Meditazioni alla Certosa

(da “La Stampa”, 13 febbraio 1943)

Un pallido paesaggio invernale di campi cosparsi di neve e di pozze d’acqua. Scheletri neri di alberi nudi. Un alto cielo di zinco. Un grande silenzio. In questa solitudine, portata da un’altura, sorge la calma linearità di una facciata di chiesa, cui si allaccia un’alta cinta, oltre la quale si vede la sommità di una serie regolare di piccoli edifici. Sul davanti, un piazzale con una grande croce nera. L’ingresso è chiuso – si direbbe da tempi remoti – da una pesante porta nera di legno scolpito. Un simbolo: sette stelle intorno ad una sfera sormontata da una croce, con la scrit­ta: stat crux dum volvitur orbis. Tale è la Certosa di Hain, presso Düsseldorf (1).

L’Ordine certosino è fra le pochissime vene superstiti della tradizione contemplativa occidentale. Sorto nel 1084, esso fino ad oggi – cioè per quasi nove secoli – ha mantenuto senza modificazioni la sua regola e la sua costituzione. Per quasi nove secoli uomini staccati dal mondo hanno dunque praticato la stessa ascesi e compiuto gli stessi riti, nelle stesse ore hanno ripetuto le stesse preghiere; hanno ritmato la loro giornata in uno stesso modo, che non lascia quasi alcun margine all’arbitrio indivi­duale, attraverso l’uniforme vicenda delle stagioni, degli anni, dei secoli. L’immutabilità, raffigurata dalla croce, al di sopra del moto del mondo, è il senso del simbolo e della divisa latina sopra riportati. Ma la croce su di una sfera segnata in quel parti­colare modo fu anche l’antico segno del potere universale…

Wir haben überhaupt keine Ruheci ha detto sorridendo uno dei patres certosini, cioè: non abbiamo un momento di riposo, di tregua. È l’opposto di quel che ci si immagina volentieri a proposito della vita contemplativa. La regola certosina non lascia un solo istante inattivo il singolo: l’intera giornata è rigorosamente sud­divisa, sì che ad ogni ora corrisponde un compito preciso, un certo atto rituale, una data realizzazione liturgica, con un unico breve intervallo di lavoro manuale per interrompere una tensione interiore altrimenti insostenibile.

Statua realizzata nel 1994 a memoria della demolita certosa.

L’isolamento ed il silenzio sono note regole certosine. Ogni Certosa è costruita secondo uno stesso tipo architettonico. Un giardino claustrale centrale fa anche da cimitero – un cimitero, in cui l’«uomo» non figura – vi sono solo croci nere, senza nome. Tutt’intorno, e separate le une dalle altre, sono disposte le abitazioni, ove ciascun certosino raccoglie il suo lavoro, la sua preghiera, la sua ascesi: là egli man­gia, veglia e riposa, incontrandosi con gli altri solo nel tempio, per le azioni liturgiche collettive, o in rare solennità, nelle quali si celebra un pasto comune: nuda chiara severità di un refettorio, nel mezzo della parete di fondo, in un luogo so­praelevato, prende posto il Priore, concepito, nell’Ordine, quasi come una vivente manifestazione del Cristo e munito quindi di una suprema autorità. Il silenzio del certosino non è interrotto che per un uso sacro della parola, per l’ufficio liturgico: che è sia diurno, sia notturno. Nel mezzo della notte invernale, al segno dato dalla campana, luci vacillanti sorgono quasi simultaneamente dall’o­scurità fra i lenti fiocchi di neve, ad illuminare strane ombre bianche incappuccia­te che si avviano con le loro lanterne verso la cappella. Là prendono silenziosa­mente il loro posto; e le luci vengono spente. Tutto resta in una penombra diafa­na. Alcuni minuti di raccoglimento, poi, ad un breve secco colpo, si inizia la litur­gia. È un canto gregoriano nudo, senza accompagnamento, senza varietà di toni; è un ritmo, che ricorda quello delle melodie arabe, ma che nella sua monotonia chiude una molto più alta intensità spirituale, tradisce una specie di insensuale anelito o impeto, che sarebbe assai difficile descrivere: è come il portarsi verso un limite, che si è incapaci di trascendere, pur essendo del tutto staccati dal vincolo terreno (2). Fra i temi principali del canto, proposti dall’una o dall’altra voce, si inseri­scono delle pause di sosta o di raccoglimento, che danno la più forte impressione: sono momenti di un silenzio vivente, di un silenzio intenso, nei quali si direbbe essere presente “qualcosa” nel tempio, una forza già diversa da quella di tutti colo­ro che vi sono raccolti. Il rito notturno raggiunge talvolta le tre ore di durata. Ad un nuovo segnale, le ombre bianche si staccano dalla penombra, si muovono, le lanterne vengono riaccese, i patres ritornano alle loro residenze per ritrovarsi qual­che ora dopo, per l’ufficio dell’alba. I certosini non si inginocchiano mai. Si inchi­nano profondamente, ovvero, nei momenti più importanti, si dispongono per ter­ra, di lato, come se fossero stati abbattuti.

Ci è stato detto, ad Hain, come non ci si faccia illusioni circa il futuro dell’Or­dine. E, certo, specie oggi per molti non vi è nulla di più anacronistico della pura vita contemplativa. Perfino in vari ambienti cattolici si crede che il religioso possa ancora avere una funzione non disertando con l’ascesi, ma passando ad un’azione o militante o proselitaria, in diretto contatto con le forze del mondo e della storia.

