La vera «contestazione» è a Destra: L’uomo di vetta (sette domande a Julius Evola)

Intervista di Gianfranco de Turris, pubblicata come La vera «contestazione» è a Destra: L’uomo di vetta (sette domande a Julius Evola), su Il Conciliatore n. 1, Milano, 15 gennaio 1970, pp. 16-19.

È ormai un mese che le Edizioni Mediterranee hanno messo in circolazione la terza edizione della Rivolta contro il mondo moderno[1]. Essa in genere viene considerata come l’opera più importante e fondamentale per comprendere le origini di molte Sue altre posizioni. Quale significato annette a questa pubblicazione, in un clima come l’attuale?

In parte, la risposta è data già dalla presentazione editoriale del libro stesso, dove è detto che questa ristampa ha una sua doppia ragione. La prima, è di ricordare che già trentacinque anni fa (perché la Rivolta uscì per la prima volta nel 1934 in Italia e nel 1935 in Germania) era stata bandita contro la civiltà «moderna» una rivolta che va assai più in là delle varie «contestazioni» attuali, in quanto non ha in vista gli aspetti ultimi, più recenti, del mondo moderno (la «società dei consumi», la tecnocrazia e tutto il resto), ma si porta assai più nel profondo, risale fino alle cause prime, indica, in base ad una ricostruzione storica generale, i processi che già da tempo hanno esercitato un’azione distruttrice su ogni valore ideale e forma di organizzazione superiore dell’esistenza.

Rivolta contro il mondo moderno-evolaLa seconda ragione è che dal libro risulta come una «contestazione» veramente globale sia possibile soltanto partendo da punti di riferimento di Destra e, più esattamente, da ciò che in un senso tutto speciale ho chiamato «mondo della Tradizione». In effetti, non si tratta di una rivolta senza centro: una rivolta viene proposta al lettore come una conseguenza naturale e implicita dopo che, con uno studio comparato abbracciante le civiltà più varie, mi sono sforzato di indicare ciò che nei diversi domini dell’esistenza può rivendicare un carattere di normalità e di normatività, in senso superiore. Così per lo Stato, la legge, l’azione, la concezione della vita e della morte, il sacro, le articolazioni sociali, il sesso, la guerra, eccetera, oltre a quelle vie che erano state indicate per condurre l’individuo al di là della condizione umana, anziché ridurlo a poco a poco ad un essere senza volto, ad una parte sempre più condizionata in un mondo assurdo dominato dalla materia e dall’economia, perseguente solo forme di un benessere ottuso da animale umano.

Il libro, quindi, potrebbe fornire, volendo, le basi per una «legittimazione» positiva di ogni seria rivolta: non semplicemente negare, ma avere ben chiaro in nome di che cosa si dice «no» a tutta una civiltà. Ciò è assai importante, e per farsi un’idea del vuoto esistente basti considerare il carattere banale, svuotato e fiacco di tutto quello che, ad esempio, il tanto reclamizzato Marcuse pone come alternativa, partendo peraltro da una aberrante sociologia grossolanamente freudiana.

Da ciò che dice, sembrerebbe proprio che le relazioni fra le idee da Lei sostenute e quelle delle varie correnti contestatarie attuali[2] soprattutto giovanili e universitarie, siano assai scarse, e ciò nonostante da parte di alcuni si siano voluti tentare accostamenti. È così?

Per l’appunto. Io ritengo che se a queste correnti si proponessero i punti di riferimento di cui ho detto, esse, nella maggioranza, li respingerebbero, non avrebbero per essi comprensione alcuna, mancherebbe un suolo esistenziale di risonanza. Si sa della misura in cui le correnti contestatarie sono più o meno direttamente influenzate dalle ideologie di Sinistra, tanto da essere facilmente strumentalizzate dal marxismo. Oppure si tratta solo di un anarchismo disordinato, senza fondo, con insofferenza per ogni autodisciplina. So che i miei libri trovano molti lettori negli ambienti dei giovani. Però è da chiedersi fino a che punto essi li capiscano completamente, a ciò essendo richiesta una certa «maturità», per così dire l’«essersi fatti le ossa».

Come considera il fenomeno, che ha sconcertato diversi osservatori, rappresentato da quei giovani provenienti da posizioni genericamente di Destra e che si sono autodefiniti «nazi-maoisti», «cino-fascisti», «fascisti rossi», eccetera? So che ne ha conosciuti direttamente alcuni: qual è il Suo giudizio in proposito?

