo.

La seconda critica è complementare a quella analoga avanzata da Guénon e, quindi, va inquadrata nel contesto, già prima delineato, dei rapporti tra la casta sacerdotale e quella guerriera. Naturalmente le argomentazioni di Coomaraswamy concernenti la traduzione sono indiscutibili, data la sua autorità e la perfetta conoscenza della lingua in cui sono scritti i testi sacri indù, per cui costituiscono una utilissima puntualizzazione. La nota della direzione della rivista, riportata in appendice allo scritto di Coomaraswamy, rispecchia il pensiero di Tagore sul “tradizionalismo” come concezione del mondo, dimostrando le notevoli differenze esistenti tra le idee del poeta indiano, compartecipi di molti aspetti della modernità, e quelle di Evola (e di Coomaraswamy, legato a Tagore solo da una antica amicizia).

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I rapporti tra casta sacerdotale e casta guerriera costituiscono uno dei punti di critica di Coomaraswamy all’opera di Evola

Può sembrare strano che Evola non abbia mai citato questa traduzione in inglese, già di per sé significativa, né lo scritto elogiativo prepostovi, quando riporta i giudizi espressi da uomini di cultura su quello che considerava il suo testo fondamentale (per altro, analoga omissione avvenne con la recensione scritta da Eliade). Ricordiamo che dopo il conflitto Evola non poté riprendere i contatti con Coomaraswamy, giacché quest’ultimo morì nel 1947, quando lo studioso italiano era ancora isolato in una clinica austriaca, paralizzato agli arti inferiori in seguito al bombardamento di cui era rimasto vittima a Vienna.

Di recente Renato del Ponte ha pubblicato undici lettere scritte da Guénon a Evola tra il 1930 e il 1950 [57], fornendo alcune utili informazioni, prima ignote. Nella lettera inviata il 28 febbraio 1948 lo studioso francese scrive: «Credo che conosciate senz’altro le opere di Coomaraswamy, in tutto o almeno in parte; penso che abbiate saputo che sua moglie aveva tradotto qualcosa di vostro (credo di ricordarmi che fosse un capitolo della Rivolta contro il mondo moderno), che è uscito un poco prima della guerra nella “Vishva Bharati Quarterly“» [58]. Quindi Evola venne a conoscenza, quanto meno tramite Guénon, di questa traduzione inglese, con un riferimento per altro molto vago alla rivista, senza data precisa, né luogo di edizione, ma, salvo informazioni ricevute da altri e ancora non documentate, probabilmente ignorò sempre che Coomaraswamy aveva commentato positivamente il libro. Certo qualcuno (forse lo stesso Guénon a cui Evola si era rivolto nel 1949 per alcuni consigli sulle modifiche da apportare a Rivolta in vista di una ripubblicazione) dovette avanzare le stesse critiche di Coomaraswamy circa l’erronea citazione del testo indù Aitareya brahmana, citazione che scomparve nelle successive rielaborazioni del volume: infatti, già nella seconda edizione di Rivolta [59], non si trova più traccia di quelle frasi, che riportiamo qui di seguito, al fine di rendere più comprensibile il rilievo avanzato da Coomaraswamy:
«Ma ancora un riferimento è pieno di significato, sempre per la stessa idea. In India, è spesso accaduto che la funzione propriamente sacerdotale fosse affidata ad una persona distinta dal re, ad un sacerdote alle dipendenze del re, che è il purohita. Il purohita – vien detto – protegge soprannaturalmente la vita e il dominio del suo sovrano: è come un possente fuoco divampante intorno a lui. Il re consacrato e unito al suo purohita – si aggiunge – consegue lo scopo supremo della vita, non muore di nuovo, è un trionfatore. Ora, per quanto il re debba venerare il purohita, pure questi – il sacerdote – sta di fronte al re come una femina di fronte al maschio. Il re, nello stabilirlo, pronuncia infatti la stessa formula tradizionale, che lo sposo usa quando si accinge a possedere la sua sposa: Io son quello, tu sei questo, questo sei tu, quello son io -io sono il cielo, tu la terra» [60].
Di fatto è invece il sacerdote a pronunciare queste parole rivolgendosi al re.

