Matrimonio e famiglia (seconda parte)

di Julius Evola

(tratto da Cavalcare la tigre, paragrafo 27 del capitolo “la dissoluzione nel dominio sociale”)

segue dalla prima parte

Tuttavia, il problema del matrimonio religioso cattolico merita qualche considerazione teorica e storica additiva, affinché non nascano equivoci. Infatti, come è ovvio, nel nostro caso non sono di certo argomenti da «liberi pensatori» che facciamo valere contro quel matrimonio. Poco fa abbiamo accennato a delle contaminazioni fra il sacro e il profano. In fatto di precedenti, v’è da ricordare che il matrimonio come rito e come sacramento comportante l’indissolubilità ha preso figura solo tardivamente nella storia della Chiesa, non prima del XII secolo, e che l’obbligatorietà del rito religioso per ogni unione che non voglia essere considerata come mero concubinaggio è stata proclamata ad una data ancor più recente, al Concilio di Trento (1563). Per conto nostro, ciò non intacca però il concetto di un matrimonio indissolubile preso in se stesso: solo che allora se ne debbono ben precisare il luogo, il significato e le condizioni. Occorre mettere in rilievo che in questo, come in altri casi per quel che riguarda i sacramenti, nella Chiesa cattolica ci si trova dinanzi ad un singolare paradosso: partiti dal proposito di sacralizzare il profano, praticamente si è finiti col profanare il sacro.

matrimonio-tradizione-uomo-donnaIl significato vero, tradizionale del matrimonio-rito si trova adombrato ancor in San Paolo, quando egli per indicarlo non usa il termine «sacramento», bensì quello di «mistero» («è un grande mistero», dice testualmente – Efesini, V, 31-32). Si può ammettere senz`altro una idea superiore del matrimonio, come unione sacra e indissolubile non a parole, ma di fatto. Tale tipo di unione è però concepibile solo in casi eccezionali, nei casi in cui sia presente, in via di principio, quella dedizione assoluta, quasi eroica, dell’una persona all’altra, nella vita e di là dalla vita, che in più di una civiltà tradizionale fii conosciuta, con esempi perfino di spose che trovavano naturale non sopravvivere alla morte del marito.
Abbiamo parlato di una profanazione del sacro pel fatto che questo concetto di una unione sacramentale indissolubile, «trascritta nei cieli», superiore al piano naturalistico, genericamente sentimentale e anche, in fondo, soltanto sociale, lo si è andato ad applicare, anzi ad imporre, ad ogni coppietta di sposi, che si uniscono in chiesa anziché col matrimonio civile soltanto per conformismo rispetto ad un determinato ambiente sociale.

E si è preteso che su questo piano esteriore e prosaico, su questo piano del nietzschiano «umano, troppo umano», debbano e possano valere gli attributi del matrimonio davvero sacro, del matrimonio come «mistero». Da qui, in una società come l’attuale, l’accennato regime delle finzioni e l’insorgere di gravissimi problemi personali e sociali, quando il divorzio non e ammesso.
D’altronde vi è da notare che nello stesso cattolicesimo l’assolutezza teorica del matrimonio-rito subisce una non indifferente limitazione. Basterà ricordare che se la Chiesa insiste sulla indissolubilità del vincolo matrimoniale nello spazio, negando il divorzio, essa ha cessato di pretenderla nel tempo. In altre parole, la Chiesa che non ammette che si divorzi e che ci si risposi, ammette però che vedovi e vedove si risposino, cosa equivalente ad una rottura della fedeltà, e concepibile al massimo presso una premessa apertamente materialistica, cioè solo se si pensa che chi è morto, e a cui si era indissolubilmente uniti per la potenza sovrannaturale del rito, abbia cessato di esistere. Questa incoerenza è uno dei fatti che mostrano che la legge religiosa cattolica, lungi dall’avere veramente in vista valori spirituali trascendenti, ha fatto dei sacramenti un semplice coadiuvante sociale, un ingrediente della vita profana, riducendolo pertanto ad una mera formalità, ovvero degradandolo.

