Per una nuova scienza dello Stato (seconda parte)

Dopo aver criticato una ad una le varie scuole di pensiero moderne in materia di Stato e filosofia del diritto, Evola si sofferma ancora sul fondamentale concetto di persona – contrapposto a quello di mero individuo – e sulla dualità interna ad esso sottesa, la quale deve essere proiettata all’esterno dei singoli ed inquadrata nella maniera corretta in un sistema gerarchico fondato su una spiritualità trascendente, affinché si possa edificare un’organizzazione sociale e statale realmente Tradizionale. In essa, all’eguaglianza orizzontale e generalizzata tipica dell’universalismo etico-razionalistico si sostituirà quella che potremmo chiamare un’eguaglianza differenziata, verticale, fondata sul suum cuique: solidarietà e reciprocità tra simili, subordinazione e funzionalità gerarchica fra non simili.

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di Julius Evola

(Tratto da “Lo Stato“, VIII, 7, luglio 1937)

segue dalla prima parte

V. In queste nostre considerazioni noi abbiamo sempre insistito sul concetto di persona, giacché il riportare l’uomo – o almeno, un sufficiente gruppo di uomini – a questo valore della personalità, che mille processi culturali, sociali e politici, con un’azione ormai secolare, hanno gravemente leso, costituisce il compito primario e fondamentale. Il principio della nuova etica, della nuova gerarchia, del nuovo diritto, del nuovo Stato è appunto questo: Sii persona. Forse che noi stessi, con ciò, finiamo in una semplice parola, promettente, ma, in fondo, vuota di un contenuto definito e positivo? Non sembra…

Secondo la concezione tradizionale esser «persona» significa superiorità effettiva di fronte all’essere naturale, a tutto ciò che è semplice istinto, semplice vita e, in più, a tutto ciò che è astratto, nel senso – aristotelico – di generale, di comune, di indifferenziato, di promiscuo. Ora, soprattutto in una epoca e in una umanità come la nostra, può dirsi che l’esser persona non è un «fatto»: non è che il singolo, ogni singolo, per il fatto di esser nato uomo, sia già, eo ipso, de jure, persona. Ciò fa capire gli spiriti polemici già avanzati nei riguardi di un certo universalismo etico più o meno cristianeggiante e razionalistico, avente per presupposto tacito appunto la superstizione del «sacro» e dell’«inviolabile» che chiunque, per esser persona già perché semplicemente uomo, presenterebbe.

Certo, dal nulla non sorge nulla, e in ogni essere umano si dovrà riconoscere la potenzialità di attuarsi come persona. Ma non questa astratta potenzialità, bensì soltanto i gradi e le condizioni del suo reale sviluppo possono esser presi in considerazione là dove si tratta, propriamente, di diritto, di norma positiva di vita, di scienza dello Stato. L’esser persona implica una interna dualità: implica un «io» che può comandare e un «io» che deve obbedire. Il rapporto fra questi due «io» ammette una molteplicità quasi indefinita di gradi: dalla coalescenza di un io superiore interamente aderente alla parte istintiva e passionale si va fino ad un io che per così dire, tiene tutta la sua vita nel proprio pugno e dà ad essa la forma precisa della propria legge.

Qui bisogna però prevenire ogni interpretazione «superomistica» in senso negativo, riconoscendo che il dominio saldo e vero dell’un io sull’altro è possibile solo nella misura in cui il primo, a sua volta, si riferisca ad ordine più alto, a tale ordine partecipi e in esso sposti gradualmente il vero centro della sua vita complessiva. Quando una tale riconnessione non si verifica o s’interrompe, non vi è modo di garantire veramente il valore e l’egemonia della «persona» di fronte alle forze e agli elementi inferiori.

