Nietzsche ed Evola? Parenti sì ma alla lontana. Vi spieghiamo perché.

La recente pubblicazione del nuovo volume antologico Oltre il Superuomo, volto a riunire i vari contributi evoliani dedicati al pensiero di Friedrich Nietzsche, con prefazione di Giovanni Perez e postfazione di Giovanni Sessa, nonché di alcune recensioni che hanno accolto favorevolmente lo scritto, sono l’occasione per alcune precisazioni necessarie su un tema piuttosto spinoso e foriero di incomprensione quale il rapporto Evola-Nietzsche.

In realtà, non è questo lo spazio più idoneo ad un disamina completa delle singole differenze e delle analogie che caratterizzano questi due giganti (a diverso titolo) del pensiero antimoderno quanto, invece, rettificare alcune incomprensioni che, da troppo tempo, gravitano intorno al contributo-legame di Evola nei confronti di Nietzsche. Infatti, notiamo come dalla Nuova Destra in poi, fino ai suoi epigoni odierni, si sia sedimentata una lettura del tutto agiografica ma, al tempo stesso, limitante, del rapporto e dell’influenza che il solitario di Sils Maria ha esercitato su Evola.

Sia chiaro. Non neghiamo che Nietzsche ebbe un influsso importante nella formazione del giovane Evola. Ma, come Evola stesso ha precisato via via con la sua maturità, il debito di riconoscenza iniziale verso Nietzsche si è poi configurato come una notevole presa di distanze, identificando alcuni dei motivi della produzione nietzschiana come elementi costitutivi di alcuni fenomeni tipicamente moderni (es. vitalismo, irrazionalismo, anticristianesimo etc.).

Precisazioni necessarie

Innanzitutto, un paio di premesse. Negli ultimi anni assistiamo in generale ad uno sforzo costante di “limitare” Evola ad una lettura unidirezionale che, di volta in volta, lo vede classificato come ‘filosofo’, ‘artista’, ‘cultore di studi esoterici’, e via dicendo. In generale, questo approccio è sintomatico di quella tipica visione moderna della cultura come disgiunta dall’esperienza reale ed oggettiva. Viene così stressato l’aspetto individuale e soggettivo della singola fase evoliana, facendone un unicum, un teorema che conferma di volta in volta la tesi sostenuta. Non c’è approccio organico e sistematico all’opera evoliana, che viene sezionata e utilizzata a seconda dei casi e degli obiettivi.

Non dimentichiamo poi la cosiddetta “equazione personale” evoliana. Evola stesso, infatti, ha sempre tenuto a rimarcare non tanto una originalità a tutti i costi del suo pensiero ma, una specificità di questo in ragione della sua missione, del contesto storico e globale in cui si trovò ad operare, della sua natura. Spesso, invece, questa tipicità del pensiero e dell’opera evoliana, viene presa a pretesto per evidenziare distanze o affermare parentele che lo stesso Evola ha, o non ha, avuto nel senso che i suoi commentatori odierni gli danno. Nel corso delle sue opere, nonché della sua autobiografia (Il Cammino del Cinabro), Evola ha più volte sottolineato tutto questo ma alcuni dei suoi epigoni, ed anche dei suoi critici, sembrano non tenerne affatto conto. Dunque, a nostro avviso, il cuore del problema sta nel fatto che il senso più profondo dell’incomprensione non verte, tanto, su aspetti gnoseologici quanto sulla lettura che viene fornita di Evola la quale, malgrado le sue volontà, è trascinata verso “personali” suggestioni e pericolosi fraintendimenti a nostro avviso…

Veniamo nel merito del rapporto Evola-Nietzsche e affrontiamo alcune delle principali istanze che stanno alla base di numerosi equivoci…

  1. “Dio è morto”?

Per chi pone la Tradizione al centro della propria vita[1] e, conseguentemente, per Evola stesso, Dio è tutt’altro che morto. Sempre che sia chiaro cosa si intende per “Dio”, termine tanto più abusato quanto manca la dimensione del sacro nelle persone di cui ne parlano, evidentemente. Bisognerebbe, infatti, avere una più profonda contezza dello “spirituale” e della “metafisica” per comprendere come in Evola, Dio – o sarebbe meglio parlare di “Spirito” e di “Metafisica”, perché le parole sono importanti! – sia decisamente presente.