matrimonioNon basta. Insieme all’assurdo proprio al democraticizzare, all’imporre a tutti il matrimonio-rito, vi è da constatare, nella dottrina cattolica, una incongruenza quando essa pretende che il rito, oltreché indissolubili, renda «sacre» le unioni naturali: l’una incongruenza, del resto, collegandosi con l’altra. Si è che qui già per via di precise premesse dogmatiche il «sacro» non può che ridursi ad un semplice modo di dire. Si sa che la concezione cristiana e cattolica è stata caratterizzata dall’antitesi fra «carne» e spirito, da una specie di odio teologico pel sesso, dovuto ad una illegittima estensione alla vita ordinaria di un principio valido, al massimo, solo per un certo genere di vita ascetica. Il sesso come tale venendo presentato come qualcosa di peccaminoso, il matrimonio è stato concepito come un male minore, come una concessione fatta alla debolezza umana, in chi non sa eleggere come norma di vita la castità, la rinuncia al sesso. Non potendo proprio anatemizzare la sessualità, il cattolicesimo negli stessi riguardi del matrimonio ha cercato di ridurla al fatto banale biologico, ammettendone l’uso fra i coniugi esclusivamente ai fini della procreazione. A differenza di quel che fu proprio a certe antiche tradizioni, nessuna valenza superiore, sia pure potenziale, essendo dunque stata riconosciuta dal cattolicesimo all’esperienza sessuale presa in sé stessa, manca ogni base per una trasformazione di essa atta a propiziare una vita più intensa, ad integrare e ad elevare la tensione interna di due esseri di sesso diverso, mentre è proprio in questi termini che dovrebbero essere eventualmente concepiti una concreta «sacralizzazione» delle unioni e l’effetto di una influenza superiore legantesi al rito.

D’altronde, avendo democraticizzato il matrimonio-rito, le cose non potrebbero stare altrimenti anche se le premesse fossero diverse: se no, bisognerebbe supporre, nel rito, il potere quasi magico di elevare automaticamente le esperienze sessuali di una qualsiasi coppietta al livello di una superiore tensione, di una ebbrezza trasfigurante la quale essa sola potrebbe portare al di là dal piano della «natura» e nel fatto sessuale andrebbe a costituire l`elemento primario, mentre l’aspetto procreativo, genesiaco, apparirebbe assolutamente secondario e appartenente, in sé stesso, al piano naturalistico. Nel complesso, per via sia della concezione della sessualità, sia del matrimonio-rito profanato nei termini di cosa messa alla portata di tutti ed anzi resa obbligatoria per qualsiasi coppia cattolica, lo stesso matrimonio religioso si riduce alla semplice sanzione religiosa di un contratto profano non assolutizzabile, presso al quale i precetti cattolici circa i rapporti tra i sessi tendono a condurre ogni cosa sul piano di una infrenata, borghese mediocrità, (di una) addomesticata animalità procreativa entro quadri conformistici: quadri, che in fondo non sono stati rimossi da certe titubanti concessioni parziali fatte, per «aggiornamento», in margine al Concilio Vaticano II.

venere-adone-canova-amore-uomo-donnaCiò, per un chiarimento riguardante il dominio dei principi. In una civiltà e in una società materializzate e desacralizzate, come lo sono le attuali, è poi naturale che gli stessi argini contro la dissoluzione costituiti dalla concezione cristiana di matrimonio e famiglia – per problematica che, secondo quanto si è visto or ora, tale concezione sia – siano venuti sempre più meno, e che così come ormai stanno le cose, nulla esista più che meriti di essere sinceramente difeso e conservato. Le conseguenze della crisi, evidente anche in questo dominio, epperò tutti i problemi di oggi circa il divorzio, il libero amore e il resto, poco possono interessare, all’uomo differenziato. In ultima analisi, la linea dell’aperto disfacimento individualistico, da lui non può essere considerata come un male peggiore di quello proprio alla linea che sta seguendo il mondo comunista il quale, dopo aver liquidato le fisime delle unioni libere coltivate dal primo socialismo rivoluzionario anti-borghese, tende sempre più a sostituire lo Stato o l’uno o l’altro collettivo alla famiglia, mentre la «dignità» della donna viene rivendicata, oltre che come lavoratrice affiancata all’uomo, nei termini di un semplice mammifero da riproduzione.