La certosa di Hain in una cartolina nel 1931 (cliccare per ingrandire)

Fatto è che non da oggi in Occidente ci si è avvezzati ad identificare l’azione al­le sue modalità più esteriori, materiali e contingenti. Per cui, si concepisce come inerzia e fuga tutto ciò che, pur non essendo per nulla non-azione (la vita ascetica, a parte le rinunce, implica una disciplina ed una concentrazione interiori almeno così grandi quanto quelle proprie a qualsiasi «uomo d’azione»), non si lascia ricon­durre a simili modalità. In più, vi sono le confusioni proprie a chi, chiuso nell’o­rizzonte più grossolanamente sensibile, pensa che solo le forze materiali e i modi diretti del combattere e del resistere siano decisivi e determinanti nella storia.

Donoso Cortés, che fu anche un uomo politico e un uomo di parte, ebbe a di­re che, affinché la società sia salda, «occorre che vi sia un certo equilibrio, cono­sciuto solo da Dio, fra la vita contemplativa e quella attiva». La necessità, che il mondo mutevole ed incerto dell’azione trovi il suo complemento e quasi diremmo il suo asse in quello immutabile della vera contemplazione – cioè di una interiorità virilmente distaccata e protesa verso la trascendenza – è stata riconosciuta dalla civiltà normale, fino a quella di cui un Dante e un Federico II furono gli esponenti. E, in relazione a ciò, fu anche concepita la realtà di un’azione di un altro genere, di un’azione silenziosa intesa a stabilire dei «contatti», a muovere forze che, per essere invisibili, non sono meno efficaci di quelle puramente umane, ma che solo attraverso le vie dell’ascesi e del rito possono essere raggiunte. È su questa base che ogni insegnamento tradizionale ha voluto che asceti fossero a lato dei guerrieri, che la contemplazione illuminasse, giustificasse e rendesse assoluta l’azione, che uomini adeguatamente dotati assolvessero ininterrottamente, col loro apparente ritrarsi dal mondo, la funzione di connettere la realtà umana con una realtà più che umana. Pontifex, anticamente, significava per i Romani «facitore di ponti». Un’antica formula nordica era: «Che chi è capo ci sia ponte…».

Un mondo, che voglia essere non di agitati, ma di esseri che conoscano vera­mente l’azione e sappiano dominarla, deve tener conto di ciò, evitando pericolose unilateralezze. Certo, oggi meno che mai si tratta di distogliere come che sia le for­ze evocate ad agire e combattere in questo mondo. Tuttavia si può anche pensare che se negli ultimi tempi le cose non sono andate ancor peggio, ciò non si debba sì ai capi visibili dei popoli, ma almeno in egual misura anche all’azione invisibile e silenziosa di pochi esseri sparsi e di ignoti che, in questo come in altri continenti, hanno ancora mantenuto, in un qualche modo, i rapporti fra il mondo visibile e un mondo superiore. Anzi è possibile che all’occhio dell’«altra sponda» proprio co­storo appaiano come gli unici punti luminosi e fermi in un mondo di agitazione e di nebbia, come gli sparsi fuochi di bivacco di coloro che «vegliano» e che ancora tengono fermo.

Modello in bronzo della certosa visitata da Evola

Qui, naturalmente, non intendiamo riferirci agli asceti di una particolare fede o tradizione e non tocchiamo il problema della misura, in cui le forme sopravvi­venti di ascesi ne realizzino davvero l’accennata funzione. Tuttavia l’Europa pre­senta oggi molti tratti di somiglianza con quel periodo sconvolto, nel quale, per reazione, sorsero a vita i primi Ordini monastici occidentali. E molti animi, inca­paci di trovare più alti ed originari punti di riferimento, si volgono oggi volentieri verso il cattolicesimo. Non è certo compito nostro entrare in simili problemi; un punto ci sembra però chiaro: non con l’indulgere in attitudini militanti talvolta sconfinanti perfino nel piano delle mene politico-sociali, non con l’insistere in vel­leità proselitarie e apologetiche, non cercando dei compromessi col pensiero «mo­derno» e perfino con le scienze profane di oggi, ma staccandosi recisamente, insi­stendo unicamente sul punto di vista dell’ascesi, della pura contemplazione e della trascendenza, la Chiesa potrebbe forse, entro dati limiti, ridivenire veramente una forza ed assicurarsi una inviolabile autorità. Sì, proprio in tempi, come quelli mo­derni, in cui il mondo dell’azione è giunto ad un parossismo senza simili nella sto­ria, quasi per contrapposto, lasciando tutto il resto, subordinando qualsiasi ambi­zione semitemporale, dovrebbesi dare un risalto di tanto più reciso al polo della nuda trascendenza e dell’ascesi, e che l’una forza trovi nell’altra il suo equilibrio, e che nelle ore più angosciose e nelle prove più dure ad ognuno sia dato di trasfigu­rare ogni sacrificio ed ogni lotta e di trovare perfino nella morte la via verso una più alta vita.

***

Note

(1) La certosa di Hain fu demolita negli anni ’60 per consentire la costruzione dell’aeroporto di Düsseldorf. La comunità monastica fu così trasferita alla certosa di Marienau. Ad Hain, a memoria della presenza certosina campeggia, dall’aprile del 1994, una suggestiva raffigurazione in bronzo del modello del monastero, una targa ed una statua molto realistica, raffigurante un monaco intento nella lettura.

(2) Si confronti questa descrizione di Evola relativa alla struttura delle Certose ed alla prassi dei canti “ascetici” notturni dei monaci certosini con il suo ricordo del soggiorno presso un’altra Certosa, quella di Faneta (Lucca), rievocato durante la celebre ultima intervista-chiaccherata rilasciata a Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco il 27 dicembre 1973 (N.d.R.).



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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