Monarchia necessaria

Qualche tempo fa abbiamo riproposto il primo articolo di una breve serie di scritti che Evola pubblicò sulle colonne de “Il Borghese” a fine 1968, al fine di verificare quali elementi funzionali alla ricostruzione di un’idea di Stato in senso tradizionale potessero essere selezionati dai partiti che nell’arco politico dell’epoca venivano indicati come di “Destra”. Dopo aver analizzato il Liberalismo, Evola si soffermava sul Partito Monarchico e sull’istituto della Monarchia più in generale. A tal riguardo, peraltro, rimandiamo per uno sviluppo più completo ed esteso dell’argomento, al saggio “Significato e funzione della monarchia” che Evola scrisse quale postfazione dell’opera La Monarchia nella Stato moderno di Karl Loewenstein, da lui tradotta per le Edizioni Volpe (e citata peraltro nell’articolo in oggetto).

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di Julius Evola

Tratto da “Il Borghese”, n. 43, Roma, 24 ottobre 1968.

Nell’intento di individuare i contributi che, dottrinalmente, i principali partiti oggi considerati in Italia come di Destra potrebbero eventualmente dare alla definizione e alla costruzione di un vero Stato di Destra, dopo aver esaminato, nel precedente articolo, il liberalismo, analizzeremo ora il partito monarchico. In un terzo ed ultimo scritto ci occuperemo del MSI.

Circa il partito monarchico, vi è da rilevare una incongruenza fra il suo peso numerico, contando esso oggi, rispetto agli altri qui considerati, il minor numero di membri, e il peso che potrebbe invece avere la corrispondente idea. È abbastanza enigmatico il declino numerico dei fautori della monarchia in Italia. Infatti si sa che nel referendum istituzionale la repubblica ebbe il sopravvento di stretta misura, sembra perfino con manipolazione dei risultati e non aspettando, a ragion veduta, il ritorno di un gran numero di prigionieri di guerra che avrebbero votato quasi tutti per la monarchia. Dove è dunque andata a finire quella minoranza considerevole, di molti milioni, che anche in regime repubblicano avrebbe potuto fornire una fortissima base ad un partito monarchico unitario?

Alcuni vorrebbero che la dispersione sia dovuta ad un supino assuefarsi al clima sfaldato e materialistico generale, venuto subito a prevalere nell’Italia «libera». Altri vedono la causa nell’incapacità e nella divisione dei partiti monarchici, il che, peraltro, farebbe ricadere buona parte della responsabilità sul sovrano in esilio, il quale avrebbe avuto il dovere di rimettere risolutamente le cose a posto e di affidare la sua causa a uomini qualificati e coraggiosi. In fatto di mancanza di coraggio, è caratteristico che si era perfino giunti a sopprimere la denominazione di «monarchico» al partito, mentre, in un servile omaggio al nuovo idolo, il «democratico» è stato sottolineato.

Ma quel che forse è ancor peggio, non vi è stato nessuno, in Italia, che si sia presa la pena di formulare una dottrina precisa della monarchia e dello Stato monarchico. Come eccezione, abbiamo ascoltato alcuni discorsi di propaganda di dirigenti monarchici nelle ultime elezioni politiche. Ebbene, se sono state avanzate critiche contro il regime di centrosinistra al governo (analoghe più o meno a quelle dei liberali e del MSI), della monarchia non si è affatto parlato, non è stato detto, cioè, in che termini l’esistenza di un regime monarchico porterebbe ad una modificazione essenziale dello Stato attuale, in che modo la monarchia dovrebbe essere concepita, quali dovrebbero essere la sua forma e la sua funzione, il resto essendo, in fondo, secondario, consequenziale e contingente.

Non vi è dubbio che una nazione passata da un regime monarchico ad un regime repubblicano sia una nazione «declassata», e ciò non può non essere avvertito da chiunque abbia una sensibilità per valori i quali, per essere sottili e immateriali, non per questo sono meno reali. Il contributo ideologico di un vero partito monarchico sarebbe d’importanza essenziale perché, a nostro parere, un vero Stato della Destra non potrebbe essere che monarchico, come è stato prevalentemente nel passato. Solo che, secondo quanto abbiamo detto, la forma e le funzioni della monarchia dovrebbero essere ben definite.