In effetti, nella Russia di oggi sono contemplate delle decorazioni per le donne prolifiche, fino a quella di «eroina dell’Unione Sovietica» per compagne – anche ragazze non sposate – che abbiano messo al mondo almeno dieci bambini, dei quali, volendo, esse possono anche sbarazzarsi affidandoli allo Stato, che penserà lui a educarli in modo più diretto e razionale per farne degli «uomini sovietici». Si sa che negli stessi riguardi del sesso feminile tale formazione s`ispira essenzialmente a quel che dice il commento all’art. 12 della costituzione sovietica: «Il lavoro, in altri tempi considerato come una fatica inutile o disonorevole, diventa un problema di dignità, una gloria, un problema di valore, di eroismo». Il titolo di «eroe del lavoro socialista», parificato a quello di «eroe dell’Unione Sovietica», è la controparte del titolo or ora accennato conferito alla donna in funzione di riproduttrice. Tali sono i felici orizzonti propri all’alternativa opposta a quella del «decadentismo» e della «corruzione» della società borghese capitalistica, dove la famiglia sta dissolvendosi presso all’anarchia, all’indifferenza e alla cosidetta «rivoluzione sessuale» delle nuove generazioni e al venir meno di ogni nesso organico e di ogni principio di autorità.

Comunque, anche queste alternative sono di scarso significato. Ciò che resta evidente, è che in quest’epoca di dissoluzione, per l’uomo che a noi interessa difficilmente possono entrare come che sia in quistione matrimonio e famiglia. Non si tratta di un ostentato anticonformismo; si tratta della conclusione da trarre da una visione conforme alla realtà, là dove resti ferma l’esigenza della libertà interiore. Un uomo del tipo che noi abbiamo in vista, in un mondo come l’attuale deve poter disporre assolutamente di sé, perfino al limite della vita. A lui il crearsi dei legami nel campo qui considerato si addice cosi poco, quanto in altra epoca si addiceva ad un asceta o al soldato di ventura. Non che egli non sarebbe pronto ad assumere anche ben più gravi pesi: il problema si riferisce invece a quel che, in se stesso, risulta privo di ogni significato.

famiglia-uomo e donnaÈ noto il detto di Nietzsche: «Nicht fort sollst du dich pflanzen, sondern hinauf Dazu helfe dir der Garten der Ehe» [2]. Esso si riferiva all’idea, che l’uomo di oggi è una semplice forma di transizione, il cui compito è solo di preparare la nascita del «superuomo», essendo pronto a sacrificarsi per ciò, e a ritirarsi al suo sorgere. Della fisima del superuomo e di questo finalismo che rimanda il possesso di un significato assoluto dell’esistenza ad un’ipotetica umanità futura, noi abbiamo già fatto giustizia [3]. Ma dal detto ora citato, col suo giuoco di parole, si può raccogliere come valido il concetto, che il matrimonio dovrebbe servire per riprodursi non «orizzontalmente», in avanti (tale è il senso di fort-pflanzen), generando semplicemente, bensì «verticalmente», verso l’alto (hinauf-pflanzen), elevando la propria linea. In effetti, questa sarebbe la sola giustificazione superiore di matrimonio e famiglia: oggi inesistente, per via della situazione esistenziale oggettiva di cui si è detto, per via dei processi dissolutivi che hanno colpito i nessi profondi che possono collegare spiritualmente l’una generazione all’altra.

Già un cattolico, il Péguy, aveva parlato dell’esser padri come della «grande avventura dell’uomo moderno» data l’assoluta incertezza di quel che può essere la propria prole, data l’improbabilità che ai nostri giorni il figlio dal padre riceva qualcosa di più della semplice «vita». Già rilevammo che, a tale riguardo, non si tratta di avere o non avere quella qualità non solo fisica di padre che esistette nella famiglia antica e che fondava la di lui autorità. Anche se tale qualità fosse ancora presente – e, in via di principio, si dovrebbe assumere che nell’uomo da noi considerato potrebbe essere ancora presente – essa si troverebbe paralizzata per la presenza di una materia refrattaria e dissociata nelle nuove generazioni. Come si è detto che lo stato delle masse moderne è ormai tale che, quand’anche apparissero figure aventi la statura di veri capi, esse sarebbero le ultime ad essere seguite, del pari non v’è da illudersi circa l’azione formatrice e educatrice che si può ancora esercitare su di una prole nata in un ambiente, come quello dell’attuale società, anche quando il padre non fosse tale nel solo senso anagrafico.