Scrive Evola proprio nell’abusatissimo Cavalcare la tigre[2]: «A scomparire non è, dunque, il dio di una metafisica, bensì il dio del teismo, il dio-persona che è una proiezione di valori morali e sociali o un appoggio per la debolezza umana» (p. 57). Muoiono le forme, le false rappresentazioni consolatorie e antimetafisiche di dio, che è cosa ben diversa. E, ancora, «cade l’epidermide morale di un Dio che aveva finito col fare da oppiaceo o da controparte della piccola morale […] ma il nucleo essenziale, dato dalle dottrine metafisiche […] per chi sappia percepirlo e viverlo, resta inaccessibile a tutti quei processi nichilisti, sovrasta ogni dissoluzione» (p. 59). E’ solo, semmai, il rinchiudersi nel vicolo cieco dell’esistenzialismo e del sovraumanismo che può portare ad un simile confusione, a fraintendere cioè i due piani facendone un tutt’uno per un limite che, si badi bene, non è terminologico ma di sensibilità metafisica.

  1. Il fattore religioso in Evola

L’uomo evoliano non è abbandonato da solo nel deserto[3], anzi, ha un radicamento fortissimo, proprio perché non si fonda sulle forme ma, sulla sostanza. Il fattore religioso per Evola è il necessario sfondo per una vera concezione eroica della vita. Eroe che è tutt’altro dal titano o dal super-uomo: la differenza è a volte impercettibile sul piano esterno, ma ontologica su quello interno.

Tale fattore religioso, se non ha evidentemente bisogno in Evola delle formulazioni dogmatiche obbligate di una data confessione religiosa, non significa che una qualunque via religiosa legittima e ispirata a norme d’ordine tradizionale (exoterismo), non possa essere un utile ausilio. In René Guénon questa prospettiva, secondo l’orizzonte della pura Metafisica, assume un carattere più tassativo ma, se abbiamo in vista il tema dell’anzidetta equazione personale, non si potrà cogliere una opposizione quanto invece una diversa sensibilità e ruolo svolto dai due.

  1. Autotrascendimento o ascesi?

L’equivoco dell’autotrascendimento, non senza alcune responsabilità di Evola che in certe pagine lascia spazio nel lettore ad alcuni equivoci interpretativi e terminologici, è lapalissiano. E’ lo stesso Evola a stigmatizzarlo nei suoi aspetti naturalistici, emotivi ed eudaimonistici, opponendo ad una visione di tipoascendente” (eroica) quella “discendente” (naturalistica e sovraumanista). Il punto di volta fra queste due strade è la Metafisica, ovvero quello che Guénon definisce come «la conoscenza dell’universale, o, se si vuole, dei principi di ordine universale, che del resto sono gli unici a cui convenga propriamente il nome di principi».[4] A cui fa eco Evola quando afferma che «Il mondo tradizionale fu gerarchico: in un senso sacro, sulla base della realtà metafisica posta come principio, centro e scopo dell’esistenza, come stato supremo dell’essere, come stato di verità».[5]

Metafisica e non religione. Anche qui il rischio dell’equivoco c’è, vista la contraffazione e l’uso promiscuo che di questi termini si fa anche oggi. Nel già citato Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo per Evola, invece, è molto chiaro come «A tutte le grandi, luminose forme della spiritualità antica, orientale e occidentale, il termine “religione” non può applicarsi correttamente. Al centro e a sostegno di quelle forme vi era il sovrannaturale o “oltremondo” non come un dato di fede e di rivelazione o come dogma, bensì come conoscenza reale. A tale conoscenza, Guénon dà l’appellativo di metafisica, non nel senso che ha preso in filosofia, ma appunto come scienza di ciò che non è più fisico, e che quindi non è nemmeno il prodotto di facoltà legate alle condizioni fisiche e razionali, come quelle di cui dispone la comune persona umana».

