Le tre possibilità dei tempi ultimi

Riproponiamo oggi un passaggio molto importante tratto dalle conclusioni di Rivolta contro il mondo moderno, spesso dimenticato, più o meno volutamente, in cui Evola ci ricorda quali siano le strade percorribili nell’epoca finale dell’attuale ciclo cosmico. Se la prima e la terza possibilità sono riservate a minoranze qualificatissime, la seconda via è di importanza estrema, ed è quella che dovrebbero seguire, con totale impersonalità e spirito di assoluto servizio, coloro che sono chiamati a rendere testimonianza alla Verità ed alla Tradizione, orientando con la loro azione tutte quelle persone che “pur non sapendo in nome di che cosa, provano un bisogno confuso ma reale di liberazione“, affinché “non in tutti la grande tentazione prevalga“. Per tenersi sempre in piedi fra le rovine di quest’epoca, ed aiutare a fare altrettanto chi non vuole essere travolto da un mondo cui non sente di appartenere.

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di Julius Evola

tratto da Rivolta contro il mondo moderno (Conclusioni)

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Le possibilità ancora offerte nei tempi ultimi riguardano soltanto una minoranza e si possono distinguere come segue.

I veglianti, “individualità ancorate nelle ‘terre immobili’ “, hanno la medesima funzione del “fuoco perenne”: testimoniare l’esistenza della Tradizione con la loro semplice presenza, senza dover agire, tenendosi in disparte: “Essi mantengono le linee di vetta, non appartengono a questo mondo”

A lato delle grandi correnti del mondo, esistono ancora individualità ancorate nelle «terre immobili». Sono, di massima, degli sconosciuti che si tengon fuori da tutti i trivi della notorietà e della cultura moderna. Essi mantengono le linee di vetta, non appartengono a questo mondo – pur essendo sparsi sulla terra e spesso ignorandosi a vicenda sono uniti invisibilmente e formano una catena infrangibile nello spirito tradizionale. Questo nucleo non agisce: ha solo la funzione a cui corrispose il simbolismo del «fuoco perenne». In virtù di essi, la Tradizione è presente malgrado tutto, la fiamma arde invisibilmente, qualcosa connette sempre il mondo al sovramondo. Sono «coloro che vegliano», gli έγρήγοροι.

In numero maggiore, esistono individualità che, pur non sapendo in nome di che cosa, provano un bisogno confuso ma reale di liberazione. Orientare tali persone, metterle al riparo dai pericoli spirituali del mondo attuale, condurle a riconoscere la verità, e render assoluta la loro volontà a che alcune di esse possano raggiungere la falange delle prime, è ancora il meglio che si può fare. Ma si tratta anche qui di cosa che riguarda una minoranza e non bisogna illudersi che, per tal via, possa risultare una variazione apprezzabile dei destini complessivi. In ogni modo, questa è l’unica giustificazione per l’azione tangibile che ancora possono esplicare alcuni uomini della Tradizione nel mondo moderno, in un ambiente, col quale essi non hanno alcun legame. Per l’accennata azione orientatrice, è bene che tali «testimoni» vi siano, che i valori della Tradizione vengano sempre indicati, anzi in una forma tanto più inattenuata e dura, per quanto più l’opposta corrente acquista forza.

Anche se oggi questi valori non possono essere realizzati, non per questo essi si riducono a semplici «idee». Essi sono misure. Qualora anche la capacità elementare di misurare andasse completamente perduta, allora davvero l’ultima notte scenderebbe. Si lascino pure gli uomini del tempo nostro parlare, nel riguardo, con maggiore o minore sufficienza e improntitudine, di anacronismo e di antistoria. Noi sappiamo bene essere, questi, solo gli alibi della loro disfatta. Li si lascino alle loro «verità» e ad un’unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine. Se una azione efficace realizzatrice generale oggi, come si è detto, ha scarsissime possibilità, alla schiera, cui si è accennato, resta sempre la difesa interna. In un antico testo di ascesi è detto che se agli inizi poté essere realizzata la legge dall’alto, coloro che vennero dopo poterono solo la metà di quel che era stato fatto e nei tempi ultimi ben poco potrà essere realizzato in opere, ma per gli uomini di questi tempi sorgerà la grande tentazione, e coloro che in tali tempi vi resisteranno saranno più grandi degli uomini di un tempo, ricchi di opere (1). Render ben visibili i valori della verità, della realtà e della Tradizione a chi, oggi, non vuole il «questo» e confusamente cerca l’«altro», significa dare sostegni a che non in tutti la grande tentazione prevalga, là dove la materia sembra essere ormai più forte dello spirito.