In un noto studio sulla monarchia nello Stato moderno, Karl Loewenstein (1) è giunto alla conclusione che, se oggi una monarchia deve essere ancora possibile, essa dovrebbe essere «democratica» e del tipo presentato dai piccoli Stati dell’Europa settentrionale, dal Belgio, dall’Olanda. Se così stessero veramente le cose, tanto varrebbe chiudere la partita, con la monarchia. In tempi, come gli attuali, la monarchia come una specie di sovrammobile decorativo e inoperante sovrapposto al «sistema», sarebbe qualcosa di frivolo e di privo di una vera ragion d’essere. Bisognerebbe invece difendere una concezione coraggiosa e rivoluzionaria della monarchia.

Con l’avvento del Terzo Stato l’idea monarchica è stata completamente depotenziata e svuotata. La nota formula, che il re «regna ma non governa», esprime in modo caratteristico questa menomazione. Il significato e la funzione fondamentale della monarchia tradizionale è di assicurare la «trascendenza», la stabilità e la continuità dell’autorità politica, tanto da creare un immutabile e supremo punto di riferimento e di gravitazione per tutto l’organismo politico, di là da ogni interesse particolare. In tempi normali, a ciò poteva bastare l’aspetto puramente simbolico della monarchia; esisteva una atmosfera di lealismo per via del quale la funzione come tale sovrastava, in un certo modo, la persona che l’incarnava tanto da non essere pregiudicata dalla eventuale insufficiente qualificazione umana di quest’ultima.

Ci si deve ben guardare, però, dal confondere questo carattere distaccato e quasi diremmo «olimpico» della vera monarchia con la limitazione imposta all’istituzione secondo l’accennata formula del regnare senza però governare, la quale fu introdotta proprio in un periodo in cui sarebbe stato richiesto l’opposto, ossia una attività della Corona che valesse a ordinare forze divergenti, a rettificare le carenze degli istituti. Peraltro, a ragione Benjamin Constant volle già attribuire alla monarchia un quarto potere, sovraordinato ai tre noti nella dottrina costituzionalistica (potere legislativo, giudiziario ed esecutivo), potere a carattere arbitrale e moderatore. In una difesa dell’idea monarchica questo punto dovrebbe stare in prima linea.

Otto von Bismarck, primo ministro prussiano e primo Cancelliere del Reich germanico (1871-1890). Evola cita  il rapporto istituzionale tra il Re (e poi Imperatore) Guglielmo I e Bismarck come esempio di costituzionalismo positivo, con un ruolo attivo della Monarchia sulla linea politica nazionale

Poi si dovrebbero considerare i limiti del costituzionalismo. Non è certo il caso di fare macchina indietro fino a voler difendere il tipo della monarchia assoluta (peraltro, di solito presentata unilateralmente, mettendone in risalto solamente i lati negativi). Ma vi è costituzionalismo e costituzionalismo. Anzitutto non si deve fare della costituzione un feticcio e un tabù, come si è detto esaminando il liberalismo. Il costituzionalismo mantiene un valore soltanto finché le acque del mondo politico non sono agitate. Supremo potere, la Corona dovrebbe avere il diritto e il dovere di intervenire, in casi di emergenza, ed è proprio con ciò che può venire prevenuto ogni rivolgimento sia dittatoriale, sia rivoluzionario. In secondo luogo, si deve distinguere il costituzionalismo quale sussistette fino alla prima guerra mondiale nell’Europa centrale e quello che ha prevalso negli Stati occidentali democraticizzati ad oltranza, e posto sotto il segno della cosiddetta «volontà popolare» e della sovranità parlamentare. Nel primo caso le rappresentanze politiche della nazione potevano bensì essere elette col sistema democratico, ma nelle loro funzioni esse erano responsabili, in prima linea, di fronte al sovrano, non al parlamento. Così al sovrano restava il diritto di appoggiare e confermare una certa linea politica anche quando essa non aveva l’approvazione e la cosiddetta «fiducia» della maggioranza parlamentare. Per citare un noto esempio, è quel che avvenne nel caso di Bismarck. Egli ebbe l’appoggio del sovrano e svolse per anni un programma di stanziamenti  malgrado la maggioranza parlamentare avversa. Dopo le sue guerre vittoriose e la creazione del secondo Reich, Bismarck fu esaltato come un simbolo nazionale e una nuova costituzione, per la quale non si mancò di tener presente l’esperienza attraversata, sostituì la precedente.