Inoltre, l’eco di questa critica Evola la proietta anche sul piano iniziatico-realizzativo, indicando l’autoiniziazione come uno degli aspetti peculiari di alcune forme di neospiritualismo (nello specifico l’antroposofia steineriana, perfettamente denunciata nei suoi aspetti “autoiniziatici” in Maschera e volto). Pertanto, sarebbe quantomeno contraddittorio ritenere che Evola sia un sostenitore della tesi dell’autotrascendimento/autoiniziazione la quale, a pensarci bene, fa anche il pari con una suggestione evoluzionistica di fondo che, nella visione evoliana e tradizionale, è totalmente avversata. Visione che, paradossalmente, troviamo oggi proprio fra i suoi eredi, ufficiali e non. Più correttamente (e più diffusamente) Evola utilizza il concetto di ascesi e varrà forse la pena, per superare ogni equivoco, concentrarsi su questo termine e sul relativo significato.

  1. Che cos’è l’ascesi

Anche in questo caso, per spiegare il concetto di ascesi il metodo migliore è di attingere direttamente dagli scritti di Evola. Per lui «In via di principio si tratta di porre l’esigenza di una via ad esperienze che, lungi dal “ridurre” la coscienza, la trasformino in supercoscienza, che lungi dall’abolire la distinta presenza di sé così facile a conservarsi in un uomo sano e sveglio fra le cose materiali e nelle attività pratiche, la innalzi ad un grado superiore, in modo da non alterare i principi che costituiscono l’essenza della personalità, ma invece da integrarli. La via verso esperienze del genere, è la via verso il vero sovrannaturale. Ma questa via non è comoda né, per i più, seducente. Presuppone proprio l’atteggiamento opposto a quello degli entusiasmi dello “spiritualismo” e di chi è solo sospinto da un confuso impulso all’evasione, presuppone un atteggiamento e una volontà di ascesi, nel senso originario di questa parola, distinto dalle assunzioni d’ordine devozionale mortificatorio e monastico».[6] E ancora «Il termine “ascesi” – da ἀσκέω, esercitarsi – in origine volle dire soltanto “esercizio” e, in un certo modo, romanamente, disciplina. Il termine indo-ario corrispondente è tapas (in pali tapa o tapo) ed ha un significato analogo; solo che esso, per via della radice tap, vuol dire aver calore, ardore, comprendere anche l’idea una concentrazione intensa, quasi di un fuoco»[7].

L’ascesi è dunque imprescindibile. Ma spesso si dà per scontato, anche a causa di una certa “ansia realizzativa”, di essere già qualcuno o qualcosa per il solo fatto di essersi messi in cammino. In realtà, la condizione dell’uomo moderno è praticamente quella della sub-umanità e diventa quindi imprescindibile tornare anzitutto ad essere uomini, cioè alla vita. Ma per poter dar forma alla vita «bisogna prima realizzare ciò che sta di là dalla vita; per poter ridestare la razza dello spirito e, con essa, rialzare e purificare quella del corpo, bisogna essere capaci di raggiungere l’altezza, e ciò implica ascesi, cioè distacco attivo, superamento eroico, clima di estrema tensione spirituale».[8]

  1. L’inganno esistenzialista

Ed ancora, ricondurre tutto e solo ad un percorso meramente esistenziale rischia, inevitabilmente, di imprigionare l’uomo evoliano nell’orizzonte dell’esistenzialismo, ovvero di ciò che è sentimento, individuazione, in quell’“umano troppo umano” di nietzschiana memoria. Per Evola, l’orizzonte esistenziale è sì fondamentale, ma come banco di prova per la verifica ed il riscatto dell’uomo moderno: non è mai un fine ma uno strumento. La ricerca di Dio all’interno di sé, dunque, assume il senso dell’identificazione e del ricongiungimento al Principio e non è, va sottolineato, uno sforzo autotrascendente individuale o, addirittura, sovraumanista.