L’obiezione che potrebbe provocare una simile presa di posizione non è di certo, che essa comporti il pericolo di uno spopolamento della Terra, perché ad evitarlo provvede più che a sufficienza il riprodursi pandemico e catastrofico della comune umanità, ma che cosi proprio gli uomini differenziati rinuncerebbero in partenza ad assicurarsi una discendenza che riprenda il retaggio delle loro idee e del loro modo d’essere, lasciando invece che le masse e le classi più insignificanti cotesta discendenza l’abbiano, e sempre più numerosa.

famiglia-paternità-padre figlioSi può superare questa obiezione dissociando la generazione fisica da quella spirituale. Dato che in un regime di dissoluzione, in un mondo dove non esistono più né caste, né tradizioni, né razze in senso proprio, l’una progenitura ha cessato di essere parallela all’altra e la continuità ereditaria del sangue non rappresenta più una condizione favorevole per una continuità spirituale, ci si può eventualmente rifare a quella paternità spirituale alla quale anche nel mondo tradizionale fu spesso riconosciuta la priorità rispetto alla paternità soltanto biologica, quando si parlò dei rapporti fra maestro e discepolo, fra iniziatore e iniziando, fino a giungere all’idea di una rinascita o seconda nascita come un fatto indipendente da ogni paternità fisica e tale da creare, in chi ne era l’oggetto, un vincolo più intimo ed essenziale di ognuno di quelli che potevano unire la persona in quistione al padre fisico, alla famiglia o ad una qualsiasi comunità e unità naturalistica.

Questa è dunque la speciale possibilità che qui, come succedaneo, può venire considerata: essa riporta ad un ordine di idee analogo a quello esposto trattando del principio della nazione, quando dicemmo che ad unità naturalistiche entrate ormai in crisi, può solo sostituirsi una unità determinata da una idea [4]. All’«avventura» della procreazione fisica di esseri che possono essere individui staccati, «moderni», buoni solo ad accrescere il mondo privo di senso della quantità, si può contrapporre dunque l’azione di risveglio che coloro che non appartengono spiritualmente al mondo attuale possono eventualmente esercitare su elementi aventi una adeguata qualificazione affinché alla scomparsa fisica dei primi non resti un vuoto da nulla colmato. D’altronde, i pochi uomini differenziati oggi esistenti ben di rado si trovano a presentare la stessa forma interna e lo stesso orientamento per il loro essere di uno stesso sangue o ceppo, per via ereditaria. Così non vi è ragione di supporre che per la prossima generazione le cose debbano andare altrimenti. Per importante che sia il compito di assicurarsi una successione spirituale, la sua effettuabilità dipende dalle circostanze Esso sarà realizzato se e dove sarà possibile realizzarlo, senza che ci si debba dare ad una preoccupata ricerca e, meno che tutto, ad una qualche specie di proselitismo. Soprattutto in questo dominio, quel che è autentico e valido si compie nel segno di una saggezza superiore inafferrabile, con le apparenze esterne di una casualità, anziché di una iniziativa diretta «voluta» dell’uno o dell’altro individuo.

Note

[2] «Non per l’avvenire devi piantare, bensì verso l’alto. Solo cosi puoi giovarti del giardino coniugale» (N.d.C.).
[3] Cfr. al riguardo Evola, Cavalcare la tigre, paragrafo 6 (“Il nichilismo attivo. Nietzsche”) del capitolo “Nel mondo dove Dio è morto”, nonché l’articolo “Sorpassamento del superuomo”, presto disponibile su questo portale (N.d.R.).
[4] Si veda al riguardo sempre Evola, Cavalcare la tigre, paragrafo 26 (“La società. La crisi del sentimento di patria”) del capitolo “la dissoluzione nel dominio sociale” (N.d.R.).



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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