Rivolta contro il mondo moderno

“Nel testo di Evola troviamo una sintesi originale che riesce, in pieno, a rendere manifesta l’Unità trascendente nella molteplicità del mondo fenomenico”

Ma, al di là di alcuni punti criticabili, proprio dal complesso delle recensioni che presentiamo (specie da quelle di Guénon e Coomaraswamy) si evince che il grande affresco del mondo della Tradizione, tracciato da Evola, mantiene in pieno la sua dignità e la sua coerenza complessiva con l’ordine di Idee a cui esplicitamente si riferisce: Rivolta esprime un “punto di vista” legittimo proprio a un occidentale dall’anima premoderna, totalmente romana in senso spirituale. Per lui valgono le parole di Georges Vallin [61], riferite ad un contesto più ampio – ossia le parziali differenze tra le varie dottrine sapienziali – ma certo analogo a quello che vede Evola e gli altri esegeti della Tradizione tutti vincolati, almeno sotto certi aspetti, a specifici ambiti storico-culturali. «Il radicamento della prospettiva metafisica in una tradizione spirituale determinata porta con sé una differenza nei modi della sua formulazione o della sua espressione dottrinale, preservandone, però, l’unità e l’identità profonda, cosicché ci permette di coglierla nei limiti di un’ottica particolare» [62].

Nel testo di Evola troviamo una sintesi originale che riesce, in pieno, a rendere manifesta l’Unità trascendente nella molteplicità del mondo fenomenico: il molteplice e l’Uno, divenire ed essere, due realtà armonizzabili solo nella visione “tradizionale”, come, tra gli altri, ha rilevato Agnes Arber [63].

Si può, quindi, affermare che nell’opera evoliana l’inevitabile parzialità, inerente allo “specifico” proprio della dimensione di cui fa parte l’uomo, rispecchia mirabilmente la totalità.

Note

27- Sulla vita e le opere di G. Benn vedasi l’eccellente saggio di A. de Benoist, Presenza di Gottfried Benn, in Trasgressioni, V, 12, 1990. Evola e Benn avevano una corrispondenza epistolare già dal 1930 (de Benoist, p.84)

28- Sulla Rivoluzione Conservatrice rimandiamo a: A. Romualdi, Correnti politiche e ideologiche della destra tedesca dal 1918 al 1932, Ed. de L’Italiano, Roma, 1981 (ora ristampato dalle Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2013, N.d.R.), e A. Mohler, La Rivoluzione Conservatrice, Akropolis, Napoli, 1990.

29- J. Evola, Il cammino del cinabro cit., p.149. Da quel momento egli cominciò a tessere una fitta tela di rapporti con diversi personaggi di rilievo del mondo tedesco. Ancora non molto tempo fa Ernst Junger ricordava, in un’intervista a Gennaro Malgieri, i suoi incontri con Evola: «È stato un paio di volte a trovarmi in Germania e ho avuto con lui una lunga corrispondenza. Evola sosteneva l’importanza del mito e la sua supremazia sulla storia: questo è stato il dato più interessante della nostra affinità» (“Il Secolo d’Italia“, 1 novembre 1986). Vedi anche: A. Gnoli e F. Volpi, I prossimi titani. Conversazioni con Ernst Junger, Adelphi, Milano 1997, p.103, dove però afferma di non aver mai incontrato di persona Evola.