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Nazimaoismo: “Già l’infelice scelta di codeste denominazioni attesta una notevole confusione intellettuale”

Già l’infelice scelta di codeste denominazioni attesta una notevole confusione intellettuale. Alcuni di quei giovani sono effettivamente venuti a trovarmi, ma nessuno mi è sembrato avere una seria preparazione. Si soggiace alla suggestione di certe formule che prendono il posto delle idee. In alcuni di loro mi ha colpito una curiosa animosità nei riguardi del MSI, del quale essi spesso avevano fatto o facevano parte. Si giustificano dicendo che questa è la conseguenza di una delusione. Accusano il MSI di non aver più mordente «rivoluzionario» e di collusioni politico-ideologiche con la borghesia «benpensante», anche nei riguardi del cattolicesimo, di certi atteggiamenti genericamente «patriottardi», eccetera. Ma, a tale riguardo, io credo che bisognerebbe distinguere, e riconoscere da una parte le condizionalità che, data la situazione, un partito deve subire in quanto tale; dall’altra parte la difficoltà di trovare un «fondo» sufficiente di forze di diverso e più intransigente orientamento.

Si deve ricordare, del resto, che accuse analoghe, di transazioni con la borghesia, col costume e con le convenzioni borghesi, con la religione dominante, furono rivolte allo stesso fascismo. E in una sede diversa da quella di un partito o, almeno, dell’ufficialità di un partito, o «parapolitica», che quelle istanze «rivoluzionarie» potrebbero essere fatte valere, e vi sarebbe per un’élite un campo fecondo d’azione, a tale riguardo; ma, come ho accennato, mi sembra che questi «insofferenti», questi «intransigenti» non abbiano, tutto sommato, idee molto precise; e deplorare soltanto, a poco serve.

D`altra parte, se il discorso cade sull’anticonformismo e sul rigetto del cosiddetto sistema borghese, assai di frequente ho potuto rilevare, nei giovani, una singolare incongruenza: mentre insistono sul piano politico e ideale in un atteggiamento rivoluzionario, troppo spesso, esistenzialmente, nella vita pratica individuale, essi finiscono col soggiacere in modo desolante alle routines dell’aborrita vita borghese (per fare un esempio: sposandosi, accasandosi tranquillamente, prolificando), trovandosi con ciò ancor più nella necessità di «sistemarsi» nell’attuale società, e via dicendo.

Francamente, il tipo autentico del beat (non quello buffonesco ed in fondo snob del Piper), benché deteriore, a tale riguardo mi sembra più coerente. Ed io apprezzo molto la coerenza.

Passiamo all’orientamento opposto. Sembra, cioè, che in questi ultimi due o tre anni nell’ambiente culturale italiano, si stia assistendo ad un certo rivolgersi verso posizioni che vengono definite «tradizionaliste». Con clamore o in silenzio avvengono «conversioni», si formano gruppetti d’intellettuali, si fondano nuove riviste non conformiste, vengono pubblicati libri antiprogressisti. Lei, che in genere è considerato come l’esponente principale dell’idea tradizionale integrale in Italia, vede positivamente questo fiorire di iniziative?

Debbo per prima cosa ricordare che quando io parlo di Tradizione mi riferisco a qualcosa di assai più originario, vasto e inattenuato di tutto ciò che correntemente viene considerato come tradizionale. E’ molto importante tener presente questo.

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“Secondo un detto di Donoso Cortes, da me spesso citato, è vero che, forse, ci si avvicina ai tempi «delle negazioni assolute e delle affermazioni sovrane» “.

In fondo, ciò che indico sono «linee di vetta», sulle quali solo a pochi è dato mantenersi. Fra gli elementi cui Lei accenna, ve ne sono in effetti alcuni che riconoscono l’influenza su loro esercitata, a suo tempo, dai miei libri. Ma, successivamente, essi hanno sentito il bisogno di ripiegare su posizioni che permettano compromessi con le forze esistenti e predominanti (non si tratta, qui, di politica), come nel caso di coloro che sono diventati «tradizionalisti cattolici», non facendo caso all’orientamento tutt’altro che tradizionale preso ormai dalla Chiesa post-conciliare dell’«aggiornamento». Se ne rendano o no conto, una specie di rinuncia sta alla base del loro atteggiamento.

Altri restano, sostanzialmente, sul piano dell’intellettualismo corrente, dove si sono fatti un certo nome: il loro atteggiamento finisce con l’essere più o meno quello dei moralistes (nel senso francese, tipo J. Benda e G. Marcel, per intenderci) e spesso mi ignorano deliberatamente o mi considerano come un personaggio compromettente e persino un poco tenebroso. Ciò nondimeno, a questo stesso tradizionalismo addomesticato si può riconoscere un valore, dato che l’intellettualità oggi è da noi essenzialmente orientata verso Sinistra. Il solo pericolo è che esso possa fare da surrogato e vada a distogliere gli sguardi dalla linea di un’intransigenza la quale, a mio parere, deve essere mantenuta se, come secondo un detto di Donoso Cortes da me spesso citato, è vero che, forse, ci si avvicina ai tempi «delle negazioni assolute e delle affermazioni sovrane».

