Morale e superuomo

Morale e superuomo. Revisioni sull’opera di Nietzsche

(da “Il Popolo Italiano” del 6 Luglio 1957)

Su Federico Nietzsche si è scritto moltissimo. Eppure aspetta ancora di essere fatta una separazione adeguata di ciò che nelle sue dottrine si può raccogliere di veramente positivo. Si è che, secondo l’indirizzo prevalente tali dottrine sono state quasi sempre considerate a sé, come una visione del mondo personale più o meno interessante e “originale”. E se qualcuno si è preoccupato di collocare Nietzsche nei suoi tempi, non lo ha fatto come sarebbe legittimo e utile farlo, cioè solo in via preliminare, al fine sopraordinato di separare l’essenziale dall’accessorio, ossia da ciò che è condizionato sia dall’uomo Nietzsche, sia dal particolare clima culturale in cui visse.

“Nietzsche si portò ben oltre la critica dei valori borghesi, fornendovi una controparte positiva…”

L’importante sarebbe invece distinguere alcune idee-base, in un certo modo superiori e anteriori al pensiero  personale di Nietzsche, le quali nelle sue teorie si sono espresse attraverso un materiale adeguato, per cui esse risultano non di rado distorte e poco riconoscibili, tali perfino da dar luogo a pericolose deviazioni.

A tale riguardo, qui ci è possibile solo soffermarci su di un unico punto, con la critica degli attuali valori, con la rivolta contro il mondo borghese, con la denuncia della “piccola morale” ed anche della genesi e delle intenzioni nascoste di quella che molti considerano come la “grande morale”, la cristiana compresa. Nietzsche si è portato assai più in la degli esistenzialisti di oggi. Annunciando il  “nichilismo europeo”, non si è fermato all’angoscia, al disgusto e al vuoto esistenzialistici, ma si è posto il problema di una legge e di un senso autonomo della vita da affermare di là dal “punto zero dei valori” e dal crepuscolo di ogni idolo, per mantenersi in piedi malgrado tutto.

In questo contesto interviene la dottrina nietzschiana del superuomo. Con essa, la via giusta era stata presentita, veniva prospettata una soluzione positiva della grande crisi, in opposta a tutto ciò in cui dovevano finire gli esistenzialisti. Senonché l’insieme ha subito le influenze dell’epoca, è stato pregiudicato da quelli errori moderni che sono l’evoluzionismo, il naturalismo, l’individualismo e la religione della vita.

L’evoluzionismo darwiniano aveva diffuso il mito della selezione naturale, per via della quale dalla bestia si sarebbe differenziato l’uomo e nella società animali e umane sarebbero prevalsi coloro che hanno saputo trionfare nella “lotta per l’esistenza”. Ebbene, a prenderla alla lettera, la dottrina nietzschiana del superuomo non va troppo oltre tali orizzonti. Restando fermo che l’uomo non sarebbe nulla più di una delle tante specie animali, la selezione naturale si continua, dall’uomo si passerà al superuomo come a colui nel quale la volontà di potenza e gli istinti saranno i più intensi e che proclamerà la morale della forza di contro ai negatori della vita, agli esaltatori dello “spirito” e dell’aldilà. E questa è una via sbagliata. In tali termini, il superuomo è un semplice uomo potenziato, non qualcosa di diverso e di più di un uomo; a tacere, poi di certe infelici espressioni di Nietzsche, come la “la bella bestia bionda da preda”, e di suoi riferimenti, quasi come a modelli e precursori, a figura più che sospette e, prive di luce di uomini machiavellici del periodo della Rinascenza.

Arturo Martini – Il superuomo (1913)

L’esaltazione della vita e l’attacco contro gli asceti, “pallidi negatori della vita”, è ricorrentissima in Nietzsche. Però gli si farebbe torto se si disconoscesse che, ciò malgrado, la sua morale del superuomo e della potenza comprende un imperativo di autosuperamento. Il superuomo deve essere dominatore di sé non meno che degli altri; capace di prove estreme, egli si affermerà anche perché sa esigere da se ciò che ad altri riuscirebbe impossibile. Ma nemmeno con questo la situazione cambia: abbiamo, qui, una disciplina, una volontà e una durezza che, in un certo modo, sono fine a se stesse, che non portano oltre l’individuo umano, che non fanno partecipare ad una superiore libertà. In una parola mancano i punti di riferimento a che si differenzi una “qualità diversa”, qualcosa che non sia soltanto l’esasperazione estrema di quello che si può chiamare l’Io fisico. In effetti, “restar fedeli alla Terra” è un messaggio dello Zarathustra nietzschiano, questa è appunto la distorsione naturalistica e individualistica di una idea superiore, non nata né ieri né oggi. Della quale idea, la premessa è una concezione dell’essere umano che la rompa in pieno con ogni biologismo e ogni evoluzionismo, riconoscendo ad esso la destinazione e la potenziale dignità di un essere non semplicemente “naturale”. Non è detto che questa sia soltanto la porta per evasioni “spiritualistiche” e devozionali.

Abbastanza numerose sono state le civiltà e le tradizioni che tale premessa mise in grado di formulare e di realizzare il vero ideale del superuomo del “superatore” e del dominatore, riconoscendo proprio in ciò che nell’uomo non è soltanto umano e che non appartiene ne alla “vita” né alla biologia l’origine possibile di una forza infrangibile e irresistibile e di una superiore autorità.

Ottaviano Augusto, il “vero aristocrate … esponente di una autorità e di una legittimità dall’alto”

Le conseguenze anche pratiche e politiche di tutto ciò sono abbastanza palesi: perché il divario indicato è anche quello esistente fra due forme assai diverse di comando e di dominio. Il dominio del superuomo “fisico” è, in fondo, precario, perché non poggia su di una differenza vera, esistenziale: e quello proprio al capo-popolo, ad despota, all’individuo potente e eccezionale, ma privo di ogni crisma superiore: superiorità, come può averla anche un magnifico animale di razza di fronte agli altri animali della sua stessa specie, che lo temono. Ma il mondo tradizionale ha conosciuto dell’altro, il tipo del vero aristocrate, del signore, che in tutti i tempi è stato concepito come di sostanza diversa, come esponente di una autorità e di una legittimità in un certo modo “dall’alto” ma non per questo meno direttamente sentita e avente la potenza non come fondamento, bensì come naturale conseguenza. Qui tutto non s’incentra nell’individuo, nell’uomo: l’uomo diviene quasi simbolo, un diverso potere, o idea, e presenza in lui. E tutto un diverso tipo di gerarchia, di rapporto di comando e di obbedienza, si stabilisce.

Tali orizzonti restano chiusi a Nietzsche o per meglio dire, egli li intuì, sentì che solo essi possono portare di là dal nichilismo europeo, dal livellamento, dal “gregge”, ripristinare valori primordiali assoluti, differenziare una superiore morale: ma li espresse in una lingua sbagliata, tanto che solo un sagace lavoro di integrazione e di discriminazione potrà restituire al messaggio nietzschiano il suo autentico valore.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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