In conclusione, senza la pretesa di aver esaurito l’argomento ma solo puntualizzato alcuni punti, diremmo che è proprio di una forza “dall’alto” e, contemporaneamente, “verso l’alto” che, convintamente, Evola parla. Di quella Trascendenza immanente espressione della forza divina (“proveniente” da Dio), sacrale, metafisica ed universale, che non ha nulla a che vedere con ciò che è umano, individuale e limitato per definizione e verso la quale l’uomo, nel corso del proprio percorso esistenziale, è chiamato ad uniformarvisi, attraverso un lavoro di ascesi, duro e faticoso, che alla Conoscenza del Principio affianchi un’Azione di tipo tradizionale. Una prospettiva “religiosa” che si sostanzia in una visione del mondo ed in uno stile di vita, rispettivamente, ontologicamente e convintamente verticale.

Equivocare, ponendo uno iato, cioè stressando il concetto dall’alto/verso l’alto, è sintomatico di un dualismo di fondo che non ha spazio nella riflessione evoliana, fondata molto più sulla Metafisica “alla Guénon” che non sul sovraumanismo “alla Nietzsche”.

* * *

Non è casuale, forse, che un libro fondamentale di Evola come Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo sia tra i meno pubblicizzati e menzionati nell’area dei cosiddetti evoliani. Un testo chiarificatore che forse fa storcere il naso a troppi perché non ammette fraintendimenti e che, rispetto all’equivoco nei rapporti Evola-Nietzsche, aiuta non poco nel fare chiarezza. Evola, infatti, dedica un intero capitolo al tema (“Il primitivismo – Gli ossessi – Il ‘superuomo’”), inquadrando Nietzsche nel solco della modernità. Oppure, il più volte citato a sproposito Cavalcare la tigre, che dovrebbe essere il testo più nietzschiano di Evola, ma al cui interno troviamo condanne senza appello al filosofo di Röcken, inserito fra «gli uomini staccati dal mondo della Tradizione, privi di ogni conoscenza o comprensione del mondo della Tradizione» (p. 80). Difficile immaginare una parentela di fronte a questi j’accuse della maturità evoliana.

Volendo restituire un ruolo a Nietzsche nella formazione e nello sviluppo del pensiero di Evola, allora, bisognerebbe configurare il filosofo tedesco come colui il quale ha per primo, e più causticamente, segnato un “punto di partenza” rispetto a quel nichilismo europeo che come pars destruens può avere un senso solo se completato da una pars costruens fondata su di una autentica visione metafisica dell’esistenza e del mondo e sulla conoscenza della dottrina tradizionale.

Più che figlio, dunque, Evola fu magari un cugino di Nietzsche ma con un solo maestro da lui riconosciuto: René Guénon.

 

NOTE

[1] Normalmente, costoro sono definiti “tradizionalisti”, non senza generare ulteriori confusioni. L’espressione corretta, infatti, è uomini della Tradizione, ovvero coloro che, a differenza dei primi, sono capaci «di una fedeltà non a forme e istituzioni di tempi trascorsi bensì a dei principi di cui le une e le altre possono essere state espressioni particolari adeguate per un certo periodo e in una certa area» (J. Evola, Gli uomini e le rovine, Mediterranee, 2001, pp. 63-64).

[2] J. Evola, Cavalcare la tigre, Vanni Scheiwiller, 1971.

[3] E’ l’uomo nietzschiano che sta nel deserto, lui sì, ma è proprio Evola a stigmatizzare la risposta del filosofo tedesco, che rimane intrappolata nella sola dimensione biologica ed orizzontale: «Nietzsche ha creduto che nel mondo deserto di valori e di dèi l’unica cosa reale e che non mentisce sia la vita come biologia» (J. Evola, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Mediterranee, 2008, p. 147).

[4] R. Guénon, Introduzione allo studio delle dottrine indù, Adelphi, 1989, p. 79.

[5] J. Evola, Gerarchia e Umanesimo moderno, in La Torre. Foglio di espressioni varie e Tradizione una, del 1 marzo 1930, poi in La Torre, Il Falco, 1977, p.110.

[6] J. Evola, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Mediterranee, 2008, p. 48.

[7] J. Evola, La Dottrina del risveglio, Mediterranee, 1995, p.19.

[8] J. Evola, Sintesi di dottrina della razza, Edizioni di Ar, 2017, p.57.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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