Ombre della “Rinascenza”

di Julius Evola

(Tratto da Il Secolo d’Italia, 24 febbraio 1953)

Una recentissima, lussuosa ristampa italiana della celebre opera  di Jacob Burckhardt sulla Rinascenza ci stimola ci stimola riprendere alcune considerazioni di storiografia, diciamo così, controcorrente che già appartennero alla revisione generale di valori iniziatasi con il Ventennio ma che ancor oggi mantengono la loro attualità.

Si sa che nella storia corrente quale la si insegna nelle scuole superiori ed inferiori così come fra gli intellettuali in genere, alla civiltà della Rinascenza si attribuisce ed essa la si ascrive senz’altro in gloria alla nostra razza. Ma, ove si assuma un punto di vista autenticamente “tradizionale”, le cause qui si presentano in modo assai più complesso. Ci limiteremo ad alcuni brevi, sintetici accenni.

Anzitutto bisognerebbe distinguere le prospettive proprie alla semplice considerazione artistico-culturale da quelle informate da una idea politica e etica. Poi, anche delle prime bisognerebbe accertare i limiti e la legittimità.

E’ noto che l’esaltazione della civiltà della Rinascenza come epoca di splendida creatività rientra precisamente in una storia della cultura scissa dalla storia politica. In secondo luogo è chiaro che in questa storia della cultura predomina il punto di vista puramente estetico, quello che considera e approva l’art pour l’art, che valuta le opere d’arte in sé e per sé. Punto di vista, questo “moderno” e antitradizionale. Se è vero che la Rinascenza ci presenta una ricchezza senza pari di creazioni artistiche, altrettanto è vero che, salvo poche eccezioni, queste creazioni ebbero un carattere prevalentemente individualistico, non si collegarono a nessuna tradizione, furono quasi sempre prive di un valore simbolico, cominciarono e finirono in sé stesse – all’opposto di quel che è proprio campo domina dunque l’”umanismo”, cioè il rilievo dato a quanto è semplicemente umano, con tacitazione di ogni elemento trascendente, sacro, spirituale.

Non vorremmo semplificare eccessivamente: ma, per iconoclasta che ciò possa sembrare agli esteti più o meno crociati, così stanno le cose. Ora, a questo umanismo e individualismo dell’arte fa perfetto riscontro quello che l’epoca della Rinascenza ci mostra irrepugnabilmente nel dominio politico ed etico. Gli splendori della Rinascenza artistica non possono nasconderci lo spettacolo sinistro che ci presenta la vita politica dell’epoca. E’ appunto l’epoca del più sfrenato, quasi demonico individualismo, delle tirannidi, delle forme più ciniche di violenza e di volontà di potenza – senza nessuna superiore legge d’ordine, senza nessuna idea universale o semplicemente nazionale. Il fulgore di qualche figura di Condottiero o di principe è quello fugace ed effimero delle comete – esso nulla lascia dietro di sé. Proprio come la gran parte delle opere d’arte della Rinascenza, per magnifiche che pur siano, non si legittimano con nulla di superpersonale, cioè di trascendente, così nella Rinascenza ci si presenta un tipo quasi inedito di Stato, lo Stato che – come dice il Burckhardt – è come un’“opera d’arte” nel senso di fredda creazione di un singolo, il quale all’uopo usa ogni mezzo avendo unicamente per fine il potere personale.

Niccolò Machiavelli (1469 – 1527)

Del che Machiavelli traccerà la teorica. Appunto del Burckhardt è la frase: “La forma più alta e comunemente ammirata dell’illegittimità del XV secolo è quella del condottiero che – quale pur sia la sua origine – giunge a procacciarsi un principato”. Ed è appunto per via di questa originaria illegittimità del potere politico – di nuovo opposta al concetto tradizionale dell’autorità vera, sempre contrassegnata da un crisma, mai esaurentesi in un potere personale informe – che un’atmosfera permanente di tradimento, di delitto, di arbitrio, di usurpazione, di congiure in cui nulla più è rispettato, è lo sfondo dal mondo politico della Rinascenza.

Già lo stesso concetto di “gloria” qui assume un significato esso stesso inedito, umanistico in senso specifico, come fama che, attraverso artisti e letterati, il singolo tende a tramandare: è controparte dell’individualismo, è l’opposto di quella grandezza dell’uomo veramente tradizionale che inclina piuttosto verso l’anonimato.

Avendo parlato di umanismo, dovremmo occuparci della  corrente specificamente designata da tale termine: lo spazio non ce lo consente, e forse vi torneremo in altra occasione, questo aspetto della Rinascenza essendo perfino più complesso degli altri. Ci limiteremo a rilevare che all’umanismo fu propria una ripresa essenzialmente erudita e esterioristica dell’antichità, e di antichità già tarda e degenerescente, senza che vi si accompagnasse la ripresa dell’elemento sacro e severamente etico che, in orizzonti diversi da quelli del cristianesimo, l’antichità stessa ci presenta nei suoi periodi migliori. Per cui, gli umanisti quali persone, con poche eccezioni, per la loro vanità, la loro mancanza di carattere, la loro presunzione già al tempo loro furono considerati come una peste (un Gilardi, ad essi riferendosi, doveva rimpiangere “la fortunata età in cui sulla terra non vi era ancora scienza alcuna”), mentre, quanto allo spirito generale della corrente, non senza ragione la Controriforma doveva schierarsi anche contro l’umanesimo.

Qui, in fondo, sta il punto più importante, col quale si possono concludere queste rapide note. Umanesimo, civiltà della Rinascenza, nuovo naturalismo, Riforma, “scoperta dell’uomo” dopo le “tenebre del Medioevo”, ecc. – tutto ciò costituisce un tutto solidale, quanto a “direzione di efficacia”. Ed è per questo che a ragione avveduta, la storiografia corrente di confezione liberale e massonica, tace circa le zone d’ombra della Rinascenza. Per essa la Rinascenza è il preludio di quella “rivoluzione dello spirito” che si completerà col razionalismo, con l’illuminismo, con gli “immortali principi” abboccando infine nella moderna religione dell’uomo terrestrizzato, nella filosofia dell’immanenza e dell’antitradizione.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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