30- Sein und Werden, in Die Literatur, XXXVI, 1934-1935, ora nelle opere complete di Benn, pubblicate dalla Limes Verlag, Wiesbaden 1958-1961, tomo IV, p.251. Questo risulta essere «l’ultimo testo in prosa pubblicato sotto il Terzo Reich» da Benn, a cui il regime vietò di scrivere in quanto le sue idee erano ritenute incompatibili con l’ideologia nazionalsocialista (L. Richard, Nazismo e cultura, Garzanti, Milano, 1982, p. 280). Di recente si sono avute nuove rilevanti prove circa l’interesse di Benn per Rivolta contro il Mondo Moderno. Infatti lo studioso Francesco Tedeschi ha rinvenuto nello Schiller-Nationalmuseum Deutsches Literaturarchiv (Handaschriften Abteilung) tre lettere di Evola indirizzate a Benn, che sono state pubblicate e commentate da Gianfranco de Turris sul mensile “Percorsi” (anno II, Maggio 1998). Le prime due sono particolarmente interessanti e risalgono al 1934. In quella del 20 luglio il tradizionalista italiano chiedeva al suo corrispondente la cortesia di revisionare la versione tedesca di Rivolta, eseguita da un certo Bauer, a cui si deve anche la traduzione di Imperialismo Pagano, dato che lo riteneva la persona più qualificata in assoluto per un compito così importante. Infatti scriveva: «[…] per me è dalla massima importanza l’esposizione la più esatta possibile delle idee rappresentate nel mio libro», concludendo: «Mi prendo la libertà di rivolgermi a Lei, in virtù dell’assoluta competenza che a mio giudizio Ella possiede su questi argomenti, e della Sua grandissima conoscenza e intelligenza delle tradizioni cui io mi ricollego». Nella successiva lettera del 9 agosto Evola faceva riferimento alla risposta positiva di Benn, inviata il 27 luglio, e lo ringraziava caldamente per aver accettato di revisionare la traduzione di Rivolta. Non esistono ulteriori conferme che poi ciò avvenne, né Evola accenna a questo fatto nella lettera, la terza rinvenuta nell’archivio, da lui inviata a Benn nel 1955. Ma i dati a nostra disposizione ci inducono a pensarlo. Quindi possiamo essere quasi certi che il poeta tedesco abbia ulteriormente contribuito, anche attraverso un siffatto impegno “silenzioso”, ma efficace e qualificato, al successo dell’opera evoliana in Germania.

31- Vedasi la raccolta di poesie Morgue, Einaudi, Torino, 1971.

32- F. Masini, Gottfried Benn e il mito del nichilismo, Marsilio, Padova, 1968, p.60.

33- G. Benn, Lo smalto sul nulla, Adelphi, Milano, 1992, pp. 89-125.

34- G. Benn, Lo smalto sul nulla cit., p.102.

35- G. Benn, Lo smalto sul nulla cit., p.207.

36- Così scrive Ferruccio Masini nella sua prefazione a G. Benn, Aprèslude, All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano, 1963, p.13.

37- G. Benn, Discorso per Stefan George (1934), ora in Lo smalto sul nulla, cit., pp. 163-176. La seconda parte di questo scritto era già apparsa, col titolo Epoca che viene, epoca della forma, in traduzione italiana su “Diorama Filosofico“, la pagina speciale del quotidiano “Regime Fascista” (2 maggio 1934), curata da Evola (ora in “Diorama Filosofico“, a cura di M. Tarchi, Edizioni Europa, Roma, 1974, pp. 63-66). Da segnalare che il riferimento ad Alfred Rosenberg è scomparso nella edizione del dopoguerra ripresa dalla Adelphi (Diorama Filosofico cit., p.64 e Lo smalto sul nulla cit., p. 173)

38- G. Benn, Lo smalto sul nulla cit., p.161. Benn fa riferimento al capitolo Il mito delle Due Aquile dell’edizione tedesca, riveduta e ampliata, di Imperialismo Pagano (Armanen-Verlag, Leipzig, 1933, ritradotto e pubblicato in italiano nel 1991 a cura del Centro Studi Tradizionali di Treviso).

39- Mircea Eliade è un autore molto noto, ma alcuni aspetti delle sua vita e certi rapporti di tipo culturale e ideologico sono stati spesso volutamente occultati. Claudio Mutti, analizzando l’impegno politico di alcuni intellettuali romeni negli Anni Trenta, tra cui anche Emil Cioran, ha dimostrato inequivocabilmente che Eliade aderì alla Guardia di Ferro (cfr. Le penne dell’Arcangelo, con una lunga prefazione di P. Baillet sulla dottrina e l’azione del Movimento Legionario Romeno, Barbarossa, Milano, 1994).

40- M. Eliade, Les Moissons du Solstice. Memoire II 1937-1960, Gallimard, Parigi, 1988, pp. 153-4 (trad. it. Jaca Book, Milano, 1995).

41- M. Eliade, Fragments d’un journal. II 1970-1978, Gallimard, Parigi, 1981, p. 192. Il testo di alcune lettere di Evola a Eliade è contenuto in AA. VV., Mircea Eliade e l’Italia, a cura di M. Mincu e R. Scagno, Jaka Book. Milano, 1986. Sui rapporti Evola-Eliade vedasi anche il saggio di G. de Turris, L'”Iniziato” e il Professore, in AA. VV., Delle rovine ed oltre, Pellicani, Roma, 1995, e quello di P. Baillet, Julius Evola et Mircea Eliade (1927 – 1974): une amitie manquee, in “Les Deux Etendards“, I, 1,1988.
Va ricordato che Eliade dimostrò stima per Evola in modo palese anche nel dopoguerra, dato che ne citò alcuni testi, come La dottrina del risveglio o La Tradizione Ermetica, riconoscendo sempre la validità delle ricerche evoliane nel campo delle dottrine sapienziali.