Affinché il principio monarchico abbia un senso, bisognerebbe dunque ripristinare una situazione analoga. Il re dovrebbe avere una parte attiva nel governo e coi poteri a lui propri dovrebbe far da remora al sistema della democrazia assoluta parlamentare, alle sue deviazioni e ai suoi eccessi. Oltre al suo significato come simbolo e come custode dell’idea astratta di una suprema autorità, egli dovrebbe, nell’epoca moderna. essere così qualificato da poter controllare il sistema delle forze politiche della sua nazione e contribuire alla determinazione della linea politica. E in questa sua funzione, da esercitare in vario grado a seconda delle circostanze, egli non dovrebbe mai dimenticare l’antica massima: Rex est qui nihil metuit (è re chi di nulla ha paura). Che in casi estremi scorra perfino il sangue (il che verosimilmente non potrà essere evitato nel caso del rialzarsi di una nazione in cui la cancrena marxista e comunista abbia già avuto una forte presa), ciò non dovrebbe angosciarlo, nella sua coscienza di rappresentare e difendere sempre una idea superiore e impersonale.

Dopo di ciò va messo in evidenza quel che si riferisce alla dignità intrinseca della monarchia e al clima generale spirituale che deve esserne la necessaria controparte. Quando esiste una vera monarchia, vengono in risalto valori che in qualsiasi altro regime possono essere soltanto parodiati. «Servire il proprio sovrano», combattere per lui, essere il rappresentante o ministro di un re, ecc., tutto ciò diviene grigio e impoverito quando si tratta invece di un presidente di repubblica. Un presidente di repubblica è, come il tribuno del popolo, «uno di noi», non esiste una «distanza», quindi nemmeno quella maestà che è condizionata appunto dalla distanza, non dalla popolarità democratica. Il giuramento al sovrano è assai diverso dal giuramento ad una astrazione, come la costituzione. Appunto l’etica del «servizio» riveste, in regime monarchico, una particolare dignità: vedere nel servire lo Stato e il sovrano un onore e un privilegio, non un dato impiego retribuito. Non occorre dire lo speciale risalto che tutto ciò ha nell’esercito e nel corpo degli ufficiali. Il senso della responsabilità, la libera dedizione, l’impersonalità attiva, la fedeltà e l’onore trovano nel clima monarchico il suolo naturale pel loro sviluppo.

Trono Reale in stile gotico nella Camera dei Lords britannica

In effetti, il declino della monarchia è andato essenzialmente di pari passo col materialismo e l’apatia della società moderna di massa, col venir meno, nei più, di forme superiori di riconoscimento e di sensibilità. Una vera monarchia potrebbe avere, pertanto, una influenza rettificatrice sul clima politico nazionale, ma d’altra parte si ha quasi un circolo vizioso, perché per ogni ritorno ad essa una condizione essenziale sarebbe un mutamento di clima; e ciò forse si verificherà solamente se crescendo il disordine attuale, venendo ben percepito il carattere disanimato e assurdo di ciò che oggi viene chiamato il «sistema», si verrà ad un punto di crisi e di rottura e al superamento positivo di esso. Allora forse una idea superiore potrà attrarre, potrà far presa. Una restaurazione positivamente rivoluzionaria (rivoluzionaria rispetto alla condizione attuale di sovvertimento), non può essere realizzata che in questo presupposto, non per astratte vie giuridiche procedurali.

Ebbene, se le idee qui sommariamente accennate sono essenziali per la causa monarchica, chi, fra i monarchici italiani, se ne prende cura e ne fa la controparte dichiarata dell’azione politica opposizionale corrente? Purtroppo, anche nel caso dei monarchici, si può parlare di «nostalgici»; essi mantengono un rispettabile lealismo generico, spesso a fondo sentimentale, da vecchia generazione, senza disporre di una forza d’urto, né di miti animatori. D’altra parte, se si riconosce l’alternativa in precedenza indicata, ossia che si deve accantonare definitivamente la causa monarchica, ovvero si deve restituire alla monarchia una buona parte del suo significato, della sua dignità e della sua funzione originaria, quand’anche i tempi, grazie ad una congiuntura come quella poco sopra ipotizzata, ofifrissero una situazione favorevole, dove trovare mani capaci di reggere veramente uno scettro? Qualcuno scrisse che «occorre avere una grande fede per credere nella monarchia malgrado i re dei nostri giorni». Ma questo è un diverso discorso, che esula dal quadro delle presenti considerazioni, nelle quali doveva essere considerato soltanto l’aspetto dottrinale del problema.

Note

(1) Cfr. K. Loewenstein, La Monarchia nella Stato moderno, Volpe, Roma 1969. Al testo, di cui è traduttore, Evola aggiunge una postfazione dal titolo Significato della Monarchia (N.d.C.).



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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