Infine va considerata una terza possibilità. Per alcuni, la via dell’accelerazione può essere la più adatta per avvicinarsi alla soluzione, perché, in certe condizioni, molte reazioni equivalgono a quei crampi che valgono solo a prolungare l’agonia, e ritardando la fine ritardano anche il nuovo principio. Si tratterebbe di assumere, presso ad uno speciale orientamento interiore, i processi più distruttivi dell’èra moderna per usarli ai fini di una liberazione. Come in un ritorcere il veleno contro sé stesso o in un «cavalcare la tigre» (2)

Studiando il processo di caduta dell’uomo occidentale, si è ravvisato nell’irrealismo il suo aspetto più significativo. L’individuo ad un certo momento storico si trova a non saper più nulla della spiritualità come realtà. Persino il senso di sé, egli non lo vive più che nei termini di un pensare, di un riflettere: psicologismo. Il pensiero e la riflessione gli creano allora un mondo di miraggi, di fantasmi e di idoli che si sostituisce alla realtà spirituale: mito umanistico della cultura, caverna delle ombre. Unitariamente al mondo astratto del pensiero sorge quello romantico dell’«anima».

Appaiono le varie creature della sentimentalità e della fede, del pathos individualistico e del pathos umanitario, del sensualismo e dell’eroismo pletorico, dell’umiltà e della rivolta. Ma si è anche visto che questo mondo irrealistico si avvia ormai verso il tramonto, che forze più profonde, elementari, sono in via di travolgere i miti dell’uomo romantico e individualista in un mondo in cui il realismo prevale su qualsiasi idealismo o sentimentalismo e il «culto umanistico dell’anima» è superato. Si sono indicate le correnti, le quali vedono nella distruzione dell’«Io» e nella liberazione dell’uomo dallo «spirito» i presupposti per una nuova civiltà universale.

Ora, in ordine alla via cui or ora si è accennato, si tratta di stabilire fino a che punto si può trar vantaggio da simili rivolgimenti distruttivi; fino a che punto, grazie ad una fermezza interiore e ad un orientamento verso la trascendenza, il non-umano del mondo realistico e attivistico moderno, invece che essere via verso il sub-umano – come è il caso per la gran parte delle forme ultime – possa propiziare esperienze di una vita superiore, una superiore libertà.

Ciò è tutto quel che si può dire per una certa categoria di uomini, in vista del compiersi dei tempi: categoria, che essa stessa non può che corrispondere ad una minoranza. Anche questa via pericolosa può esser tentata. È una prova. E a che essa sia completa, risolutiva, si dica pure: i ponti sono tagliati, non vi sono appoggi, non vi sono «ritorni», non v’è che da andare avanti.

È proprio di una vocazione eroica l’affrontare l’onda più vorticosa sapendo che due destini sono ad uguale distanza: quello di coloro che finiranno con la dissoluzione del mondo moderno e quello di coloro che si ritroveranno nel filone centrale e regale della nuova corrente.

Dinanzi alla visione dell’età del ferro Esiodo esclamava: «Che non vi Fossi mai nato!». Ma Esiodo, in fondo, non era che uno spirito pelasgico, ignaro di una più alta vocazione. Per altre nature vale una diversa verità, vale l’insegnamento poco sopra accennato, noto anche all’Oriente (3), cioè che se l’età ultima, il kali-yuga, è un’età di terribili distruzioni, coloro che vi appaiono e malgrado tutto vi si tengono in piedi possono conseguire frutti non facilmente accessibili agli uomini di altre età.

Note

(1) In Apoftegmata Patrum (apud A. Stolz, L’ascesi cristiana, Brescia, 1944, p. 2) – (gli Apophtegmata Patrum sono una raccolta di “detti” degli antichi asceti del deserto, riconducibili alla tradizione abramitico-cristiana delle origini, N.d.R.).

(2) Nel nostro libro che s’intitola appunto Cavalcare la Tigre (Milano, 1963) abbiamo cercato di indicare gli orientamenti esistenziali che, in un’epoca di dissoluzione, possono servire a questo fine.

(3) Cfr. per es. Vishnu-Purâna, VI, 2.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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