42- M. Eliade, Les Moissons du Solstice…, cit., p. 153.

43- J. Evola, Il valore dell’occultismo nella cultura contemporanea, in “Bilychnis”, XXX, 11, 1927; ora in J. Evola, I Saggi di Bilychnis, Edizioni di Ar, Padova, 1987, pp. 67-90.

44- «Cuvântul», III, 1 dicembre 1927. Nell’articolo Eliade parla già di Evola come di un autore da lui ben conosciuto, dato che segnala la rivista “Ur” e cita vari argomenti tra quelli trattati abitualmente dallo studioso italiano, il cui saggio sull’occultismo dimostra, a suo parere, «comprensione del problema […] chiarezza, originalità» (ringrazio il professor Roberto Scagno per avermi fornito copia dell’articolo e Cristina Dascalu per la traduzione).

45- Una parziale testimonianza di tali interessi la si può trovare in Fragmentarium, Ed. de l’Herne, Parigi, 1989. Si tratta di una raccolta di articoli, apparsi negli Anni Trenta principalmente su “Vremea”, raccolta già predisposta dallo stesso autore. Purtroppo è evidente la censura selettiva di tutti i pezzi in vario modo “imbarazzanti” per l’Eliade. Circa gli interessi di ordine “tradizionale” a lui propri, almeno fino agli Anni Quaranta, va segnalata una testimonianza di R. Guénon espressa in una sua lettera del 26 settembre 1949: «Eliade […] è quasi interamente d’accordo con le idee tradizionali, ma non osa mostrarlo troppo in ciò che scrive, perché teme di urtare le concezioni ammesse ufficialmente; ciò genera un miscuglio abbastanza spiacevole […] speriamo, pertanto, che alcuni incoraggiamenti possano contribuire a renderlo meno timido.» (cit. in J. Robin, René Guénon Testimone della tradizione, Il Cinabro, Catania, 1993, p. 10).

46- J. Evola, Il Cammino del Cinabro cit., p.152 e M. Eliade Fragments d’un journal…, cit. p.193. In ambedue i casi gli autori descrivono l’episodio in modo analogo, però forniscono l’anno sbagliato: Evola il 1936, Eliade il 1937. Infatti gli articoli scritti da Evola dopo il suo viaggio in Romania, dove conobbe anche il capo del Movimento Legionario, Corneliu Codreanu, dimostrano che l’incontro avvenne nel marzo 1938 (cfr. La tragedia della Guardia di Ferro romena: Codreanu, in “La Vita Italiana“, XXVI, dicembre 1938). Quasi tutti gli articoli evoliani sull’argomento sono stati raccolti da C. Mutti in: J. Evola, La tragedia della Guardia di Ferro, Fondazione J. Evola, Roma 1996.

47- “Vremea”, VIII, 382, 1935.

48- Per un inquadramento dell’autore in particolare come studioso di arte tradizionale cfr. G. Marchianò, L’armonia estetica, Dedalo, Bari, 1974, pp. 56-94, mentre per uno studio più introduttivo sulla vita e le opere cfr. G. Monastra, Ananda K.Coomaraswamy: dall’idealismo alla Tradizione, in Futuro Presente, II, 3, 1993.

49- R. Lipsey, Coomaraswamy: His life and work, Princeton University Press, Princeton, 1977.

50- A. K. Coomaraswamy, What is Civilization?, Lindisfarne Press, Great Barrington, 1989, p.123.

51- A. K. Coomaraswamy, Autoritè spirituelle et pouvoir temporel dans la perspective indienne du gouvernement, Archè, Milano, 1985, p.10 (trad. francese di Spiritual Authority and Temporal Power in the Indian Theory of Government, New Haven, 1942)

52- A. K. Coomaraswamy, Il Grande Brivido, Adelphi, Milano, 1987, pp. 236 e 240 (trad. italiana di: Traditional Art and Symbolism, Princeton University Press, 1977).