In vari Suoi libri, ma soprattutto nella Metafisica del sesso che in dieci anni ha avuto due edizioni italiane e due francesi e che viene considerata una delle Sue opere principali accanto alla Rivolta, Lei ha affrontato il problema del sesso, nello stesso tempo trattandolo da un punto di vista «tradizionale» e difendendo vedute tutt’altro che conformiste. Oggi il sesso ci viene condito in tutte le salse, si bandisce la «rivoluzione sessuale», si fa l’apologia dell’omosessualità, si vogliono far saltare tutte le «repressioni», imperano le mode del nude-look e dell’unisex, non si sa più cosa sia il pudore. Tale boom, da un lato, ha portato rapidamente alla volgarità ed alla pornografia commercializzata, dall`altro ad una reazione bigotta e falsamente perbenistica. Ora, quale posizione prende Lei di fronte a tutto ciò?

Ebbene, bisogna fare subito delle distinzioni, alle quali nei miei scritti corrispondono due punti di vista assai diversi per impostare il problema del sesso. Nella Metafisica ho cercato di mettere in luce una possibile dimensione in un certo modo «trascendente» dell’esperienza erotico-sessuale, in opposto a quella a carattere oscuro, torbido e subpersonale posta sistematicamente in evidenza dalla psicanalisi ortodossa. Questa dimensione superiore fu conosciuta in molteplici tradizioni antiche e non-europee, tanto che si poté persino concepire un uso evocatorio, sacro, estatico o magico del sesso e della donna. Tale dimensione può essere riscoperta.

Da questo piano, che ha un carattere tutto particolare, e per molti oggi inusitato, va distinto ciò che si può chiamare l’etica sessuale e qui, di nuovo, si deve fare distinzione fra quel che può valere per un’epoca normale, «tradizionale», con le istituzioni ad essa proprie e quel che può valere invece per un’epoca di dissoluzione, come l’attuale.

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La “rivoluzione sessuale”, uno dei frutti avvelenati del Sessantotto

Per me è assai importante distinguere, in genere, la «grande morale» dalla «piccola morale» ed il mio atteggiamento anticonformistico non può non comportare anche l’avversione per quello che Vilfredo Pareto chiamò il «virtuismo», la piccola morale sessuale borghese. Ciò, evidentemente, non vuol dire mettersi sulla stessa linea della conclamata «rivoluzione sessuale», per via del carattere deviato, banale e «democratico» di essa.

Ritengo che in tempi come gli attuali un tipo di uomo differenziato (sottolineo questo requisito) può rivendicare per sé un alto grado di libertà sessuale. Va ricordata la giustezza di quanto disse Nietzsche, ossia che la «dissolutezza» (che però, qui, si dovrebbe intendere semplicemente come libertà sessuale) non è un argomento se non per coloro che non possono permettersela, perché allora può solo avere effetti deprecabili.

Ebbene, i moderni apostoli della «rivoluzione sessuale» quella libertà la rivendicano per chiunque, facendo del sesso libero una specie di genere di consumo di massa. Ciò comporta, fra l’altro, proprio una degradazione ed una banalizzazione di tutto quel che è sesso. In un capitolo di un mio libro recente, L ‘Arco e la Clava[3], capitolo che s’intitola proprio Libertà del sesso e libertà dal sesso, l’ho messo in luce analizzando le vedute di due noti esponenti della «rivoluzione sessuale», Wilhelm Reich e Luigi De Marchi, suo «discepolo» italiano.

Si può prender posizione contro questo movimento da un punto di vista del tutto opposto al moralismo borghese o bigotto. Ciò vale anche, ad esempio, per la questione del nude-look, per l’esibizionismo femminile in genere, per certa pornografia ormai commercializzata e dilagante. Tutto questo, in realtà, è controproducente e porta, ancora una volta, ad una banalizzazione e ad una primitivizzazione, all’eliminazione di quel «contenuto di tensione» che condiziona ogni più profonda e interessante esperienza del sesso.

unisex-marletta-uomo ibridoMi è capitato di leggere che l’intervistatore di una ragazzina beat non poté fare a meno di soffermare il proprio sguardo sulle gambe di lei che la minigonna, nella posizione seduta, lasciava scoperte sin quasi alle mutandine. Al che, la ragazza disse: «Mi guarda così le gambe perché lei è un maturo vizioso; i nostri giovani non vi badano nemmeno». Questo è davvero un bel risultato della «rivoluzione sessuale» così come è stata interpretata oggi … Lo stesso è quindi da dire per altri aspetti di essa. L’unisex, la diffusione della pederastia (di là dai casi dovuti ad anomalie costituzionali) sono ulteriori fenomeni assai istruttivi.