La partecipazione ora accennata, non sempre può però avvenire in forma diretta e completa. E questo è il punto che ci fa passare dal piano etico individuale – in cui vige il principio o, per dir meglio (poiché non di un imperativo puritanesco e fanatico si dovrebbe parlare, bensì di una vocazione che definisce una dignità), l’invito: Sii personaal piano della organizzazione sociale, della gerarchia e dello Stato. Quell’interna differenziazione e quell’interno dominio, di cui si è detto, nei più, allo stato normale, sono affatto rudimentali. Da qui si palesa la necessità, per ogni ordine politico di tipo superiore, di mobilitare con ogni mezzo la «forza eroica» del singolo, la sua irrazionalità, tanto da agitarlo, da portarlo, in un modo o nell’altro, attivamente fuori di sé, di là da sé – è questo il compito proprio ai «miti» e all’azione diretta dei capi di folle e dei dirigenti delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni. Destare tali forze, significa destare qualcosa di pericoloso da un lato, qualcosa, dall’altro, che può condurre, sotto date condizioni, ad attualità ciò che presso ad una grande maggioranza è «personalità» solo potenzialmente.

A che si verifichi il secondo caso, è necessario che dei punti reali di riferimento esistano: altrimenti può perfino aversi un colpo di rimbalzo; la forza risvegliata per le sue inevitabili relazioni col collettivo, può persino propiziare quella regressione spirituale, di cui si è già detto.

La funzione di siffatti punti di riferimento può essere solo espletata da un gruppo di uomini nei quali ciò che negli altri vive solo come «ideale» inconscio, «compito» o potenzialità appaia attuato in grado sempre più alto. La riconnessione gerarchica allora assume un valore di «partecipazione» e va a costituire la condizione stessa per uno sviluppo indiretto della personalità, e viceversa: lo sviluppo della personalità crea le condizioni interiori per una riconnessione gerarchica. Si tratta cioè di proiettare all’esterno, se così si può dire, la dualità interna, trasferendo quell’io superiore, che non si sa completamente e direttamente realizzare, nella persona di capi o caste superiori, l’obbedire ai quali, il sacrificarsi e il lottare superindividualmente per i quali, allora, non ha più un carattere di servilismo, di fanatismo o di necessità, ma va ad esprimere una tecnica e una disciplina; va a significare un modo di obbedire indirettamente a un più alto sé stesso, di lottare e sacrificarsi per la realizzazione stessa della personalità.

L’ethos proprio a ogni grande civiltà gerarchica ci conferma tali significati, giacché queste civiltà ci mostrano che alla gioia e all’orgoglio dell’interiore di servire il superiore si congiungeva inscindibilmente, e fin negli ultimi strati sociali, un fermo sentimento della propria personalità, della propria dignità, del proprio onore. Così il valore della personalità, dalle sfere più alte, nelle quali ha il suo luogo proprio e la sua diretta realizzazione, va a riflettersi su tutti i piani e fino a quei modi d’essere e a quelle forme di vita e di lavoro che, senza di ciò, sarebbero rimaste nell’ordine della più informe e opaca materialità: come appunto si è visto accadere presso al tipo e agli «ideali» del moderno operaio «proletarizzato».

VI. Da questa veduta fondamentale è facile trarre una serie ordinata di deduzioni, atte a fornire i punti centrali di riferimento ai vari rami di una nuova concezione dell’ordine sociale e della scienza dello Stato. Tali deduzioni costituiscono l’oggetto del nostro prossimo scritto, con il quale, dunque, una volta messi ben in chiaro i principii, verremo fino ai dominii cari a varii «specialisti». Qui, troverà ancora posto qualche considerazione generale.