53- Selected Letters of A. K. Coomaraswamy, Oxford University Press, Oxford, 1988, p.138.

54- Selected Letters cit., p. 421. Sulla stessa rivista Coomaraswamy fa riferimento in senso positivo a Evola anche in altri casi (Selected Letters cit., p.364)

55- The Visva-Bharati Quarterly – Vol. V, Parte IV, Nuova Serie, 1940. Accanto al testo di Evola, si trovano saggi di Tagore (Satyam), Nehru, il futuro Primo Ministro indiano, (L’India in una unione federale di nazioni), Kripalani (Educazione di base e filosofia gandhiana e Democrazia e non-violenza) e di altri personaggi di spicco della cultura e della politica indiana dell’epoca.

56- Si tratta di dieci note o aggiunte alle note evoliane, tutte nello stile di Coomaraswamy secondo cui le affermazioni di ordine tradizionale devono essere sempre chiare e ben documentate con riferimenti testuali. Solo in un caso Coomaraswamy, oltre a integrare quanto afferma Evola, ne corregge lievemente il contenuto. Si tratta del passaggio dove lo studioso italiano afferma che la “dedizione” assoluta in amore è tipica della sola donna nei confronti dell’uomo: ciò, secondo Coomaraswamy, è vero nei limiti in cui lo sposo costituisce per la sposa “il simbolo di Dio”. Ma, sotto il profilo tradizionale, a sua volta anche l’uomo di fronte alla Divinità assume un ruolo “femminile”, tributando amore con dedizione totale, senza che questo comporti alcuna degradazione, a differenza di quanto Evola lascia intendere. Nemmeno l’uomo può, dunque, considerarsi autocentrato: la “sufficienza interna” di cui si parla in Rivolta è un fatto relativo da non assolutizzare.

57- R. Guénon, Lettere a Julius Evola, a cura di R. del Ponte, Sear Edizioni, Borzano 1996 .

58- R. Guénon, Lettere a Julius Evola cit., p. 47.

59- J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Bocca, Milano, 1951.

60- J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno edizione del 1934, p. 105.

61- Il francese G. Vallin (1921-1983), autore di notevole spessore culturale, studioso di metafisica, vicino alle posizioni guenoniane, ha insegnato per lungo tempo filosofia all’Università di Nancy II. I suoi studi comparativi, i suoi raffronti fra i due contesti tradizionali di Oriente e Occidente meriterebbero una attenta considerazione, di cui purtroppo non hanno goduto finora. Il suo nome, ignoto in Italia, ci ricorda un analogo destino di oblio, quello di Ada Somigliana (1900-1990), le cui acute analisi, anch’esse di tipo comparativo, dedicate ai rapporti tra il pensiero dei sapienti della Grecia arcaica, come Eraclito, e la speculazione indù, sono state colpevolmente ignorate anche da molti addetti ai lavori.

62- G. Vallin, La perspective metaphysique, Dervy-Livres, Parigi, 1977, p. 84. In base a quanto detto, il modo migliore per leggere Rivolta contro il mondo moderno dovrebbe essere quello di farne uno studio comparato con testi per certi aspetti analoghi, ma pensati da prospettive in parte diverse, tra cui ricordiamo, oltre La crisi del mondo moderno di Guénon (Mediterranee, Roma, 1969) e L’uomo e la certezza di F. Schuon (Borla, Torino, 1967), anche Ancient beliefs and modern superstitions (Quinta Essentia, Cambridge, 1991) e The Eleventh Hour (Quinta Essentia, Cambridge, 1987) di M. Lings.

63- cfr. A. Arber, Il molteplice e l’Uno, Astrolabio, Roma, 1969. Nella sua vasta produzione, in parte influenzata dal pensiero di Guénon e Coomaraswamy, l’inglese A. Arber (1879 – 1960), insigne botanica, naturalista, ma anche studiosa di metafisica e religione, ha affrontato, secondo una visione olista e goethiano-archetipica, molte problematiche di filosofia della natura e della scienza: cfr. L’occhio e la mente (Vallecchi, Firenze, 1991) e The natural philosophy of plant form (Cambridge, 1950).

N.B. – I testi delle recensioni di Guénon, Benn, Eliade e Coomaraswamy sono contenuti nell’ultima edizione di Rivolta contro il mondo moderno (Mediterranee, Roma 1998).



Giovanni Monastra

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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