Poco fa Lei ha fatto riferimento a un «tipo di uomo differenziato», e tale definizione ricorre spesso nei suoi libri, soprattutto in quelli che trattano di «orientamenti esistenziali». Potrebbe dirci cosa intende con una simile designazione?

Una risposta che esaminasse a fondo la questione ci porterebbe alquanto lontano: per essa sono costretto a rimandare al mio Cavalcare la tigre. Ma, con riferimento al contenuto specifico di cui si è trattato in precedenza, può essere sufficiente dire che il «tipo di uomo differenziato» è quello che, come personalità, è in grado di assumere un atteggiamento attivo, anziché passivo, di fronte a tutto ciò che in lui è istintualità, passione, impulso, affettività, «natura». E colui che, almeno in parte, ha in sé quel principio che un’antica filosofia chiamò il «sovrano interiore», l’egemonikon. Nel campo del sesso, come in altri campi, per lui dovrebbe valere questa norma «Ti è lecito fare ciò da cui sai che, se vuoi, puoi anche astenerti».

Per concludere vorrei chiederLe che cosa pensa si possa fare per una seria reazione a questo sinistro «sistema» e, in particolare, per la lotta contro il comunismo nel nostro Paese.

Con il secondo punto della sua domanda Lei mi porta in un campo che non è il mio, essendo essenzialmente pratico. Organizzare quella che, con una espressione felice, è stata chiamata «la piazza di Destra» mi sembra essere ottima cosa. Sono inoltre da approvare e incoraggiare iniziative come quelle prese dal Borghese per una difesa nazionale senza specifici vincoli partitici, compreso il «Soccorso Tricolore». Molto importante sarebbe, però, un’azione adeguata e silenziosa nel campo delle forze armate e della polizia, le umiliazioni da esse subite continuamente ad opera dell’atteggiamento pavido dei governanti del centrosinistra potendo offrire un terreno favorevole.

georg-sluyterman-von-langeweyde-dottrina-cavaliere-guerrieroMa, se dovesse essere questione di una reazione di fondo contro il «sistema», il che vale quanto dire contro le strutture della società e del mondo moderno in genere, secondo me vi sono poche prospettive: le conclusioni cui sono giunto al termine dell’esposizione del corso spiritualmente involutivo della Storia, nella Rivolta, sono pessimiste. Non si tratterebbe di «contestare» e polemizzare, ma di far saltare tutto in aria: il che, al punto attuale, è ovviamente fantasia e utopia, con buona pace per uno sporadico anarchismo. Forse occorre che un destino si compia, che un ciclo si chiuda. Possibile e importante può essere solamente un`azione di formazione e di difesa interiore individuale, per la quale una formula adatti è: «Fa’ in modo che ciò su cui non puoi nulla, nulla possa su di te».

E non senza relazione con tutto ciò, per concludere la nostra chiacchierata, vorrei citare questo passo dell’introduzione alla Rivolta: «Oggi conta soprattutto il lavoro di chi sa tenersi sulle linee di vetta: fermo nei principi, inaccessibile a qualsiasi concessione; indifferente di fronte alle febbri, alle convulsioni, alle superstizioni ed alle prostituzioni al cui ritmo danzano le generazioni ultime. Conta soprattutto il silenzioso tener fermo di pochi, la cui presenza impassibile, da “convitati di pietra”, serva a creare nuovi rapporti, nuove distanze, nuovi valori; a costruire un polo il quale, se di certo non impedirà a questo mondo di deviati e di agitati di essere quello che è, varrà però a trasmettere a qualcuno la sensazione della verità, sensazione che potrà forse anche essere principio di qualche crisi liberatrice».

Note

[1] Il libro era apparso verso la metà del 1969. L’ intervista venne effettuata nel settembre-ottobre 1969 (N.d.C.).

[2] Si può dire che la «contestazione» sia sorta in Italia verso la fine del 1967 nelle Università di Trento e Roma. Cfr. Marco lacona, 1968. Le origini della contestazione globale, Solfanelli, Chieti, 2008 (N.d.C.).

[3] Scheiwiller, Milano 1968; poi Edizioni Mediterranee, Roma, 2000 (N.d.C.).


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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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