Ad evitare che tutto il sistema sia come sospeso nel vuoto, bisogna sempre insistere su ciò: che il compimento della personalità, proprio alle comunità superiori, alle élites dei dirigenti e dei capi, deve assai meno condurre al tipo di dominatore alla nietzschiana o sulla falsariga dei principi dell’umanesimo, che non a una effettiva, trascendente spiritualità. «Per diritto divino» è solo una formula, e fors’anche un simbolo: però, nell’essenza, non è di cosa diversa che si tratta. Per il momento, non intendiamo affrontare il problema spinosa dei rapporti fra Stato e religione. Questo problema, tuttavia, prima o dopo, si imporrà alla nuova scienza dello Stato ed esigerà una soluzione radicale. Là dove il potere non si giustifica dall’alto, non vi è che quistione di gradi per giungere al bolscevismo e la tensione metafisica necessaria alle partecipazioni gerarchiche si rende impossibile. Qui non toccheremo il lato costituzionale, ma solo quello soggettivo e diremo che si tratta di chiudere in una forma e in uno stile di vita qualcosa che, effettivamente, tradisca il contatto ed anzi la viva presenza di un ordine superiore, una idea e una volontà più forte di tutto ciò che è semplice vita, a tacer poi di quanto tragga senso soltanto dagli interessi particolari di un breve ciclo umano. Un antico detto nordico era: «Chi è capo, ci sia ponte». Secondo una etimologia forse inesatta, ma non per questo meno significativa, degli antichi, il pontifex era colui che «creava i ponti», cioè che stabiliva il collegamento fra rive, fra due mondi.

L’ingresso del ponte Bifrǫst, il ponte arcobaleno che nella mitologia scandinava collega cielo e terra

Nel precedente scritto notavamo poi che parlare di un ordine organico sic et simpliciter non basta, poiché di tipi di organismo ve ne sono diversi, a partir da quelli che appena si differenziano dallo stadio di una massa vivente acefala. L’organismo del vero Stato deve esser ben differenziato, come lo è l’organismo umano. Ciò significa individuare e poi gerarchizzare piani distinti, in corrispondenza sia a vari modi di realizzazione, che a vari gradi di perfezione, del principio della personalità. Nel riguardo, crediamo che la concezione tradizionale di un ordinamento quadripartito, in corrispondenza rispettiva col principio del semplice lavoro, col principio economico-sociale e politico-sociale in senso stretto (amministrazione, organizzazione), col principio guerriero e infine col principio spirituale, possa benissimo aver ancora qualcosa da dire. Questi principi corrispondono infatti a modi ben precisi di essere, a ben distinte vocazioni; in relazione a ciascuno di essi vi è uno speciale modo di esser «persona» ed anche un dato quantum di esser persona, poiché è naturale che non tutte le vocazioni presentino uguali possibilità nei riguardi del fine supremo. Ma con la subordinazione dell’un piano all’altro fino al centro costituito da quei capi, «che sono ponti», si stabilisce, per partecipazione, l’integrazione e la giustificazione di ogni grado parziale nel tutto.

Le premesse di questa visione gerarchica del vero Stato conducono alla eliminazione dell’universalismo etico-razionalistico e la sua sostituzione con una concezione differenziata e funzionale dell’etica, del diritto, della solidarietà e dell’obbligazione. Riconosciuto infatti che l’eguaglianza del diritto è un assurdo e che non esistono – quasi come prodotte in serie – le persone, bensì gradi molto diversi di realizzazione, nei varii uomini, dell’ideale della persona, ne segue la restrizione dell’eguaglianza del diritto alle comunità o strati sociali e politici definiti da un ugual modo d’essere e da una uguale funzione. In altri termini, noi crediamo che la stessa concezione tradizionale dello ius singulare, se capita nella sua vera essenza, abbia essa stessa ancora qualcosa da dirci. Si tratta cioè di sostituire all’aequalitas l’aequitas e il vero suum cuique: solidarietà e reciprocità, solo fra simili non sono un assurdo; fra i non-simili, l’etica vera non è quella dell’abusata «giustizia» all’umanitaria, bensì quella della subordinazione e della funzionalità fra superiori e inferiori, fra una legge e un’altra legge. Al che corrisponderà naturalmente una analoga differenziazione e implicazione gerarchica sia del diritto sia di quanto, nel dominio pubblico e privato, da esso dipende.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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